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Voto clericale, voto mortale

Renato Farina su LIBERO l’ha spiegato chiaramente: Camillo Ruini, Presidente della CEI nonché Vicario del Papa per Roma, come dire uno dei primi 2 o 3 nella gerarchia vaticana, non ha espressamente dichiarato il suo consiglio di voto ma ha fatto un perfetto minuetto. Trattasi del minuetto della mappa, quella che Ruini ha sapientemente tracciato per indicare dove si trova il tesoro da votare nell’urna. E’ chiaro che, tra “rispetto della vita dal suo concepimento”, “famiglia legittima fondata sul matrimonio”, restrizioni all’importazione della pillola abortiva e leggi proibizioniste, la mappa porta proprio lì, all’indirizzo di Silvio.Insomma la CDL, con Letta, Casini, Buttiglione, Storace e tutti gli ex-democristiani cattolici, hanno avuto ancora il sopravvento. Hanno creato i presupposti per ricevere l’appoggio incondizionato della Chiesa di Roma.

A questo punto, con il Cavaliere ben presente e vigoroso nel teatro mediatico, i “sinistri” che traballano tra scandali bancari, Pugni alla Rosa, liti interne, gaffes mastelliane e un programma che un po’ non c’è e un po’, se c’è, potrebbe spaventare non pochi elettori, la conquista delle fortezza cattolica dovrebbe portare ad una rimonta sicura e probabilmente ad una vittoria.

Invece molti sostengono che non è così, anzi che è proprio il contrario.

La scelta di fondo è sempre la stessa: o una politica liberista, fondata su “maggiori libertà” dalla presenza dello stato, dall’influenza dei dettami religiosi, dall’invadenza della burocrazia; oppure costruire un consenso che comprenda, tra l’altro, l’appoggio del clero, che includa principi fondamentali tipici del dogmatismo religioso.

La CDL ha deciso di seguire la seconda strada, già da dopo la vittoria del 1994. Nel 1996, nonostante tutto, la Chiesa si è schierata a fianco del Centro-Sinistra che però ha vinto solo per un effetto algoritmico insito nel sistema maggioritario e perché è stata capace di allargare le alleanze, al contrario della CDL. In realtà, il calcolo proporzionale è stato a favore del Centro Destra, Lega compresa. Nel 2001 un colpo di genio di Berlusconi, con il suo contratto con gli italiani di stampo certo non conservatore, ha assestato il colpo vincente.

Se però andiamo a fare un’analisi attenta anche dei risultati delle elezioni intermedie delle ultime 3 legislature, vediamo che il voto cattolico non ha mai fatto vincere nessuno. O meglio, ancora: il voto cattolico proprio non esiste.

L’esempio più eclatante di questa teoria sono le vicissitudini elettorali della Lega Nord, specialmente nella prima parte degli anni ’90. Il picco massimo raggiunto dai leghisti si registra nel ’93, dopo che i suoi successi e la crescente popolarità nei feudi democristiani come Brescia, Bergamo e Varese avevano portato il Papa a visitare il suo “elettorato” cattolico di quelle zone e provocato la chiara indicazione del Cardinale Martini a non votare per la Lega. Il risultato di queste intimidazioni è una reazione violenta di Bossi che arriva ad indicare nell’alto prelato un “tangentaro corrotto”.

Tutti erano concordi a prevedere un crollo della Lega che, invece, coglie in quella tornata il suo miglior risultato di sempre. Il seguito della storia leghista ha dimostrato ancora una volta che chi tocca il voto cattolico, muore. La politica delle alleanze della Lega post-ribaltone del ’94, ordito e realizzato in collaborazione con Buttiglione e la sua collaborazione con il governo Dini durata un anno, hanno portato il partito ad un livello del 2-4% dal quale non si è mai più risollevato. Evidentemente è la punizione che l’elettore del nord, in gran parte composto dal “popolo dei produttori”, ha riservato ad un partito che poteva sviluppare un’identità liberale e antistatalista e che, nonostante i suoi proclami contro Roma ladrona, si è appiattito su posizioni contrarie.

E’ indubbio che nelle tornate intermedie di quest’ultima legislatura il partito che si è indebolito maggiormente è Forza Italia. Ricordiamoci che alle elezioni europee del ’94 superò il 30% dei consensi. Ma era ancora un momento vissuto sullo slancio delle aspettative liberali e liberiste. Da allora, con fasi peraltro alterne, questo traguardo lo abbiamo visto solo con il cannocchiale.

Ancora una volta dobbiamo rilevare che una della ragioni principali di questo calo è dovuto al furto di voti a FI da parte dei centristi cattolici di Buttiglione e Casini. La clericalizzazone del Polo, con le complicità di una parte stessa di Forza Italia, rischia di essere quel fattore di declino irreversibile dal quale ci si potrà sottrarre solo con un’autentica e costruttiva politica laico liberale.

Hamas! Hamas! Hamas

Hamas, Hamas e ancora Hamas. Dopo la sua deflagrante vittoria, non si parla d’altro. E i commentatori si dividono in due fazioni: chi è pro-trattative e riconoscimenti e chi è contro.

Tra i primi Emma Bonino, la quale, nell’intervista sul Corriere fa autogol già nelle primissime affermazioni: “Hamas ha vinto e in campagna elettorale ha fatto promesse che dovrà mantenere”: e chi l’ha detto che dovrà mantenere qualcosa? Forse che improvvisamente Hamas è diventata un’organizzazione con una genesi fortemente democratica, abituata a confrontarsi con il giudizio dell’elettorato? Non mi pare. Emma, poi continua: “…e avrà bisogno di riconoscimento internazionale…”: perché forse non è già riconosciuta? Non intendiamo in quanto organizzazione terroristica ma come interlocutore dell’occidente. Non per niente nessuno ha messo in questione la sua legittimità di partito politico in queste elezioni.
Bonino, ancora: “Credo che con questi signori che hanno usato ed usano il terrorismo, si debba discutere, ponendo condizioni molto precise”. Emma non fa un riferimento preciso a quelle che dovrebbero essere le condizioni, anche se, nel seguito dell’intervista, parla di “mantenimento della tregua con Israele”. Se le condizioni si riducono a quello, ci sentiamo di dissentire completamente. L’unica vera condizione dovrebbe essere l’espressa rinuncia, nelle intenzioni e nei fatti, alla volontà di distruggere il paese loro vicino, senza la quale nessuno dovrebbe poter essere legittimato.

Magdi Allam, come sempre ben coerente sulle sue posizioni, è tra quelli che sostengono l’inopportunità di trattare. Nell’editoriale sul Corriere, non lesina pesanti critiche all’occidente, reo di continuare ad assumere atteggiamenti contradditori da un punto di vista politico e di mostrare debolezza nei confronti del terrorismo, perdonando ad Hamas centinaia di morti.

Ma la considerazione più interessante ed al tempo stesso più allarmante, è che qualsiasi organizzazione terroristica o criminale adesso sa che è sufficiente presentarsi come interlocutore politico, vincere un’elezione e assumere il potere: se questo processo si inserisce in un contesto formalmente democratico, sa anche che l’occidente non avrebbe nulla da obiettare. Infine Allam fa una affermazione inquietante: Hamas non potrà mai evolvere pacificamente e l’intenzione di distruggere Israele ne è una comprova. Conclude quindi che l’unico atteggiamento corretto sia quello di non trattare e di sostenere quegli interlocutori palestinesi che possano promuovere una società compatibile con i valore dell’occidente.

Angelo Panebianco, invece, non si schiera né da una parte o né dall’altra. Ci descrive due possibili scenari per il futuro. Cito solo il primo perché, nei fatti immediatamente successivi alla vittoria politica, Hamas già mostra di confermare: il governo palestinese terrà un atteggiamento apparentemente conciliante, responsabile, lascerà momentaneamente alle spalle i propositi terroristici e manterrà la tregua con Israele. Tutto ciò per consolidare la sua posizione governativa ed aspettare giorni migliori per rilanciare l’offensiva armata.

Credo che Panebianco abbia colto nel segno.

Hamas è già all’opera. Ci fa sapere che sono “desiderosi di dialogare con l’Europa e addirittura con gli Stati Uniti, sempre che….

Come Allam ha più volte sottolineato, i problemi principali nel processo di dialogo con molte organizzazioni arabo-islamiche, come, per esempio, i Fratelli Musulmani, sono la loro infinita ambiguità ed il loro dogmatismo tetragono.

Per questo non ci meraviglia sapere che, dopo la presa democratica del potere, Hamas abbia già teso le prime imboscate alle forze di polizia del proprio paese. Un perfetto esempio di ambiguità.

Se il buongiorno si vede dal mattino, non c’è nulla di buono da aspettarsi.

La Palestina come l’Algeria?

Si dibatte intensamente in queste ultime ore sulla vittoria a sorpresa di Hamas nelle elezioni palestinesi. In verità il risultato, pur essendo andato oltre le attese, era da prevedere anche perchè ci sono stato dei precedenti illustri come quello dell’ Algeria.

Siamo negli anni ‘80, l’Algeria è un paese ricco di risorse, controllato da una oligarchia di burocrati che hanno creato, nell’alveo dell’Africa maghrebina, una società con connotati abbastanza laici. La religione dominante è l’Islam ma c’è una netta separazione tra stato e potere religioso. Nelle moschee non ci sono fermenti integralisti. L’influenza di una classe alto-borghese e degli intellettuali, accademici universitari, è molto forte. Così pure dell’esercito, ben organizzato, pagato e conscio della vittoria nella battaglia anti-colonialista.

Ma c’è un elemento che mina la convivenza sociale. Uno di quei malcostumi che, se vanno oltre certi limiti, creano un risentimento nella massa della popolazione e diventano una potenziale mina per il futuro pacifico del paese: la corruzione.

La ricchezza è in mano a pochi, la burocrazia fa pesare i suoi privilegi permeando ogni aspetto della vita dei cittadini. In questo contesto qualcuno trova lo spazio per creare ampi consensi. E’ il FIS, organizzazione fortemente finanziata dall’Arabia Saudita, che, rapidamente, trova consensi tramite l’utilizzo di una strategia che solo oggi ben comprendiamo.

Questa si basa su alcuni pilastri, chiari e precisi: fornire assistenza ed un aiuto economico e sociale ai poveri, assicurandosene il supporto ed il voto in caso di elezioni; fare delle campagne di lotta alla corruzione; utilizzare il Corano come punto di riferimento certo per indottrinare la popolazione; creare luoghi propri di aggregazione, le moschee; risvegliare nella popolazione un sentimento di orgoglio nazionale, sull’onda della vittoria nella battaglia colonialista.

Alle elezioni del 1991 il FIS trionfa. Il governo, con il supporto di buona parte degli intellettuali e con l’esercito al fianco, dichiara l’organizzazione fuori legge e annulla il voto. Il FIS cala la maschera e, nei 6 anni seguenti, la guerra civile provocherà 150.000 - 200.000 morti.

La palestina ha avuto, fin’ora, un cammino simile. Con alcune differenze.

La prima è che l’ANP non aveva al suo fianco l’esercito. Anzi, l’esercito non c’è proprio in Palestina, ci sono solo un paio di poliziotti e dei guerriglieri. La seconda è che Hamas non è stata assistita e finanziata solamente da governi arabo-musulmani e neanche in modo tanto segreto. Ha ricevuto aiuti economici, ideologici, politici e di solidarietà da varie parti del mondo occidentale, anche in modo istituzionale. La ragione è che c’è di mezzo Israele e, si sa, quando è così i moti anti-sionisti possono riservarci delle sorprese. La terza è che chi deteneva il potere prima non era una oligarchia ma un dittatore che non ha permesso la creazione di una borghesia influente nè di una classe di intellettuali.

Inoltre il FIS non dava segni di potere essere un’organizzazione armata. Per lo meno non in modo così chiaro come Hamas. E questa è la cosa più grave: i palestinesi, al contrario degli algerini, sapevano di dare il voto ad un’organizzazione terroristica e sanguinaria.

Ma ciò che accomuna queste due situazioni è la domanda che ci dobbiamo porre circa un certo concetto di democrazia: possiamo accettare che organizzazioni palesemente terroristiche o che acquisiscono consensi al di fuori delle leggi possano partecipare ad elezioni democratiche? E come pensare di potere mettere al bando assciazioni politiche se inizialmente partecipano alla vita del paese in modo legittimo?

Io credo che, nel caso di Hamas, bisognava farlo, prima. Era legittimo per la democrazia palestinese, quella reale, non formale. In questo sono d’accordo con Magdi Allam e con Paolo di Lautreamont: l’ascesa (democratica) al potere di queste organizzazioni legittima formalmente la democrazia ma rischia di distruggerla nella realtà.

Dobbiamo ricordarci che Hamas per arrivare al successo ha utilizzato due strumenti illegittimi da un punto di vista giuridico e politico: lo scambio di voti con la popolazione (ti do aiuto, ti do soldi, mi dai il voto) e la promessa di uno stato palestinese senza Israele.

Ma forse la ragione vera della vittoria di Hamas sta da un’altra parte. E’ stata la debolezza dell’ANP, eredità diretta di quel dittatore di Arafat. Per Hamas è stato un gioco da ragazzi promettere più legalità, meno corruzione ed un riscatto. Lo potremmeo definire un populismo armato.

Qualcuno ha sostenuto che adesso non c’è più posto per le ambiguità, nè per noi (UE), nè per Hamas.
Ma chi è pronto a scommettere che sia veramente possibile interagire senza ambiguità per due modelli geneticamente ambigui? Stiamo parlando di qualcosa di reale o di un desiderio formale?

Quasi quasi ci penso…

Berlusconi è un tipo un pochino vanitoso. Forse lo sa, forse no. Comunque è un pò vanitoso. Per questo fa fatica a pensarci: a cosa succederebbe se, a meno di 3 mesi dalle elezioni, prendesse una decisione shock per la quale dovrebbe rinunciare al suo status. Parlo di concordare con i suoi alleati un personaggio politico diverso da lui che prenda subito in mano la leadership della CDL e che sia il candidato premier in caso di vittoria.

Certo che lasciare il posto, auto-licenziarsi sperando che, se tutto andrà bene, potrà poi risalire al Quirinale, non è cosa da tutti i giorni per il Cavaliere. Dovrebbe fare un ritiro solitario e meditare in modo approfondito su cosa succederebbe in questo paese se la CDL perdesse e se la coalizione “sinistra” riuscisse a stare in piedi per 5 anni.

Cinque lunghissimi anni di Bertinotti, Pecoraro, Rizzo, Diliberto, Finocchiaro, Angius, Salvi, Di Pietro, Rosi Bindi, Castagnetti e, ovviamente, di Prodi e di tutti gli altri; con contorno di magistrati, sindacati, corporazioni varie, poteri forti, le coop e le banche. Sempre che non ci si metta pure Pannella che mi sta pure simpatico.

Non ci resterebbe che emigrare, a noi e a lui.

Pare sia abbastanza chiaro che siamo fuori tempo massimo per la vittoria. Rove o non Rove, sembra proprio difficile che una riproposizione di contratti con gli elettori e di campagne mediatiche contro l’avversario comunista, possano riportare il Berlusca nel cuore degli elettori indecisi, quelli che nel 2001 un passo l’avevano fatto: votarlo per il cambiamento, per rivoltare il paese come un calzino. Ma i cambiamenti, si sa, fanno correre rischi e forse non se ne sono corsi abbastanza.

In ogni caso, se di cambiamenti vogliamo parlare, l’elettorato sul quale si dovrebbe puntare è quello che li vuole in senso liberale. Più libertà intesa come meno dipendenza da un sistema statale e privato che ci fa vivere tra gli scioperi Alitalia, le proteste no-TAV, i vagoni ferroviari lerci, i blocchi delle autostrade, gli sprechi nella sanità, nel sistema pensionistico, i privilegi delle corporazioni e così via.

E chi potrebbe rappresentare un’alternativa che non ci faccia rimpiangere il Cavaliere?
Proviamo a fare la conta.

Casini: troppo democristiano. Fini: troppo a destra. Tremonti: troppo antipatico. Pisanu: troppo basso e troppo sardo. Moratti: teniamocela a Milano, sennò finisce male pure lì. Formigoni: troppo rischioso se si scopre che ha messo lo zampino nell’affare Oil for Food. Letta: troppo impomatato. Maroni: troppo leghista. La Malfa: fa troppo 1a Repubblica. Alemanno: no, è praticamente un ex-comunista. Buttiglione: non se ne parla, ci perdiamo i voti gay. Castelli: parla solo brianzolo.

Io penso che varrebbe la pena scegliere un outsider. Uno bravo, inattaccabile, con un curriculum di tutto rispetto, i risultati alla mano, un profilo culturale ed umano altissimo e con un modo di porsi rassicurante; last but not least, un liberale D.O.C., sennò che rivoluzione è?

Scommetterei sul Prof. Antonio Martino, Ministro della Difesa, mi farei da parte e gli lascerei carta bianca.

Per me vinciamo alla grande.

“Mani in alto”!!

La legge è passata: Quella sulla legittima difesa.
Giaceva in qualche cassetto da mesi e finalmente qualcuno l’ha tirata fuori e ne ha fatto buon uso.

Parlano di vittoria della Lega che, in questo modo, si è assicurata un successo che le permetterà di superare gli sbarramenti della nuova legge elettorale. Jim Momo in uno dei suoi interessanti post, ne cita i nuovi articoli e ci fornisce un breve commento chiarificatorio.

E’ una legge che, per adesso, provoca poche reazioni. A parte i penalisti che protestano e dicono di essere stati sempre contrati, la destra plaude e la sinistra non si sbilancia. Certo è che sarà difficile trovarne molti di italiani contrari, a parte i delinquenti, dei quali gli italiani rimasti sono una minoranza.
Quindi tutti zitti; molte citazioni e poche opinioni. Quelle, forse, verranno dopo, quando i paladini del politically corrrect, inizialmente sbigottiti da tanta ovvietà, avranno ben raccolto le idee ed esterneranno qualche critica “costruttiva”.

A noi, invece, preme esprimerle subito le nostre opinioni e pure ad alta voce.
Certo possiamo trovare questa norma un pò rozza ma dobbiamo riconoscere che, a parte i principi sui quali si basa, principi sacrosanti, è una risposta ad un bisogno fondamentale dei cittadini: quello di sentire che lo stato è presente, che le leggi promulgate proteggono i più deboli, quelli che hanno paura a rientrare a casa la sera, che si svegliano di soprassalto la notte perchè sentono rumori strani.

E di paure gli italiani ne hanno, eccome se ne hanno. Siamo sommersi da cronache di assalti a ville e villette, a negozi e banche, da storie di furti, aggressioni e violenze: ogni volta ci chiediamo cosa noi avremmo fatto se ci fossimo trovati faccia a faccia con un criminale, magari armato e con gli occhi fuori dalle orbite.

Adesso sappiamo cosa possiamo fare, in quei pochi minuti nei quali si gioca tutto, nei quali la vita nostra e dei nostri cari è appesa ad un filo. E sappiamo anche che possiamo farlo senza che poi qualche giudice con il mal di testa e in un eccesso di zelo, ci costringa ad un calvario giudiziario che magari finisce pure male.

In punta di diritto possiamo chiamarla una riforma liberale. Tutela la proprietà e la libertà nella nostra sfera individuale. Entrambe inviolabili, coma ha fatto notare recentemente Il Foglio.

E il far-west? Se nei prossimi anni non saranno modificate le attuali norme sul porto d’armi, allora non parliamone neanche. Gli i italiani non posseggono armi e non sono avvezzi ad usarle e poi la loro eredita, al massimo, discende dai butteri maremmani, non dai cow-boys. E chiudiamola qui.

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