Ai docenti decenti

Durante la mia frequentazione liceale, negli anni ‘70, una delle materie che mi appassionavano di più era la filosofia. Studiavo in una scuola retta da religiosi che non poteva di certo essere considerata “marxista”. In 4a liceo, per un problema di avvicendamento di docenti, ci toccò un insegnante di filosofia che, per il suo aspetto fisico, portamento, verbo e per i contenuti delle sue lezioni, personificava perfettamete la figura dell’intellettuale di sinistra, emergente e post-sessantottino.

In barba ai programmi ministeriali e per qualche non ben definita pseudo tolleranza della direzione della scuola, passammo tutto l’anno scolastico a leggere e studiare un solo testo, evidentemente da lui vissuto come l’unico degno di rappresentare il pensiero filosofico: il “Manifesto” di K. Marx.

Non so cosa succcesse ai miei compagni, a me di certo non successe niente, nel senso che la mia visione del mondo e le mie idee politiche embrionali non cambiarono minimamente ma in un altro contesto scolastico è indubbio che un intero anno di lavaggio del cervello di esclusivo stampo marxista avrebbe potuto provocare profondi cambiamenti nelle menti di molti studenti. Ed in effetti così fu, e così è, in molte parti del nostro paese e del resto del mondo.

Viene da chiedersi perchè un insegnante possa arrogarsi il diritto di indottrinare i propri studenti obbligandoli, senza alternativa, a studiare e ristudiare un pensiero filosofico che esprime una visione del mondo parziale; ma a questa obiezione si potrebbe rispondere che è una questione di scelte e che si può ritenere Marx altrettanto fondamentale di Cartesio o Platone.

Cosa succede, però, se vi è un tentativo di propagandare una certa ideologia filosofico-politica nelle scuole e nelle università durante le lezioni che non hanno niente a che fare con quell’argomento? Che tipo di rispetto si potrebbero aspettare gli studenti iscritti a facoltà scientifiche o di altro tenore, che sono obbligati a subire l’indottrinamento da parte di insegnanti ferocemente anti-sionisti o anti-americani o anti-bushiani o anti-berlusconiani o anti-il-contrario di tutto ciò? Il tutto in un contesto di strisciante indifferenza ed omertà e senza che i genitori possano influenzare i comportamenti dei docenti e le decisioni delle scuole?

In questi giorni questo tema è particolarmente dibattuto negli Stati Uniti a causa di un sito aperto di recente dalla “Bruin Alumni Association“, un’associazione di studenti di una importantissima università californiana, la University of California Los Angeles - UCLA. La messa alla berlina di illustri professori (esempi qui, qui e qui), rei di inondare le lezioni con comizi politici infarciti di una buona dose di faziosità, è stato immediatamente bollato come un ritorno al più bieco maccartismo. Sicuramente a nessuno di questi docenti farà piacere apparire su un media nel quale si rivelano le loro tendenze politiche ed i loro metodi di insegnamento ma, se vogliamo rimanere obbiettivi e rispettare le libertà di tutti, liberi loro di distribuire sermoni agli studenti, liberi gli studenti di esporre i sermoni all’opinione pubblica.

Io, personalmente, a mia figlia di 7 anni consiglio di concentrarsi per adesso sullo studio delle cartine geografiche, anche di quelle palestinesi, israeliane e irakene e non su quello che di politico avviene all’interno di quei confini: più tardi, se lo vorrà, potremo, liberamente, affrontare aspetti politico-filosofici. Se lo vorrà e liberamente. Se non lo vorrà e, liberamente, il mio ruolo di genitore sarà quello di evitare che qualcuno possa allungare le mani sulla sua mente, adescarla e manipolarla, senza che lei lo voglia e togliendole la sua sacrosanta libertà.

Scacco al re in una mossa

Possiamo dividerci sull’opportunità di avere intrapreso quella che molti definiscono una “guerra” ed altri una “missione” ma su una cosa risulta difficile non trovare un punto di incontro: se l’abbiamo fatta, l’abbiamo fatta bene. Bene nel senso che il governo, sotto la sapiente regia del Ministro della Difesa, Antonio Martino, ha mantenuto un comportamento lineare e coerente nella gestione fattuale e mediatica di questo processo.

L’unico vero incidente è stato l’attentato che ha provocato la morte di nostri connazionali a Nassirija che, forse, si poteva evitare. Per il resto e nonostante l’ostilità ed i pregiudizi di buona parte del mondo politico, dell’opinione pubblica, degli inviati di ONG italiane e di parte dei media, gli italiani hanno centrato gli obbiettivi che si erano posti, hanno mantenuto una posizione equilibrata, senza comportamenti scandalosi come in Somalia, rispondendo in modo ordinato ed efficiente agli attacchi ed hanno fornito alla popolazione ed alle neo-insediate autorità irachene un sostegno positivo e concreto per la ricostruzione del paese. Non ultima, va rilevata una insospettabile capacità di relazionarsi alle autorità religiose sciite, senza il cui supporto non si sarebbe potuto fare così tanto.

In tutto questo scenario, Martino ha sempre tenuto un profilo basso, accorto, attento a non esporsi eccessivamente e, ben conscio del fatto che, avendo la maggioranza degli italiani contro, non era sul terreno della discussione politica che avrebbe giocato la partita ma su quello dei fatti. E i fatti gli hanno dato ragione.

Adesso che siamo in fine di legislatura Martino ci mostra che non è stato solo capace di gestire al meglio una situazione difficilissima ma che, anche da un punto di vista politico e mediatico, è in grado di sfidare gli avversari. A campagna elettorare avviata, piazza un uppercut politico alla sinistra e annuncia che ritireremo le truppe entro la fine del 2006.

Questa decisione ed il suo annuncio ben gestito dal un punto di vista della comunicazione, di fatto espropriano la sinistra di uno dei temi principali sui quali basare l’assalto alla CDL in vista delle elezioni. Martino non ha voluto fare lo stesso errore di Aznar e mette il suo partito ed i suoi alleati in condizione di affrontare il giudizio dell’urna con la gestione del problema Irak nelle proprie mani. D’altronde sarebbe stato un grosso errore prendersi tutti i riflessi negativi della missione e lasciare all’Unione e soci la possibilità di presentarsi trionfanti agli elettori, con i meriti di chi conclude per il meglio un’avventura considerata fallimentare.

Se il Centro-Sinistra vincerà le elezioni non potrà più utilizzare i primi “100 giorni” per togliere facilmente consensi agli avversari sul terreno della politica estera, anzi, non potrà fare a meno di affrontare problemi anche più scottanti di quell’area, come quello Iraniano e Palestinese. Vedremo che ne dice Bertinotti.

Enigmi “sinistri”

Torno sull’argomento OPA Unipol-BNL, già toccato nel mio post del 16 gennaio ma questa volta non per citare il fustigatore folle, aka Marco Travaglio il quale, si sa, oltre al gusto per i racconti sul Cavaliere, vagamente calunniosi, ha una più generale passione per gli aneddoti giudiziari di torbida fanta-politica che dispensa a danno degli uni e degli altri e che quindi potrebbe essere considerato personaggio di dubbia affidabilità.

Cito invece un esponente storico della sinistra, opinionista della prima ora della scuderia Espressiana, personaggio scomodo oltre che intellettualmente onesto, tale Giampaolo Pansa. Egli scrive di “Qualche mistero nel Botteghino di Piero”, quel Fassino ormai prossimo al ricovero clinico a causa dello stress provocato dalla vicenda della famosa OPA.

Di Fassino in persona hanno già scritto in troppi, meglio se gli risparimamo ulteriori spari sulla Croce Rossa visto che dopo l’ultima tenzone televisiva con Fini pare che sia in rianimazione.

Invece Pansa, prendendo spunto da un’intervista di Giannini su Repubblica, pone dei legittimi quesiti ai suoi compagni di ventura ai quali, purtroppo, fin’ora non abbiamo avuto risposta. Non dice che i DS dovrebbero adoperarsi per fare chiarezza sulla destinazione dei 50 (300…?) milioni Euro (sic!) del tesoretto di Consorte e non parla neanche in nome del valore della superiorità etica della sinistra: fa delle considerazioni semplici ed ovvie che prendono spunto dai comportamenti rilevati nelle intercettazioni e nelle dichiarazioni pubbliche dei boss del partito.

E quindi: è vero, come è vero, che Consorte aveva detto a Fassino che stava per impossessarsi di una delle principali banche italiane con metodi criminogeni, violando alcune basilari norme del diritto civile e penale? E’ vero, come è vero, che i DS sapevano che Consorte faceva affari da tempo con una schiera di personaggi “al limite, come minimo, del codice penale”? E’ vero, come è vero, che il tesoriere del partito, tale Sacchetti, tramava con Consorte per favorire il buon esito dell’OPA con manovre torbide e poco trasparenti? E’ vero, come è vero, che D’Alema, da sempre “difensore totale” dell’operazione ha cambiato radicalmente opinione?

E perchè tutti questi “enigmi” restano a tutt’oggi senza risposta?
Pansa conclude che l’ultima cosa che di dirigenti DS vogliono è chiarire questi misteri: le elezioni cancelleranno tutto.

E, dico io, fino ad allora, magari, potrà emergere la verità: era tutto sacco della farina di Berlusconi. Ohibò!

Vooolaaareeee!!! Oh, Oh!!

EasyJet, una delle compagnie aeree low-cost leader in Europa, protesta per la prossima acquisizione di Volare da parte di Alitalia: “(EasyJet)…è allibita che sia sempre più probabile il take over di Volare, compagnia italiana che aveva dichiarato fallimento, da parte di Alitalia, compagnia di bandiera anch’essa a rischio di fallimento”.

Alitalia e Volare hanno tante cose in comune ma una in particolare: sono aziende che da anni continuano a sottrarsi alle più elementari regole di un qualsiasi mercato libero. Per fare un esempio, Alitalia ha ricevuto 4,4 miliardi di Euro dallo stato italiano negli ultimi 10 anni e Volare gode della protezione della legge Marzano. Nel frattempo entrambe hanno prodotto soprattutto distruzione: di ricchezza economico finanziaria, di posti di lavoro, di servizi resi e di immagine per il nostro paese.

A leggere queste considerazioni sembrerebbe stessimo parlando di un’azienda di un paese social-comunista mentre si tratta del nostro paese, governato da una maggioranza che ambiva ad una politica economica di stampo liberista e governato anche da un sindacato sempre arroccato su posizioni dalla quali non recede quando si tratta di discutere di “privilegi”, anche a scapito dei livelli occupazionali.

La domanda sulla liceità di questa acquisizione si pone in modo imperativo: perchè una società di stato come Alitalia decide di spendere 38 milioni di Euro per acquistare un suo concorrente decotto? Perchè non si preoccupa innanzitutto di fare il necessario e doveroso giro di boa per competere con i suoi concorrenti privati nell’arena nazionale ed internazionale?

La risposta sta nel fatto che il nostro paese continua ad essere malato di un’incapacità ad aprire i propri mercati in settori che sono stati sempre fonte di protezionismo, assistenzialismo e privilegi. Questa acquisizione non ha lo scopo di rafforzare Alitalia ma di impedire che l’uscita di scena o il passaggio di mano di Volare ad un concorrente possa, appunto, …aumentare la concorrenza.

Volare perde soldi ma è proprietaria di slot in aeroporti strategici, slot che non devono finire nelle mani di qualcuno che, senza aiuti di stato e senza mafie sindacali ma, solo con la forza della propria capacità gestionale, possa produrre il miglior servizio a prezzi competitivi. Quello dell’apertura dei mercati, del miglioramento ed incremento continuo della produttività, dell’innovazione, degli investimenti e della competizione sembrano essere obbiettivi sempre più lontani, specialmente oggi che si avvicina l’avvento di una coalizione capeggiata da colui che, meglio di chiunque altro, personifica la figura del boiardo di stato.

Viva “Zapaznar”!

Il governo Zapatero, il linea con il suo programma elettorale, prosegue la politica di riduzione della pressione fiscale.

Questa volta riguarda i cittadini meno abbienti, i quali non pagheranno più imposte fino ad un reddito di 10.000 Euro.
Non è una decisione da poco visto che ne beneficeranno circa 4 milioni di contribuenti e che comporterà, nell’immediato, una diminuzione delle entrare di 2,5 miliardi di Euro.

La cosa sorprendente per un governo che è stato appunto definito “zapaterista”, termine spesso tanto caro a coloro che hanno una visione ideologizzata e distorta della progressività impositiva, è che ha annunciato una probabile riduzione anche dell’aliquota massima dal 45% al 42%: quindi ben 3 punti percentuali regalati ai “ricchi”.

Zapatero non rappresenta certo il mio modello di premier ma bisogna riconoscergli, in questo caso, una buona dose di pragmatismo. Non che si sia inventato qualcosa di rivoluzionario, semplicemente ha notato che la costante e determinata politica di riduzione del carico fiscale sui redditi operata per anni dal suo predecessore J. Aznar, ha dato frutti ai quali non si può facilmente rinunciare: aumento dei redditi, aumento dei consumi, aumento dell’occupazione, aumento dei redditi, aumento dei consumi ecc ecc. ed infine aumento delle entrate dello stato.

Insomma un bel circolo virtuale che ha portato le finanze dello stato a registrare un avanzo annuo di ben 7 miliardi di Euro e che vede la Spagna crescere costantemente al di sopra della media degli altri paesi UE maggiormente industrializzati.

Pensate dove saremmo oggi se la CDL, nei primi giorni del suo governo, avesse fatto quello che Berlusconi aveva promesso e cioè la riduzione delle imposte sui redditi delle persone a due aliquote (23% e 33%).

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