I nostri porti, la nostra sovranità

Il “Committe of Foreign Investment”, organizzazione governativa degli Stati Uniti, ha approvato, per un controvalore di 7 miliardi di dollari, la vendita della quota di maggioranza di 6 dei principali porti marittimi della costa orientale ad una società controllata da investitori privati e dallo stato del Dubai (Emirati Arabi Uniti).Apparentemente la commissione, nella decisione che ha portato al benestare, ha operato secondo gli standard della sicurezza nazionale e seguendo le procedure CFIUS del Ministero del Tesoro. Sono state coinvolte diverse agenzie governative - Homeland Security, Department of Defense and Justice tra le altre – in quanto vi è una revisione severa di tutte le proposte di investimento da parte di stranieri ogni volta che è coinvolta la sicurezza nazionale.

La domanda che George.W.Bush deve ora porsi, prima di dare il definitivo nulla osta a questa operazione (che dovrebbe essere chiusa entro il 2 Marzo), è: se è vero che molti degli attentatori del 9/11 sono passati da vari paesi degli Emirati Arabi e se è vero che una quantità significativa del denaro affluito nella casse di Al-Qaeda è transitato su conti di banche di quel gruppo di paesi, non possiamo dedurne che hanno dei grossi problemi a controllare le loro frontiere ed i flussi finanziari nelle loro banche?
E quindi perché gli Stati Uniti dovrebbero affidare la gestione delle frontiere portuali di 6 importanti porti a gente che non sa gestire nemmeno le proprie?

George, non farci un brutto scherzo, please.

Hamas: non erano “cambiati”?

A proposito di web site e web blogs liberi ed indipendenti: questo è l’ultimo video pubblicato in Febbraio sul sito “indipendente” di Hamas, indipendente perché la sua pubblicazione non dipende dalla sacralità della vita ma dalla cultura della morte.

Questo, questo, questo e questo sono invece degli estratti di documentari diffusi più volte alla televisione palestinese, sull’indottrinamento dei bambini allo “Shahada” (morire per Allah in battaglia) e diventare quindi uno “Shahid”.

Qualcuno credo veramente che sia possibile “trattare” con un’organizzazione come Hamas? O qualcuno crede che video di questo genere siano solo messe in scena?

E sì che adesso sono governo “democratico” di un “paese democratico”

Io credo che dobbiamo cominciare a preoccuparci veramente.

Sosteniamo questo sciopero

I sostenitori della necessità di abbandonare qualsiasi velleità bellica per liberare i popoli oppressi, dovrebbero scendere in piazza in questi giorni e protestare. Dovrebbe essere una protesta vibrante, accesa, dai toni minacciosi. La minaccia dovrebbe essere rivolta a tutti quei mass media del mondo occidentale che fanno gli struzzi ogni volta che potrebbero pubblicare, dandone pure un certo risalto, notizie tanto care ai soloni del politically-correct: essa dovrebbe contenere il rifiuto a guardare i loro programmi o a leggere i loro articoli.Quindi, in definitiva, dovrebbero protestare contro sé stessi e contro i loro amici e colleghi della televisione e della carta stampata che, presi da un tumulto, si sono affrettati a lavorare sulle immagini e sui pezzi che descrivono gli orrori di AbuGhraib o sulle notizie dei disordini che ci arrivano dal mondo islamico per la questione vignette (cito solo alcuni esempi).

Ne consegue che nel caso in questione ed anche in tante altre occasioni, nonostante abbiano la possibilità di dimostrare con i fatti il loro sdegno ed il loro disaccordo, questi sostenitori non possono protestare e non protestano.

A protestare invece ci pensano, guarda un po’, quelli che potrebbero anche fare a meno di osservare le vicende di qualche povero autista di autobus musulmano: parlo della “piccola” borghesia americana, fotografata da un giornalista durante una manifestazione davanti all’”Iran Interest Section” il 15 Febbraio scorso a Washington.


Per chi non lo avesse capito, stiamo parlando dello sciopero degli autisti di autobus iraniani, del trattamento che gli sta riservando il regime e del motivo di questa protesta: la richiesta di scarcerazione del leader del loro sindacato.


Tutto ci saremmo aspettati fuorché uno sciopero in Iran. Sì perché lì, per molto meno, si rischia l’amputazione di un arto, la fustigazione o addirittura la pena capitale.

L’opinione pubblica occidentale sta facendo, con buone ragioni, molto chiasso per i comportamenti del regime di Teheran in relazione alla ripresa del programma nucleare. In compenso l’attenzione sui problemi interni della popolazione è quasi nulla a partire dal processo “democratico” con il quale si sono svolte le elezioni, precedute dalla messa fuorilegge di un gran numero di partiti, associazioni e gruppi di cittadini dissidenti, dissenzienti e contrari al regime teocratico e alle leggi della sharia.

La questione dello sciopero è molto semplice: dalla fine di gennaio, il regime ha iniziato una repressione, operando con incredibile brutalità centinaia di arresti di scioperanti e costringendo molti di loro a desistere sotto la minaccia di un immediato licenziamento.

Chiunque voglia dimostrare la sua solidarietà, può firmare qui una petizione.

Nessuno di noi auspica che la definitiva liberazione di tutti i popoli dalle tirannie sia ottenuta solo attraverso degli interventi bellici. Se ci sono strade pacifiche, dobbiamo per perseguirle.

Purtroppo ci pare che proprio coloro che predicano un mondo di pace, siano alquanti impermeabili alle istanze di cittadini pronti a mettere in gioco la propria incolumità attraverso uno sciopero per innescare un qualche processo di trasformazione della società oppressa e di rovesciamento pacifico di un regime.

Non è sempre possibile che le situazioni evolvano come all’epoca della caduta del Muro di Berlino o della rivoluzione arancione in Ucraina. Dovremmo invece fare uno sforzo collettivo per alimentare qualsiasi movimento pacifico di destabilizzazione degli impianti dittatoriali, utilizzando i mezzi che i nostri tempi ci mettono a disposizione: primo fra tutti quello mediatico ed anche quello delle proteste pubbliche. Questo per fare sentire a coloro che lottano per la sopravvivenza della loro libertà e dignità che l’occidente, già libero, non è indifferente e non antepone le proprie convenienze economiche e politiche al loro sostegno morale e materiale.

Proviamo a pensare dove saremmo oggi se gli U.S.A., l’Europa ed anche Israele avessero speso i miliardi di euro, fino ad oggi versati alla Palestina (e finiti chissà dove), per una continua azione di informazione e di propaganda mediatica sui valori di libertà e di rispetto dei diritti dell’uomo e della donna tipici della nostra civiltà…

Invece dobbiamo assistere a questo atteggiamento di indifferenza che neanche l’articolo del Washington Post sullo sciopero iraniano, pubblicato però solo in occasione della protesta americana, può cancellare.

Per fortuna qualcuno ha inventato i blog, le uniche voci indipendenti e libere.

“Liberalizziamo” fa rima con “Gliele suoniamo”

La Voce.info è una comunità virtuale poco conosciuta al grande pubblico ma molto apprezzata dagli addetti ai lavori.

La qualità dei redattori e dei collaboratori di questo think tank è indiscutibile e basterebbe trarre ispirazione da molti dei loro articoli pubblicati sul sito o su organi di informazione della carta stampata per gestire in modo efficace innumerevoli e variegati aspetti della vita politica nel nostro paese.

Cosa si propongono questi sopraffini intellettuali?

Il sito lo dichiara in modo molto preciso e trasparente: “…informare ed offrire uno strumento d’approfondimento per chi non si accontenta del giudizio sommario e delle parole d’ordine…Vogliamo essere competenti nella critica, provocatori nei contenuti ed equilibrati nelle proposte.”

Una dichiarazione autenticamente “liberal”.

In effetti la lettura attenta degli articoli ci conferma che le intenzioni corrispondono alla realtà e possiamo tranquillamente sostenere che vi sia uno spirito “liberale” ed “indipendente” che muove la penna di questi economisti.

Francesco Giavazzi ed Alberto Alesina sono due tra i più illustri esponenti di questo gruppo. Giavazzi fa parte del corpo accademico di una delle più importanti università italiane di economia, l’Università Bocconi di Milano ed è editorialista per il Corriere mentre Alesina è professore ad Harvard e scrive sul Sole24Ore.

Cito i due perché in momenti diversi, anche se ravvicinati, hanno scritto due articoli con contenuti molti simili.

L’articolo di Giavazzi apparso sul quotidiano di via Solferino il 25 Novembre 2005 fa pendant con quello di Alesina sul Sole di ieri in prima pagina. Il primo è stato steso sotto forma di “suggerimento” per le misure da adottare nei primi 100 giorni ad un prossimo governo Prodi, quasi come se il risultato delle elezioni politiche fosse già scontato. E, probabilmente, i sondaggi di quel periodo gli davano ragione. Il secondo, scritto dopo che in breve tempo gli eventi e gli umori hanno cominciato a destabilizzare l’elettorato “indeciso”, suona un po’ come una campana a morte per l’Unione e per il suo programma. Di sicuro traspaiono nello scritto del buon Alberto una certa tristezza, delusione ed una chiara stroncatura. E non senza buone ragioni.

Il programma dell’Unione è una comica.

Fausto Bertinotti, poche ore prima della sua pubblicazione, ha fatto una dichiarazione televisiva nella quale ha giustificato la corposità del documento nella necessità, per una coalizione che ambisce al governo del paese, di offrire un serio e completo punto di riferimento a tutti gli elettori per le risposte a qualsiasi necessità della loro vita quotidiana. Ha detto quindi che chiunque abbia un problema, sfogliando il programma, può trovarne la soluzione. Perfetto.

Peccato che la percentuale dei cittadini che faranno lo sforzo disumano di documentarsi (mi pare siano 281 pagine), sia un’equazione tendente allo zero, il che rende le intenzioni di governo del Centro-Sinistra incomprensibili ai più e l’utilizzo del programma da parte dei cittadini una chimera.

Quindi votare Prodi è, oggi ancor più di ieri, un atto di fede basato su una Bibbia scritta in aramaico.

I partiti del Centro-Destra dovrebbero tenerne buon conto e pare che Berlusconi, pur rinunciando a malincuore al suo bene amato “contratto”, punti ad un programma sintetico, basato su pochi punti.

Ed è qui che i due scienziati della materia economico-politica potrebbero tornare utili.

Le argomentazioni salienti sui quali si basano i loro due articoli sono un “Inno alla libertà”, proprio come il titolo del mio blog.

Primo: mettere le centrali del mondo accademico in concorrenza fra di loro per aumentare la qualità del corpo docente ed attrarre il maggior numero di studenti.

Secondo: introdurre la concorrenza all’interno delle libere professioni ed eliminare gli albi.

Terzo: privatizzare e liberalizzare, liberalizzare e privatizzare, sciogliere la Cassa Depositi e Prestiti e collocare in Borsa le azioni delle società da essa detenute.

Quarto: aprire il mondo del lavoro ad una autentica concorrenza eliminando il tabù del licenziamento ed introducendo il modello danese di solidarietà per i disoccupati.

Quinto: ridurre in modo drastico i costi amministrativi e burocratici per le imprese, il miglior incentivo per incrementare la produttività del nostro sistema industriale.

Sesto: mandare a casa tutti i burocrati di stato che non abbiano le qualità e l’indipendenza per dirigere le cosiddette “authorities” (misura in parte già attuata con la dipartita di Fazio).

È chiaro che ci sono dei principi fondanti in queste linee guida: quelli della concorrenza e della liberalizzazione che generano maggiori libertà ed efficienze per il cittadino-consumatore (a questo proposito consiglio di leggere un bellissimo articolo di Jim Momo), ma allo stesso tempo c’è un carattere di solidarietà e di etica che potrebbe differenziare una cultura europea da quella anglosassone.

Non possiamo certo pensare che pochi punti possano bastare per delineare un intero programma elettorale e di governo; ciò nonostante qualcuno dovrebbe azzardare un programma molto sintetico, dal quale declinare poi l’azione propositiva ed esecutiva del governo, in contrapposizione al fiume di demagogismi e populismi dell’asse di Centro-Sinistra. Insomma un’enunciazione fatta per “principi” liberali e rigoristi per spiazzare l’opposizione, un blitz degno del miglior stratega militare.

La CDL annuncia un programma in dieci punti. Non sono certo comparabili con il “maremagnum” degli amici “sinistri”: speriamo solo che i punti siano pochi, ma buoni.

Abu Ghraib sì, vignette no: perchè?

Le foto ed i filmati scioccanti delle torture subite da semplici essere umani nel carcere di Abu Ghraib stanno facendo il giro del mondo.Le foto sono vecchie anche se non sono mai state pubblicate. Sono comunque una vergogna per tutti noi, convinti che il nostro mondo occidentale abbia raggiunto livelli di civiltà che proteggono chiunque da simili accadimenti.

Credo che non ci sia bisogno di discutere o commentare ulteriormente su questo punto: c’è bisogno di identificare i responsabili condannarli a pene severissime e fare tutto ciò che è in nostro potere per impedire che altri ripetano queste azioni.

Allo stesso modo, però, c’è bisogno di riflettere sui comportamenti dei cosiddetti MSM (Mainstream Media), con particolare riguardo al loro atteggiamento ambiguo ed opportunista di questi ultime settimane.

Nel caso delle vignette maomettane, ai pochi editori coraggiosi che hanno deciso di ripubblicarle in nome della sacra libertà di espressione, si sono contrapposti una moltitudine di MSM occidentali di tutti i continenti che hanno ritenuto più conveniente censurare i loro notiziari rifiutandosi di “offendere” la sensibilità del popolo islamico. I disegni danesi potevano essere un ottimo scoop ma molti hanno preferito non gettarsi a capofitto nella loro pubblicazione perché, per un gioco di checks and balances, meglio uno scoop di meno oggi che una redazione incendiata domani.

Allo stesso modo, nessuno, o quasi, si preoccupa di fare circolare, anche ad una velocità inferiore di quella delle immagini irakene, le foto dei pezzi di cadavere e delle teste mozzate di chi si trovava nel posto sbagliato al momento sbagliato e che ha incontrato sul cammino della sua vita una morte precoce per mano di un kamikaze.

Invece la sensibilità delle forze armate americane e britanniche e la loro reputazione, sicuramente messa in crisi da questi episodi, non hanno fatto altrettanto commuovere questi esimi direttori di testate giornalistiche e televisive. Ed ecco quindi alzarsi in volo uno stormo di rapaci che sono piombati con gli artigli sfoderati su queste immagini, pubblicandole, non appena si è aperto un varco nella riservatezza dell’apparato giuridico e militare occidentale. Poco importa se il comportamento di pochi sconsiderati, che il nostro sistema giuridico dovrà punire (a differenza di quello di paesi teocratici o dittatoriali), possa minacciare la reputazione e mettere a repentaglio l’incolumità di migliaia di soldati che con la loro professione ed il loro coraggio svolgono un’azione preziosa per la comunità.

E poco importa se nessuno vorrà o potrà opporsi a questo doppiopesismo giornalistico perché ciò che conta sono le copie vendute e gli audience. Poco importa, soprattutto, se la motivazione è solo un mercato potenziale di 1,3 miliardi di persone, tanti sono gli abitanti della galassia musulmana.

La domanda “Perché le foto di AbuGhraib sì e le vignette no?” appartiene ad una razza di intellettuali ed opinionisti ormai in via di estinzione.

Intanto Al Jazeera ha annunciato l’inizio della sua marcia alla conquista del pubblico musulmano (e non) occidentale. Presto saranno aperte emittenti in Gran Bretagna e negli USA con palinsesti creati ad hoc per noi.

Se uno degli strumenti più pacifici ed efficaci per liberare dall’oscurantismo i cittadini dei paesi oppressi dalle dittature è la creazione di una cintura mediatica attraverso la quale tutti possano assaporare immagini e parole di libertà e se questo mezzo non siamo stati capaci di metterlo in opera, non lamentiamoci poi se qualcuno, più risoluto ed unito, ci cingerà mediaticamente convincendoci che, alla fine, è meglio rinunciare a poche vignette per garantirsi sia l’incolumità terrena che una splendida vergine extra-terrena.

Di certo, agli sponsor nostrani della censura pro-islamica e della propaganda anti-occidentale, tutto ciò pare interessare parecchio.

Chiudi
Invia e-mail