Esplosione demografica: il “rientro dolce”

Il Prof. Luigi De Marchi, Presidente della Società di Psicologia Politica, è uno dei miei principali ispiratori forse perchè è un liberale doc uno psicologo sopraffino ed è pure un pò mangia preti….. Spesso vicino alle posizioni radicali ma non appartenente al partito, ha scritto alcuni libri di psicologia, sociologia e di temi politici spesso difficili da reperire nelle librerie.
Ne ho letti alcuni e devo ammettere che le sue teorie mi affascinano. Una delle più significative è quella sulla bomba demografica, causa di innumerevoli sventure del nostro pianeta, non ultima la pressione politica che il mondo islamico sta facendo sull’Europa.
De Marchi è uno dei soci e sostenitori dell’Associazione Rientro Dolce il cui scopo è quello di indicare le possibili strade per una riduzione drastica (fino a 2 miliardi di persone) della popolazione planetaria nel rispetto delle libertà e dei diritti umani.
Recentemente una lettera di Marco Pannella su qusto argomentoè stata pubblicata sul blog di Beppe Grillo.

Qui di seguito la trascrizione di un intervento di DE MARCHI a Radio Radicale dello scorso 20 Gennaio
. Vi consiglio di leggerla, anche se è un pò lunghina, perchè è illuminante.

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L’ultimo numero de “L’Espresso” dedica il suo servizio di copertina intitolato con malcelata soddisfazione “Sorpasso atomico” ad un evento tanto significativo quanto sottaciuto dalla maggior parte dei media: e cioè al crollo di quella maggioranza che, 18 anni fa, con uno storico referendum “affossò la produzione di energia nucleare nel nostro paese, sbaragliò la pressione di fortissime lobby economiche e finanziarie e sancì il peso del movimento verde nella nostra vitapolitica”.
Un recentissimo sondaggio d’opinione della Swg pubblicato dall’”Espresso” ha rivelato che, mentre fino a qualche anno fa il rifiuto dell’energia nucleare era condiviso dalla maggioranza degli ita! liani, oggi quel blocco maggioritario è crollato dal 54% al 44%, mentre i favorevoli al nucleare sono balzati dal 40 al 47%. Anche la paura dilagata nella popolazione dopo il disastro di Chernobyl – continua il settimanale – si è dissolta: oltre il 60% degli intervistati dichiara infatti di non ritenere più molto pericolosa la presenza degli impianti nucleari sul nostro territorio.
Perché?
“L’Espresso” elenca puntigliosamente le cause di questa improvvisa apertura dell’opinione pubblica nei confronti di una produzione energetica che espone il mondo al rischio di disastri capaci di distruggere la civiltà umana per sempre (anzi no, scusate, solo per 24.000 anni). Il fattore primario di questa corsa al nucleare, secondo il settimanale della sinistra intelligente, starebbe nel fatto che la minaccia di un taglio alle forniture russe di gas ha fatto capire ai popoli europei infreddoliti che la Russia può ormai condizionare pesantemente le loro economie: e ciò li spaventerebbe d! i più del rischio d’un disastro atomico. E, ricorda “L’Espresso”, alla minaccia russa si aggiunge il costo sempre più alto del petrolio. Già ora, il caro-bolletta sta pesando sulle abitudini degli italiani, riducendo l’illuminazione e il riscaldamento delle abitazioni.
Cionondimeno i consumi globali continuano a crescere: se ciascun occidentale consumava 8,3 kilowattore l’anno nel 2002, nel 2025 ne consumerà 10,6. E noi italiani siamo già sul libro nero dei firmatari del protocollo di Kyoto (che si sono imp egnati a ridurre le emissioni di gas nocivi) perché, proprio a causa del nostro rifiuto del nucleare, abbiamo dovuto affidarci alle centrali termo-elettriche, bruciando idrocarburi e appestando l’atmosfera 5 volte di più della media europea. Del resto il modesto incremento dei consumi europei è una quisquilia in confronto a quello della Cina, dell’India e di vari altri paesi in via di sviluppo che va crescendo a ritmi vertiginosi e sta scatenando un’impennata sempre più ang! osciante nei prezzi del gas e del petrolio.
Ma, così solerte nel presentare tabelle e grafici che documentano la crisi energetica in atto e all’orizzonte ed i suoi presunti “fattori primari”, “L’Espresso” non dice una parola, secondo il costume, anzi il malcostume tipico dei grandi media di destra e di sinistra, di sopra e di sotto, sul fattore davvero primario di questa epocale crisi energetica e della corsa generale al nucleare e ai suoi disastri: la pressione insostenibile della popolazione non solo nel Terzo Mondo, ma anche nei paesi europei. Sì, anche nei paesi europei, sebbene le nostre dirigenze sembrino preoccuparsi solo d’incentivare.
Per parte mia, non ho di certo rimorsi di coscienza. Oltre 45 anni fa, nella mia opera prima (“Sesso e civiltà”, Laterza Editore) definivo l’esplosione demografica “la conseguenza più catastrofica del folle rifiuto di ogni misura denatalista da parte delle autorità costituite e delle organizzazioni internazionali”. ! E già trent’anni fa, mentre i fascistelli rossi del sinistrese mi definivano “agente della CIA” perché lottavo contro la generale negazione della questione demografica, in un Convegno organizzato con Aurelio Peccei ricordavo che la prosperità europea era costruita su una gigantesca economia di trasformazione a sua volta basata sulla massiccia lavorazione di materie prime importate a prezzi di rapina con energie importate a prezzi di rapina e segnalavo l’urgenza di un’azione denatalista non solo nel Terzo Mondo (ove la popolazione raddoppiava ogni vent’anni, impedendo ogni seria lotta contro la fame e la povertà) ma anche nell’Occidente avanzato e soprattutto in Europa (ove la densità altissima associata ad altissimi consumi di materie prime ed energie creava un pericoloso squilibrio tra popolazione e risorse del territorio e una pericolosissima dipendenza dell’Europa da governi tirannici e fanatici per la copertura dei suoi bisogni energetici). Ma quei mie appelli sono caduti nell’indifferenza o nella derisione per quasi mezzo secolo. E perfino i “verdi” italiani e stranieri (non a caso provenienti spesso dal fanatismo comunista) hanno sistematicamente negato o rimosso la bomba demo-grafica, madre di tutte le tragedie e della stessa corsa al nucleare. Perché?
Dopotutto innumerevoli sondaggi hanno segnalato l’appoggio delle popolazioni alla regolazione delle nascite. Le misure denataliste avrebbero però comportato per la classe politica una posizione autonoma dalle ris pettive gerarchie ecclesiastiche ed imposto di affrontare con chiarezza e buon senso il Grande Tabù, cioè i problemi sessuali legati alla procreazione. Ebbene oggi siamo al “redde rationem”. Così il mondo si avvia smarrito alla catastrofe atomica e alla guerra per l’accaparramento delle energie. E perfino la crisi atomica iraniana può essere letta in quest’ottica. Mentre infatti le riserve iraniane di greggio sono destinate ad esaurirsi tra vent’anni, per quella dat! a la popolazione sarà aumentata da 70 ad oltre 105 milioni di abitanti. Insomma, siamo tutti pronti a crepare pur di non affrontare il Grande Tabù. Quale prova migliore della stretta interdipendenza tra psicologia e politica ?

Vignette islamiche: è iniziata la guerra degli hacker

Michelle Malkin ha appena annunciato sul suo blog che durante la trasmissione televisiva del 7 Febbraio su Fox News Channel nella quale, a sorpresa, aveva estratto dei cartelli rappresentanti le famose 12 vignette pubblicate dal quotidiano danese Jyllands Posten, il suo sito è stato fatto oggetto di un massiccio attacco proveniente dall’estero in forma di “denial of service attack”.

Inoltre il fornitore di servizi di hosting le ha comunicato che ha iniziato a ricevere massicci invii di email contenenti la minaccia volta ad impedire il funzionamento del sito se non verranno tolti dallo stesso le immagini raffiguranti le vignette.

La Malkin ha dichiarato che continuerà a scrivere ed a lavorare ma che da ora in poi tutti coloro che sono coinvolti in qualche misura dovranno guardarsi da queste minacce.

Michelle Malkin è giornalista da dieci anni e vive nel Maryland (USA). Le sue pubblicazioni le sono costate minacce di morte a causa del supporto e della difesa alle cause di libertà delle quali si è resa protagonista.

Attualmente i suoi articoli sono citati in almeno 200 pubblicazioni e collabora con Fox News.

Il suo libro Invasion: How America Still Welcomes Terrorists, Criminals, and Other Foreign Menaces to Our Shores (Regnery 2002) è stato citato come best-seller dal NYTimes.

Il blog Securities Pro News riporta sul fenomeno dei continui attacchi a siti danesi che hanno ormai quasi raggiunto quasi quota 2.000.

Gli hacker islamici mostrano di non temere le conseguenze giuridiche delle loro azioni; al contrario, nel caso del sito danese BeetleJuice.dk nel quale hanno lasciato inequivocabili messaggi, hanno provveduto a trasmettere la loro identità a Zone-H con lo scopo di farsi accreditare.

Fortunatamente le reazioni dei fornitori occidentali di servizi di hosting sono state immediate come nel caso di una società di Tampa in Florida, che ha spento una macchina che stava attaccando il sito del quotidiano Jyllands Posten.

Qui potete leggere un interessante articolo sul sito di ISN sulla crescita della comunità virtuale islamica e sui pericoli di una escalation della “guerra elettronica”.

Elezioni: necessarie o sufficienti?

Il Motel dei Polli Ispirati”, blog al quale raccomando di non ospitare polli veri vista l’aria che tira… posta un interessantissimo articolo sul tema: democrazia ed elezioni sì, sempre e comunque o democrazia “nì” (vi anticipo che lui è un sostenitore assoluto della democrazia sì).

Questo argomento è diventato un frequente oggetto di dibattito soprattutto dopo la vittoria di Hamas alle elezioni palestinesi. Due settimane fa ho scritto un post a questo proposito nel quale ho espresso abbastanza chiaramente su che fronte mi colloco, anche citando illustri politici e commentatori di diverse sponde ideologiche.

“Motel” scrive prendendo spunto da un articolo del Corriere della Sera scritto da Alberto Ronchey dal significativo titolo “Democrazie illiberali” e alla fine linka un altro illustre politologo, editorialista pure lui di Via Solferino, Giovanni Sartori.

Le tesi sostenute dalle due menti sopraffine non sono condivise da “Motel” e vediamo perché.

Entrambi vedono un pericolo latente nelle elezioni che si tengono anche in paesi nei quali il sistema portante dello stato è già democratico, tesi confermata da una convincente casistica della storia dell’ultimo secolo. Ronchey si pone addirittura il quesito se non sia meglio per certe popolazioni, come quelle di tradizione islamica, un regime autoritario ad una democrazia non liberale. Sartori invece mette l’accento sul pericolo della conquista della libertà di voto a qualsiasi costo da parte di un popolo, condizione, questa, necessaria ma non sufficiente per garantire una democrazia compiuta. Le sue considerazioni paiono esprimere, seppur velatamente, un dissenso verso la politica americana dell’esportazione della democrazia nel Medio Oriente.

È proprio da questo aspetto che vorrei cominciare.

“Motel” sostiene che: “…Ci spieghi pero’ il signor Sartori se vi puo’ essere democrazia senza le elezioni…”. Infatti non ci può essere e nessuno può contestare la necessità di libere elezioni per la sussistenza di una democrazia. Ma le elezioni, di per sé, non significano che un popolo stia marciando verso la democrazia. Sartori cita esempi illuminanti che riguardano il passato come il presente e non stiamo parlando di nazioni minori da un punto di vista geo-politico ma di situazioni che hanno portato a guerre mondiali (il caso della Germania dell’ante-guerra) o a effetti destabilizzanti in intere regioni (il caso Iran).

Questo, quindi, non è un aspetto che possiamo ignorare. In altre parole, “Motel” sbaglia quando sostiene “…il diritto di ogni popolo ad assaporare la liberta’ e il benessere economico senza essere sottoposto alla benevole dittatura…” tramite le elezioni.

A mio avviso lo sbaglio sta nel fatto che l’equazione elezione = democrazia, libertà e benessere economico, non necessariamente funziona. O per lo meno in molte situazioni non ha portato, non porta e non porterà mai al risultato sperato. È, invece, un’equazione a “geometria variabile”.

Magdi Allam, commentando la vittoria di Hamas, ha rifiutato il teorema secondo il quale sia adesso imperativo trattare con questo “partito” come se, improvvisamente, si potessero dimenticare i suoi comportamenti anti-democratici, palesemente razzisti, violenti ed incompatibili con i nostri valori. In altre parole è come se fossimo ideologicamente accecati dal concetto di “elezione”, una sorta di evento divino e purificatore che quando accade, può magicamente sublimare ed elevare il destino di un sistema sociale e di un popolo verso altissime vette democratiche.

Ci sono stati casi, come il Giappone e, speriamo, come l’Irak, che dimostrano che invece ciò sia possibile. Ma la Germania o l’Iran dimostrano il contrario.

La domanda che ci dobbiamo porre, quindi, è se sia lecito favorire con strumenti politici o bellici la liberazione di popoli dalla tirannia e cosa dobbiamo fare per evitare che popoli liberi rimangano intrappolati nelle maglie della democrazia e si ritrovino vittime di dittature.

Io credo che se si potesse compilare un vademecum delle condizioni necessarie per creare le condizioni di una democrazia “perfetta”, si dovrebbero rispettare alcune condizioni fondamentali.

La prima è che in una elezione non ci dovrebbe essere spazio per formazioni politiche che non siano chiaramente e inconfutabilmente mature per partecipare al governo del paese in forme democratiche. Ci sono casi, come quello di Hamas o del FIS algerino, nei quali la vocazione anti-democratica è palese. La Palestina ci ha dimostrato di non essere stata in grado di superare questo ostacolo. L’Algeria invece sì. In quest’ultimo caso la presenza di una forte componente intellettuale laica e di un apparato militare non asservito alle leggi islamiche, sono elementi che sono intervenuti coraggiosamente e che hanno successivamene evitato che il paese ripiombasse in un regime assolutista. Certo è che 150.000 morti sono stati un prezzo molto caro che il paese ha pagato ma, paradossalmente, l’assunzione di questo orribile vaccino, ha fatto incamminare il paese su una strada di relativa libertà, di modernizzazione e di assunzione di principi laici dello stato.

Anche nel caso della Germania e pure dell’Italia, i partiti “democratici” e democraticamente eletti, portavano nelle loro ideologie razziste il seme del veleno anti-liberale e anti-democratico.

Il fatto che in tutti questi casi un popolo non sia stato in grado di avvertire il pericolo per quello che era, è solo il risultato di una sorta di opportunismo: il caso Palestinese infatti ci insegna che i cittadini hanno preferito un partito dei “puri” ad un partito corrotto.

La seconda condizione è che quanto più in un paese sono radicati i principi della separazione tra stato e religione, tanto più un’elezione porta alla formazione di una solida democrazia. Questo elemento ci fa ben sperare nel caso Irak, stato islamico ma storicamente dominato da un partito, il Bath, che si è sempre distinto per la sua impermeabilità alle leggi della sharia.

La terza condizione è rappresentata dall’”intellighenzia” laica. C’è una fondamentale differenza tra i paesi nei quali i centri politici, accademici, i think tank e i circoli di intellettuali sono maggiormente rappresentati da quelle menti che interpretano la religione come un fatto personale e non come qualcosa che riguarda in primis lo stato e che antepongono la libertà ed i diritti dell’individuo ai dogmi religiosi. Libertà di religione senza religione di stato. Queste situazioni si ritrovano anche in molti paesi che sono stati e sono ancora dominati da dittature e che però hanno in sé il seme per la nascita e la crescita di una democrazia compiuta.

Magdi Allam ha scritto un bellissimo libro sui problemi politici dell’Islam. In alcuni passi il suo racconto del suo paese, l’Egitto nasseriano, è commovente. La sua nostalgia per una nazione che non c’è più, dai costumi laici e pure moderni, traspare in ogni riga. Il risultato delle ultime elezioni con l’affermazione delle Fratellanza Musulmana deve essere stato per lui un motivo di disperazione. L’Egitto ha iniziato a scivolare su un piano inclinato, tanto più inclinato quanto l’affermazione dei costumi religiosi, delle madrasse coraniche e delle università islamiche ha preso piede negli ultimi decenni, specialmente dopo che l’elegante ma sprovveduto Anwar Sadat ha scambiato l’apparente pace sociale del paese con la crescita dei movimenti fondamentalisti e anti-democratici nella vita politica e sociale. E ha pagato con la vita. Hosny Mubarak non ha imparato la lezione. Invece di cambiare rotta, ha proseguito in quel cammino e ora è perfino riuscito a legittimare politicamente un partito ufficialmente fuori legge.

Proprio quello che si dovrebbe evitare. Nonostante le elezioni.

Morti e feriti: nessuna responsabilità?

Ho appena finito di scrivere un articolo sul tema della responsabilità dei magistrati. È stato un articolo che voleva ispirare la riflessione partendo da due casi particolari per dimostrare come due sistemi di Stato, considerati nel loro funzionamento generale, possano difendere e tutelare le libertà la vita dei cittadini oppure provocare dei drammi irreparabili.

Non sono passati neanche due giorni ed eccolo lì. Un altro caso emblematico.

Questa volta però non si tratta di un’oscura vicenda di appalti, concussioni o corruzioni, insomma di un thriller dagli oscuri contorni politici dietro i quali si configurano non ben identificati interessi e si profilano irrisolti misteri. Né si tratta di cronaca nera legata a comportamenti morbosi a sfondo sessuale che coinvolgono bambini e che scatenano emozioni violentissime in tutti noi.

Si tratta semplicemente di un errore, un errore di sbaglio, come si usa dire oggi. Ma non un errore qualsiasi bensì un errore madornale. Più comprendiamo i contorni di questa faccenda più ci viene da pensare che neanche noi avremmo potuto sbagliare tanto.

La storia la sappiamo.


Cristiano Scantaburlo
Cristiano Scantaburlo, anni 33, carabiniere, è stato ucciso da tale Antonio Dorio, carcerato, precedentemente condannato a 26 anni di reclusione per avere ucciso con particolare efferatezza una vecchietta dopo averla rapinata di 300.000 lire.

L’omicidio risale al 1991 e, dopo la condanna e la carcerazione, il Dorio era già evaso una volta nel 2001 durante un permesso premio. Questo episodio, avrebbe dovuto mettere all’erta i magistrati del Tribunale di Sorveglianza; infatti non solo era evaso ma aveva avuto un pesante scontro con i Carabinieri che lo avevano riacciuffato.

Successivamente il suo comportamento cambia, tanto che gli osservatori, gli psicologi, gli addetti al carcere ed i magistrati concordano sul fatto che sia sulla buona strada per redimersi. Quindi lo ammettono al “regime di lavoro esterno”. Si è scoperto poi che durante questi momenti di libertà aveva abituali frequentazioni con personaggi della malavita. Durante la sua permanenza al di fuori del carcere, si dilegua fino a che i carabinieri lo intercettano e, durante il trasporto in caserma, Dorio estrae una pistola, spara al carabiniere, si impossessa dell’auto e fugge ferito. Morirà, alla guida, dopo 4 chilometri.

Il magistrato che è stato responsabile della gestione di questo personaggio, Luca Ghedini, adesso recita un pubblico mea culpa. Dice di sentirsi “oggettivamente” responsabile (soggettivamente invece no, chissà che significa…). Ma dice pure di sentirsi tranquillo per avere applicato le leggi. Quindi, in realtà, si autoassolve; possiamo metterci il cuore in pace perché nessuno gli torcerà un capello.

Ed è proprio qui il punto.

La magistratura dovrebbe applicare in modo rigoroso le leggi: su questo siamo tutti d’accordo perché se non fosse così il sistema non funzionerebbe, le leggi non servirebbero a nulla e neanche i magistrati.

Ma non basta.

Specialmente in casi come questi la responsabilità del magistrato è prima di tutto la difesa e la tutela della vita di innocenti indifesi. Come quella del carabiniere ucciso.

Io credo che un assassino come Antonio Dorio, colpevole di un crimine efferatissimo, dopo avere dimostrato con l’evasione, a distanza di dieci anni, che la sua mente ed il suo comportamento erano ancora quelli di un individuo pericoloso e pronto a tutto, dovrebbe restare in carcere fino alla fine della pena, senza sé e senza ma e senza permessi.

In Italia i principi giuridici sui quali si fonda la detenzione carceraria sono nobili: l’obbiettivo è il recupero dell’integrità morale e della dignità dell’individuo anche se nei fatti questo principio è sistematicamente calpestato. Ce lo dimostra il caso di Adriano Sofri.

Allo stesso modo, però, tutti i cittadini che non hanno perso la dignità e la capacità di convivere con i loro simili, devono potere circolare in libertà e senza la paura che un burocrate qualsiasi, con la scusa di applicare pedissequamente le leggi, permetta ad un individuo chiaramente pericoloso di essere premiato con periodi di libertà vigilata, di frequentare la criminalità organizzata, di possedere un’arma e infine di uccidere.

Non passa giorno che i magistrati proclamino la loro indipendenza. Ma l’indipendenza senza un’ obbiettiva autocritica che modifichi comportamenti distorsivi nella loro professione, non può esistere.

La domanda che la magistratura, in primis, dovrebbe porsi è: perché c’è chi, applicando le leggi alla lettera, è responsabile di morti e feriti? La risposta probabilmente è che non c’è alternativa, che l’applicazione dell’ordinamento è l’unica via al buon funzionamento del sistema giuridico.

Ma allora io aggiungo: perché, al contrario, quando si tratta di “certe” leggi, che riguardano e coinvolgono una certa parte o certi interessi politici, i magistrati cercano di impedire la promulgazione e la modifica delle stesse leggi o si rifiutano addirittura di applicarle?

E, infine, concludo, insistendo sul problema di fondo: perché in entrambi i casi né i PM che svolgono indagini inutili ed impiegano ingenti risorse che dovrebbero essere al servizio del cittadino; né i giudici che sbagliano clamorosamente le sentenze per superficialità o per il rifiuto di applicare le norme o per faziosità politica o altro; né gli organi di sorveglianza, il CSM, che non intervengono in modo concreto per modificare questo mal governo della giustizia: PERCHÉ NESSUNO HA DELLE RESPONSABILITÀ, NESSUNO È CONDANNATO PER GLI SBAGLI E LE OMMISSIONI E NESSUNO RISARCISCE CHI HA SUBITO DEI DANNI?

I magistrati hanno davanti una scelta: restare in questa situazione di ambiguità che protegge i loro privilegi oppure autoriformarsi ed assurgere al compito per il quale sono stati nominati: quello dei garanti della legge e quindi della libertà dei cittadini. Se non lo faranno qualcuno dovrà farlo al posto loro. E presto.

Speriamo sempre in un Nicolas Sarkozy. Dio ci scampi da Caruso.

Il paese che vorrei: giustizia “responsabile”

Il paese che non vorrei è quello dove vivo.Non che non si viva bene in Italia ma molti cittadini che svolgono professioni per le quali sono più esposti all’attenzione di gruppi di potere, in questo paese possono trovarsi all’inferno nello spazio di un mattino. Il tutto per colpa e responsabilità dello Stato ma senza che lo stesso Stato possa essere perseguito.


Camillo Valentini
È il caso di Camillo Valentini, sindaco di Roccaraso, 1.600 abitanti in provincia dell’Aquila, nei confronti del quale nel 2001 la Procura Distrettuale Antimafia inizia un’indagine alla quale ne segue un’altra da parte della Procura di Sulmona. È sono l’inizio: in breve tempo le istruttorie diventano 7. Gli indagati sono complessivamente 15 tra i quali suo padre e suo fratello.

Nel Luglio del 2004 un PM di Sulmona chiede il suo rinvio a giudizio per una presunta questione di abusi edilizi.

Il 14 Agosto 2004 la situazione precipita in modo inaspettato: su richiesta del PM Leacche, il GIP Lorenzo Ferri convalida l’arresto e la detenzione preventiva di Valentini nella lugubre scenografia del “carcere maledetto” di Sulmona, dove tre detenuti si erano già tolti la vita in meno di dodici mesi e dove perfino la direttrice, Armida Miserere, nell’aprile del 2003 s’è sparata un colpo di pistola alla testa.

Dopo l’arresto, rappresentanti della Polizia di Stato, in conferenza stampa, parlano di accuse riguardanti reati di concussione, estorsione e tangenti ma nella richiesta di rinvio a giudizio di questi presunti reati non vi è traccia.

Il 16 Agosto Valentini è trovato morto con un sacchetto di plastica legato intorno al collo, apparentemente suicidato.

Nella morte di quest’uomo, colpisce soprattutto la latitanza di una “Giustizia giusta” in una terribile catena di assenze per ferie, incompatibilità, ritardi e forse anche omissioni che mandano in carcere un amministratore pubblico alla vigilia di Ferragosto, dopo un’inchiesta che dura da anni e a quasi un mese di distanza dalla richiesta del pubblico ministero. ?Quali che siano le motivazioni della custodia cautelare, fondate verosimilmente sul timore di un inquinamento delle prove, c’è un’oggettiva sproporzione, un’evidente sfasatura temporale, tra l’indagine della magistratura e l’esito fatale della vicenda.

Oggi, a distanza di 1 anno e mezzo dalla morte, delle 7 indagini, 5 sono state archiviate. Sono evaporate, svanite nel nulla, nel vuoto dell’assenza di uno straccio di prova. Quelle ancora aperte si trascinano lentamente verso l’archiviazione.

Si sono sprecate le speculazioni sugli inspiegabili motivi delle inchieste e della carcerazione e sui sospetti del fratello circa un possibile omicidio. Non sta a noi entrare nel merito perché a farlo dovrebbe essere la magistratura. Purtroppo non sarà così anche perché delle responsabilità dei PM e dei giudici, alcuni dei quali ancora attivi su questo filone, nessuno si è mai occupato seriamente; è una questione che non appartiene alla cultura del sistema giudiziario italiano.

Quindi nessuno pagherà.

Il paese che vorrei è questo.

Siamo nel Dicembre del 2000. Dimitri Delay, 7 anni, da Outreau nella regione del Pas-de-Calais, è interrogato dai magistrati. Insieme al fratello accusa i suoi genitori, Thierry e Myriam di averli violentati e costretti alla prostituzione dal ’95 al 2000. Presto sono accusate altre persone: una coppia di amici, un taxista, un ufficiale giudiziario, un prete e molti altri. Molti sono accusati dai propri figli.

Tutti proclamano la loro innocenza.

Pare che episodi di violenza siano stati filmati per alimentare un traffico di videocassette. Un caso gigantesco di pedofilia.

Siamo a 100 km dal Belgio dell’affaire Dutroux e ci si comincia a chiedere quanto la pedofilia sia diffusa e protetta da una rete di complicità politiche e giudiziarie.

La Corte di Assise di Saint-Omer giudica gli accusati colpevoli per gli atti di violenza.

Poi, cominciano ad emergere elementi inquietanti che danno un volto inaspettato a questa vicenda.

Il giudice sembra che abbia abusato della carcerazione preventiva per ottenere dai detenuti delle ammissioni. Non solo ma, nonostante le accuse palesemente false, la magistratura riesce ad ottenere delle testimonianze che sono stranamente uguali fra di loro.

Tutto questo avviene sotto una pressione esterna di media, delle associazioni delle vittime dei pedofili e sotto l’influsso diabolico delle ossessioni legate alla minaccia della “massoneria pedofila”.

Tutto l’impianto accusatorio è costruito per dimostrare la colpevolezza degli accusati, con intenti persecutori che escludono a priori la ricerca della verità.

Gli abusi della giustizia hanno conseguenze drammatiche: François Mourmand, 33 anni muore in prigione per una overdose di medicinali. Sembra un suicidio. Gli altri accusati restano reclusi per 3 anni.

A fine 2005 la Cassazione li riconosce quasi tutti innocenti ma i loro nomi sono ormai coperti irrimediabilmente d’infamia, la loro vita familiare e professionale sono distrutte.

La causa di tutto questo? La sacralizzazione ideologica delle parole dei bambini: “Les enfants ne mentent pas”.(I bambini non mentono).

Finalmente qualche giorno fa il processo è iniziato, quello ai giudici.

Tutta la Francia si è fermata. Le televisioni hanno stravolto i loro palinsesti per trasmettere in diretta l’audizione del giudice Fabrice Burgaud, 34 anni, da parte di una Commissione Parlamentare appositamente costituita per giudicare il caso.


Fabrice Burgaud

È una prima assoluta, anche per la Francia.

Le accuse a Burgaud sono di non avere condotto correttamente l’inchiesta. Sotto accusa è tutto il sistema giudiziario francese perché è inammissibile che 64 magistrati siano intervenuti nell’istruttoria senza riscontrare alcuna anomalia e che 244 domande di rimessa in libertà siano restate lettera morta.

La Francia si interroga ora sull’attualità del codice napoleonico e sulla necessità di operare profonde riforme al sistema giudiziario.

Nicolas Sarkozy chiede che nei casi di “malagiustizia” più gravi si accerti la responsabilità dei giudici e, nel caso, li si condanni.

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