Giavazzi stavolta non ci sollazzi

Francesco Giavazzi non ha bisogno di presentazioni. Da qualche giorno invece ha bisogno di una tiratina d’orecchie perché più passa il tempo e si avvicinano le elezioni più la fa fuori dal vasino.

Lunedì 27 Marzo il Corriere di Mieli lo ha ospitato per l’articolo “BOT dei poveri e Bot dei ricchi“.

Già dal titolo si rimane alquanto sorpresi dal fatto che l’economista, liberale per eccellenza, faccia riferimento a due categorie di cittadini in relazione ai titoli di stato e quindi alla questione risparmio. Sorpresi perché se c’è una cosa che non distingue tra ricchi e poveri e non differenzia i BOT è proprio il risparmio che è cosa di tutti, sacrosanto e che invece di dividere dovrebbe unire.

Ma tant’è Giavazzi scrive un pezzo dietro il quale, a partire dalla sua intestazione, si intravedono messaggi neanche tanto subliminali che, ai miei orecchi, suonano tanto di campagna elettorale al soldo di Prodi e della sua coalizione.

L’argomento lo conosciamo: l’Unione, con fiumi di dichiarazioni contraddittorie e confuse, ha annunciato ciò che non avrebbe, forse, mai voluto o dovuto annunciare e cioè una stangatina fiscale sui redditi da risparmio. Questo tema è diventato un cavallo di battaglia nella contro campagna della CDL che, a pochi metri dal traguardo, si è inaspettatamente visto servito su un piatto d’argento un fucile a canne mozze da usare contro i suoi avversari politici.

Il Corriere è corso ai ripari ed ha ingaggiato l’esimio economista chiedendogli di scrivere con l’obbiettivo di rassicurare gli italiani. Di questo, infatti, si tratta e nelle intenzioni di Giavazzi quelli che dovrebbero oggi sentirsi sollevati sulle sorti dei loro pochi denari depositati nei caveau virtuali delle banche sono, udite udite, i poveri.

Infatti tutta l’argomentazione verte proprio intorno a questo: il Centro Sinistra non ha intenzione di stangare i risparmiatori poveri ma solo quelli ricchi e comunque anche per quest’ultimi l’effetto del maggior prelievo non sarà un bagno di sangue.

Peccato per Giavazzi perché tutti gli omissis e molte affermazioni che ha scritto ce le poteva risparmiare. Lo dice uno come me che da quando ha aperto questo blog ha scritto sul suo profilo che uno dei suoi modelli di economisti ai quali si ispira è proprio il bocconiano Francesco.

La prima obiezione che facciamo alle sue tesi è che non si può impostare tutto il discorso mischiando e mettendo sullo stesso piano i redditi da lavoro o impresa e quelli da risparmio. Il risparmio è un prodotto o un succedaneo del lavoro perché senza lavoro non c’è risparmio tranne che per i rari casi di coloro che vivono di rendita dopo avere ereditato un patrimonio. Non si possono quindi miscelare in un succoso cocktail le due cose perché il primo tipo di reddito è tassato con principi e meccanismi diversi dall’altro, sottostà al principio della progressività e quindi preleva più imposte a chi produce più reddito rispetto a chi ne produce meno.

Giavazzi scrive che

Quando lo Stato tassa i cittadini più poveri per pagare gli interessi sul debito pubblico preleva il 23% (l’aliquota minima sui redditi da lavoro) e lo trasferisce per lo più ai ricchi, i quali, sugli interessi che percepiscono pagano solo il 12,5%“.

Questa affermazione non regge perché non tiene conto del fatto che i cosiddetti ricchi depositano i loro risparmi in banca (poi tassati al 12,5%) dopo avere pagato imposte sui redditi da lavoro/impresa con aliquote che possono arrivare fino al 45%. Inoltre l’intenzione dello Stato non è una redistribuzione del reddito ma il finanziamento del debito pubblico attraverso l’emissione di titoli obbligazionari che possono essere sottoscritti da chiunque, indipendentemente dalla situazione reddituale e patrimoniale.

Un altro argomento elettorale è quello con il quale cerca di mettere in cattiva luce i feroci direttori del personale che sono premiati con stock options (tassate al 12,50%) nel caso in cui riescano a prepensionare un po’ di dipendenti che pagheranno il 23% sul loro reddito da pensione.

Questa impostazione, apparentemente convincente, cela uno slogan elettorale e classista e omette di spiegare che il vero problema in questo caso non è la tassazione ad aliquote basse delle stock options ma il fatto che esista una distorsione di principio perché questo reddito non dovrebbe essere trattato come reddito da risparmio ma come reddito da lavoro e quindi tassato con aliquote progressive.

E ancora: dopo avere spiegato quanto poco inciderebbe sul bilancio di una famiglia un maggior prelievo fiscale con aliquote unificate al 20% sui redditi da risparmio, conclude il suo pensiero scrivendo che “I risparmiatori non devono quindi temere una modifica del regime di tassazione: gli effetti sul reddito sono modesti e quelli sul valore dei titoli di Stato pressochè nulli” ben rassicurando così gli italiani (già molto agitati per lo spettro di questa stangatina) sul fatto che Prodi non stia preparando un trappolone fiscale.

Un altro aspetto clamoroso che Giavazzi sfiora è l’effetto bilancia: si sostiene infatti che l’effetto delle maggiori aliquote sulle obbligazioni (e non solo quelle di Stato) è mitigato da una riduzione di quelle sugli interessi dei conti correnti bancari e postali. Anche qui si tratta di una mistificazione in quanto tutti sappiamo che mentre un titolo obbligazionario a reddito fisso o variabile rende, al lordo, dal 2 al 3% circa, le banche e la posta pagano interessi sui depositi che ormai sono nell’ordine di pochi centesimi di punto percentuale.

Ma la vera intenzione dell’articolo di Gavazzi si svela nella parte finale dell’articolo.

Egli scrive infatti che il vero rischio per lo stock di debito italiano non sarebbero gli aumenti dell’imposizione fiscale ma il suo rating, dato dalle agenzie internazionali sulla base del fattore paese ovvero della capacità del governo di fare diminuire il debito pubblico.

Questa dichiarazione è un chiaro j’accuse al governo attuale e alle sue politiche di bilancio che hanno visto nell’ultimo anno salire lo stock di debito. Giavazzi omette ovviamente di dire che in tutti gli anni precedenti lo stesso governo ha operato facendo scendere il debito e che per qualsiasi maggioranza che uscirà vincente dalle urne non sarà un gioco da ragazzi farlo diminuire.

Scrive quindi che

Chi ci può fare pagare una patrimoniale (sic!) è un governo che non riuscisse a fermare la crescita del debito (tipo il governo Berlusconi? ndr), non un governo che rendesse meno inique le aliquote“.

Chi legge dovrebbe allora diffidare di qualcuno che negli ultimi tempi ha fatto salire il debito perché potrebbe essere indirettamente causa di una nuova imposta, la patrimoniale, mentre chi vuole aumentare il prelievo fiscale sui redditi da risparmio non solo non ci farebbe correre rischi ma agirebbe per rendere il sistema di imposizione meno “iniquo“.

Last: vorremmo sapere da Giavazzi cosa ne pensa invece dell’aumento della tassazione sui capital gain che passerebbe, anche questa, dal 12,50% al 20% e che effetti avrebbe su tutti i risparmiatori che hanno investito in azioni ottenendo dei benefici che sono ben maggiori dei pochi punti percentuali di rendita su un titolo di Stato.

Il Professore ci ha delusi perché il suo tentativo alquanto goffo di ridare una veste neutrale alla stangatina sul risparmio maschera uno smaccato sostegno al programma del Centro Sinistra, pone in cattiva luce l’operato dell’attuale maggioranza e si fonda su ragionamenti che da un cervello così fino non ci aspettavamo.

Il Direttore Mieli ha sostenuto che la sua presa di posizione sul Corriere a favore del Centro Sinistra è stata una questione personale. Non ci ha però avvertiti che probabilmente ha anche seguito i diktat dei comitati di redazione del quotidiano di via Solferino, mettendo il bavaglio ai vari Panebianco e Ostellino e chiamando alle armi i Giavazzi che hanno avuto mano libera nel sostenere tesi tanto ballerine quanto faziose. Il tutto vestito con una certa dose di bon ton.

Agli economisti liberali di sinistra continuiamo a preferire quelli di destra. Di questi però ultimamente non vediamo traccia. Saranno ancora vivi? O si sono persi risalendo il fiume?

Liberali alla riscossa

Jinzo l’ho conosciuto sul blog di DAW. Ci hanno accomunato i duelli con le frange più oltranziste delle avanguardie extreme della sinistra che lì intervengono con molotov e candelotti fumogeni.
Jinzo ha lanciato una iniziativa e, incredibilmente, ha avuto in brevissimo tempo un grande successo.
Liberali aderite, segnalate, passate parola. Ne vale la pena. E tanto di cappello a Jinzo. Grazie.

L’ eutanasia non è una poesia

Il Partito Radicale ha indubbiamente cambiato la mia vita. Nel passato ero indifferente a molti temi di politica, d’etica o che riguardassero la società. Poi ho cominciato, casualmente, ad ascoltare Radio Radicale, senza neanche sapere bene chi fossero i Radicali. Ho capito che facevano una battaglia ideologica e di principio su molti temi sui quali mi sentivo visceralmente d’accordo con le loro opinioni.

È stata, la mia, una scoperta di me stesso ed una presa di consapevolezza del mio sentire su molti aspetti della vita che mi ha poi avvicinato alla politica.

Allo stesso tempo non ho mai condiviso il metodo con il quale questo partito ha fatto politica; non ho mai capito i motivi che li hanno spinti a spendere tante energie in battaglie su temi che interessavano a pochi ed il risultato si è visto: un confinamento ad una posizione marginale nell’arco costituzionale italiano. Potremmo quasi sostenere che non si tratti nemmeno di partito politico ma di un movimento per la vita e per la libertà.

Oggi Pannella ed i suoi fedeli si trovano nello schieramento che non voterò e che non potrei mai votare. Ne sono deluso e me ne dispiaccio perché penso che da quella parte non potranno portare a compimento tutte le battaglie che si propongono mentre in seno al Centro Destra avrebbero potuto, forse, risvegliare un certo spirito liberale del quale la CDL ha molto bisogno.

Comunque restano spesso un faro per la mia ispirazione e quando sono sottoposti ai linciaggi nelle discussioni che vertono su argomenti etici, non posso fare altro che schierarmi dalla loro parte.

Ne è un esempio quello che è successo qualche sera fa durante la trasmissione Otto e Mezzo condotta da Giuliano Ferrara e Ritanna Armeni nella quale il tema trattato era il “Protocollo di Groningen che in Olanda regola l’eutanasia per i bambini di età inferiore ai 12 anni.

I presenti erano, da una parte, Daniele Capezzone e Sophie In’t Veld, europarlamentare olandese e dall’altra il Ministro Giovanardi, Giulio Meotti giornalista del Foglio esperto di eutanasia e lo stesso Ferrara che ultimamente, quando si tratta di discutere di etica e religione, veste i panni del censore delle posizioni laico liberiste.

Le ragioni dei sostenitori dell’eutanasia, infantile e non, sono state attaccate con toni minacciosi e sprezzanti prima di tutti dal direttore del Foglio. Ferrara non ha accettato le spiegazioni della In’t Veld, accusandola di appartenere ad una sorta di congiura neo-eugenetica e sostenendo che ciò che si cela dietro all’orientamento giuridico olandese ed al Protocollo di Groningen, concepito come una linea guida per l’eutanasia infantile, altro non sia che un tentativo di resuscitare pratiche tanto tristi quanto orribili.

A poco è servito sostenere che non è di questa pratica che si occupa la politica dei Paesi Bassi ma piuttosto di uno sforzo teso a fare emergere dalla clandestinità l’operato di medici e genitori ed alla definizione di procedure rigorose per garantire ai bambini, per quanto possibile, un destino migliore di quello che le loro malattie incurabili gli riserverebbero in quella parte della loro esistenza che gli resta da vivere.

Eduard Verhagen è direttore clinico del dipartimeno di pediatria all’Università di Groninga. E’ laureato in medicina ed in legge ed è considerato uno dei maggiori esperti di eutanasia. Questo perchè è uno dei pochi medici al mondo che può disporre di un’esperienza al riguardo ma in un contesto di leggi e procedure codificate come quelle dell’Olanda, paese nel quale la legalizzazoine della “dolce morte” per le persone con più di 16 anni risale al lontano 1985.

Il pragmatismo tipico delle civiltà nord europee ha portato Verhagen ed i suoi colleghi a fare adottare nel 2002 il cosiddetto “Protocollo di Groningen” che regola le procedure attraverso le quali i medici, i genitori e le autorità giudiziarie possono decidere, in condizioni estreme, di togliere la vita ad un bambino d’età inferiore ai 12 anni.

Ciò che gli ospiti di Otto e Mezzo hanno cercato di fare comprendere ai loro interlocutori ed al pubblico è che quando si tratta della vita di un infante e cioè di un essere vivente nel quale i genitori, i parenti e l’intera società hanno profuso un patrimonio immenso di speranze, affetti, amore, cure e parte della loro vita, le decisioni che la comunità olandese prenderà nei confronti del suo destino non sono dettate da motivazioni ideologiche.

Ciò che gli ospiti di Otto e Mezzo hanno cercato di fare comprendere ai loro interlocutori ed al pubblico è che quando si tratta della vita di un infante e cioè di un essere vivente nel quale i genitori, i parenti e l’intera società hanno profuso un patrimonio immenso di speranze, affetti, amore, cure e parte della loro vita, le decisioni che la comunità olandese prenderà nei confronti del suo destino non sono dettate da motivazioni ideologiche.

Si tratta invece di processi nei quali la profondità della riflessione, dei controlli medici, delle diagnosi e le assunzioni di responsabilità tolgono qualsiasi dubbio su ciò che ci si appresta a decidere. L’unico criterio seguito è infatti quello di non sottoporre quell’esserino a tremende quanto inutili sofferenze per una vita che non avrà mai la possibilità di migliorare.

Inoltre il principio fondante del protocollo è stato quello di garantire il consenso dei genitori ma sulla base di un’esaustiva spiegazione diagnostica e delle prospettive di trattamento medico, di avere l’accordo del personale medico curante e anche di un medico terzo non coinvolto direttamente nel caso in questione e di disporre di una precisa e definitiva diagnosi e delle relative possibilità di cura, al di là di ogni ragionevole dubbio.

Infine, dopo che è stata tolta la vita al bambino, il caso deve necessariamente essere sottoposto al vaglio dell’autorità giudiziaria che ha l’obbligo di esaminarlo a vari livelli di competenza, fino ad arrivare al parere finale della Procura Generale la quale, se identificasse delle anomalie in ciò che è successo, potrebbe iniziare un processo, con gravi conseguenze, nei confronti del medico.

In Olanda nascono circa 200.000 bambini ogni anno. Dei 1000 che muoiono nel primo anno di vita circa 600 sono soggetti ad eutanasia. Di questi circa 15-20 ogni anno appartengono al cosiddetto “terzo gruppo” e cioè quello con le caratteristiche che hanno fatto esplodere le polemiche in tutto il mondo. Ad esempio qualcuno ha scritto che in questi casi si tratta di “sistematica eliminazione di tutti i bambini con spina bifida” (cit. Christian Rocca).

In realtà non è corretto liquidare questo argomento con affermazioni così approssimative. Verhagen scrive chiaramente che i fattori che stanno alla base della decisione d’eutanasia per qualsiasi situazione che rientri nei parametri del Protocollo, sono la sofferenza e le aspettative di vita.

I medici devono quindi considerare entrambi i fattori e solo nei casi più estremi (anche di spina bifida, ma non solo), in cui nonostante i trattamenti anti-dolore ed un’accurata prognosi relativa alle aspettative di qualità di vita, possono decidere, con il consenso dei genitori, che la morte sia più umana della continuazione della vita.

Ci possiamo chiedere come sia possibile determinare quando e quanto soffra un infante che non è in condizione di esprimere questo stato alla pari di un adulto. Anche in questo caso dobbiamo fare uno sforzo logico e di fiducia e non fermarci alle rappresentazioni ideologiche. Il dolore fisico è misurabile medicalmente in modo sufficientemente preciso anche nei neonati. I medici, oltre alla semplice osservazione del paziente, misurano il suo respiro, la pressione sanguigna, il ritmo cardiaco, il pianto, la reazione all’assunzione di cibo ed il movimento.

Questo approccio rigoroso, unito al fatto che nessuno di noi può avere dubbi sulla buona fede di un’ intera categoria medica di un paese che non ha mai dato segni di squilibrio mentale, dovrebbero essere degli elementi sufficienti ad evitare che Ministri della nostra Repubblica facciano affermazioni del tipo: “La legislazione nazista e le idee di Hitler riemergono in Europa. Ad esempio in Olanda con l’eutanasia. Quello che fa l’Olanda è esattamente quello che Hitler ha cercato di fare negli anni trenta. A mio avviso in Olanda è peggio: Hitler lo faceva in segreto (sic!), loro invece lo vogliono fare alla luce del sole“.

Già qui Giovanardi esprime in modo inconsapevole l’inganno di una posizione contradditoria ed ideologica: pur se condannabile, la pratica eugenetica di Hitler è meno grave perché clandestina; meglio quindi confinare il problema nell’oblio e nell’ignoranza piuttosto che affrontarlo responsabilmente e tentare di trattarlo in una cornice medico-scientifica.

Il Ministro ha poi dichiarato che “Il governo italiano non può accettare una legge che consenta di sopprimere i bambini“.

Le nostre domande a questo proposito sono: può il governo italiano accettare di ignorare l’eutanasia che si pratica al di fuori di qualsiasi controllo ed all’interno delle mura delle abitazioni, effettuata da medici più o meno responsabili? Evidentemente sì. Può Giovanardi spiegarci i motivi che lo hanno indotto a non occuparsi del problema sin dal 2002 (data dell’entrata in vigore del Protocollo), che gli hanno fatto perdere quasi 4 anni di battaglie e che lo hanno convinto a sfoderare la spada a 15 giorni delle elezioni? Evidentemente no.

Vogliamo però lasciare da parte ogni polemica, critica o sostegno agli ideologismi clericali e, parimenti, a quelli iper laicisti.

Vorremmo invece indirizzare il nostro pensiero a tutti i genitori che si trovano in questo momento in un reparto neo natale e che, davanti ad un neonato in gravi condizioni fisiche, con segni vitali minimi, una deformazione congenita ed una sofferenza probabilmente poco sopportabile, si trovano ad affrontare un dilemma tanto inaspettato quanto insuperabile.

Gli chiederemmo se vorrebbero vivere in un paese nel quale possono (ma non devono) dare il consenso ai medici affinché pongano termine alla vita di quell’esserino che, comunque, è un miracolo della vita. Vorremmo chiedere loro se in questo paese preferirebbero che i dubbi che sorgono prima della decisione, quando guardano negli occhi il loro figlio con la speranza che tutto ciò non sia mai successo ed i dubbi che sorgono dopo che gli si è tolta la vita, non siano quelli di avere fatto qualcosa che, da un punto di vista medico, non andava fatto o se invece siano quelli che garantiscono il rispetto della deontologia professionale e della veridicità delle diagnosi e delle prognosi e che residuano quindi solo nella loro personale e libera assunzione di responsabilità.

Vorremmo ribadire loro che in quel paese che è l‘Olanda, non devono lasciare che i medici decidano autonomamente il destino di vita e di morte del loro piccolo (come sostengono Ferrara e Giovanardi) ma hanno la libertà di dare il loro consenso o il loro veto.

La libertà, appunto.

Di questa parliamo, signor Ministro, non di siringhe hitleriane con le quali il regime nazista uccideva i bambini ebrei e zingari facendoli poi scomparire. Non parliamo di ciò che scrive l’emerita associazione “Cry for Life” quando sostiene che in Olanda“…Il bambino viene ucciso o lasciato morire, con o senza il consenso dei genitori ed il medico, invece di spiegare cosa è successo, scrive “morte naturale”. E la vittima non può più testimoniare“.

Tutto ciò ha a che fare con il rapporto con la vita ma soprattutto con la morte.

Siamo terrorizzati di vivere (con il rimorso di avere dato la morte a nostro figlio) e siamo terrorizzati di morire (e questo evento possibilmente non dovrebbe fare parte della vita, va illusoriamente ignorato e quindi meglio un figlio sofferente che un figlio morto, come se la morte non fosse un evento ineluttabile).

E se non vogliamo restare su un piano pragmatico, come fanno gli olandesi, ma vogliamo andare su quello ideologico tanto vale che, in barba ai Ministri della Repubblica, vi dica come la vedo io: io credo che il motivo per il quale siamo su questo pianeta è quello di percorrere un cammino alla fine del quale avremo raggiunto la perfezione e l’immortalità.

La perfezione della mente-spirito, immortale ma imperfetta e l’immortalità del corpo, macchina perfetta ma mortale.

Dopodichè, in quello che per i lettori religiosi potremmo definire il Giudizio Universale (giudizio che però daremo noi e non qualcun altro…), ci dissolveremo nel nulla, con tutto ciò che ci appartiene, mente e corpo.

E poi….chissà.

Con la libertà di commentare.

P.S. vi consiglio di leggere su questo argomento un bellissimo post di mia “sorella” Inyqua

Riformiamo l’Islam. No, riformiamoci.

Nell’Afghanistan post talebano la Costituzione si ispira alla Sharia, la legge coranica.

Questo fatto, già di per sé, spiega come sia estremamente difficile la riforma dall’esterno di uno stato governato nel passato dai talebani e che si trova oggi in una situazione migliore ma dove dominano ancora leggi e consuetudini illiberali e la mancanza di separazione tra stato e religione.

Il giudice afghano Asrarullah, protagonista della condanna a morte del convertito cristiano Abdul Rahman (da non confondersi con Abdul Rahman Yassin, uno degli attentatori delle WTO del ’93, ancor oggi latitante), ha dichiarato che nel suo paese nessuno è contro le altre religioni ma che, in base alle leggi, la conversione non è permessa e quindi la condanna sarebbe inevitabile. Il caso si concluderà senza la pena capitale perché il Procuratore Sarinzal Zamari ha deciso che se una perizia psichiatrica dimostrerà che l’accusato reo confesso è malato di mente, egli potrà essere perdonato.

L’inosservanza delle leggi della Sharia è quindi punita con l’impiccagione o, nell’ipotesi migliore, con il manicomio. Secondo l’ordinamento afghano, quindi, oltre 4 miliardi di esseri umani, tanti sono coloro che non si ritrovano nella religione islamica, dovrebbero essere appesi per il collo o, quantomento, considerati pazzi.

L’ipocrisia dei commis islamofscisti, condita all’ignoranza ed ad un persistente carattere di ambiguità, ha fatto salire ancora una volta alla ribalta il problema Islam in una chiave non certo nuova.

Ci hanno pensato il Ministro degli Esteri Fini, il suo collega tedesco ed il Dipartimento di Stato americano a promuovere nell’opinione pubblica occidentale la discussione di questo caso che, al contrario, sarebbe probabilmente passato inosservato in mezzo a tutte le centinaia di atti di repressione o di uccisione di cristiani nel mondo per mano di terroristi musulmani o di leggi repressive e liberticide.

Il motto “tolleriamo tutto ma non ciò che va contro l’Islam” è diventato l’alibi preferito di coloro che pensano di potere mettere da parte i diritti fondamentali della persona come la libertà di coscienza e le scelte religiose.

Sbaglia il Corriere a scrivere che sia il Corano a prevedere che la pena capitale debba essere inflitta a chi abbandona l’Islam; questa è solo un’interpretazione data da una parte dei musulmani e cioè dal radicalismo teologico. Purtroppo in questa fase storica, convenienze e circostanze stanno determinando il rafforzamento di questa linea su quella della maggioranza dei musulmani che non la accetta.

L’emerito senatore Cossiga ed il Ministro Buttiglione concordano e chiedono a gran voce al Governo Italiano di ritirare immediatamente il nostro contingente militare dall’Afghanistan per non legittimare e sostenere un regime che, dopo avere ammaliato l’Occidente e molti poveri suoi concittadini, sta dimostrando di non essere in grado di garantire i più elementari diritti del popolo afghano. Buttiglione chiede addirittura di liberare il povero sventurato e di portarlo nel nostro paese.

E qui sta il punto.

Abbiamo cercato per due volte di esportare la democrazia e quindi una condizione di libertà, in due paesi islamici. Abbiamo tentato una riforma della loro struttura politica ed istituzionale che desse maggiori garanzie interne ed esterne. Abbiamo ottenuto il risultato di liberare quei popoli da tirannie che hanno provocato un numero indecifrabile di morti ed una quantità incommensurabile di sofferenza.

Ora ci stiamo accorgendo che, forse, non tutto sta andando come pensavamo e che l’Islam, forse, non è riformabile dall’esterno.

Le ragioni sono da ricercare nell’incapacità dell’Occidente di difendere, prima di tutto in casa sua, le libertà ed i diritti costituzionali sanciti nelle carte dei nostri paesi.

Non esistono infatti differenze tra i musulmani convertiti che vivono nei paesi islamici e quelli che vivono qui da noi. Sono tutti esposti a ritorsioni o a condanne che, pur inaccettabili ma comprensibili nel contesto della sharia, non lo sono in occidente dove, per il momento, non c’è traccia di leggi coraniche negli ordinamenti degli Stati laici.

Non esiste spesso neanche differenza tra la reazione dei governi degli stati musulmani e quelli degli stati laico occidentali quando si tratta di contrastare le minacce di qualche dittatore da strapazzo, di capi terroristi o di predicatori religiosi dell’odio e della cultura della morte.

Ne è prova la risposta goffa ed opportunistica del nostro governo davanti alle minacce di Muhammar Gheddafi. Invece di respingere al mittente le deliranti richieste dell’ex-cammelliere tiranno, ci siamo premurati di cacciare un ministro, telefonare, tranquillizzare, minimizzare e promettere indennizzi. Ma mentre non ci scandalizza la promessa di indennizzare chi ci ha distrutto l’ambasciata, alla cui origine c’è l’incubo di flotte di barconi colmi di immigrati che sotto elezioni non porterebbero certamente un aumento dei consensi, non possiamo spiegarci la miopia di chi non si è accorto di quei governi che, reagendo con fermezza e senza prostrarsi in inutili quanti ipocrite scuse, hanno ottenuto i risultati che il cittadino si aspetterebbe da uno stato che si definisce “laico”.

In questo frangente Danimarca e Svezia hanno mostrato di essere il “paese che voglio”.

Nella vicenda delle vignette, hanno respinto la richiesta di scuse ed hanno anzi ottenuto, essi stessi, le scuse dai governi siriano e libanese per i danni subiti presso le loro ambasciate. Non hanno poi ceduto alle richieste interne di punire i responsabili della pubblicazione delle vignette. Né sono indietreggiati in compromessi vili quanto pericolosi quando si è trattato di proclamare la centralità della libertà di espressione nella difesa dei diritti dell’individuo.

E chi in casa loro ha tentennato, ha dovuto lasciare il suo incarico: la Ministra degli Esteri svedese Laila Freivalds è tornata a raccogliere le margherite nel suo giardino di casa per avere prima ordinato la chiusura di un sito internet che pubblicava le caricature su Maometto ed avere poi, in un sussulto di viltà, negato il fatto.

In Svezia la caporetto della libertà di espressione che poteva avere inizio dalla banale chiusura di un sito, è stata evitata perché la censura è proibita dalla costituzione.

Ciò che ci salverà sono le nostre Carte Costituzionali. Sono scritte e, da sole, non si possono cancellare. Solo noi possiamo apportarvi modifiche suicide oppure, al contrario, brandirle davanti a qualsiasi tentativo di sopraffazione.

Non si tratta quindi di alimentare discussioni dialoganti e compromissorie con i tiranni o nell’ambito dell’opinione pubblica del nostro paese, già troppo confusa da una campagna elettorale dominata dagli insulti e dagli slogan.

Si tratta di piuttosto di divenire consapevoli delle origini delle minacce che minano la nostra sicurezza ed il nostro benessere. Si tratta di riaffermare con forza la centralità dei principi fondanti dello Stato. Si tratta di proclamare il diritto naturale e fondamentale alla libertà di coscienza, religiosa, di autodeterminaizone e di espressione.

Si tratta di farlo con fermezza e convinzione, sia nelle civiltà di tradizioni giudaico-cattoliche che in quelle musulmane.

Senza paura e senza viltà.

Brutti segni

Lo aveva detto Abr che dopo le elezioni ci sarebbero stati morti e feriti tra i bloggers di area Centro Destra, soprattutto quelli che aderiscono a Tocqueville.

Questo però ha deciso di suicidarsi ancora prima del tanto temuto evento. E non è uno qualsiasi.

Speriamo che non sia un brutto segno.

UPDATE!!!

Spero di non avere urtato la suscettibilità di nessuno con queste considerazioni. Forse sono stato un pò imprudente e me ne scuso. Ho saputo oggi i motivi per i quali il MASTER si “dimette”: non sono certo causa di “brutti segni”, anzi. A lui un caro saluto!

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