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Giavazzi stavolta non ci sollazzi

Francesco Giavazzi non ha bisogno di presentazioni. Da qualche giorno invece ha bisogno di una tiratina d’orecchie perché più passa il tempo e si avvicinano le elezioni più la fa fuori dal vasino.

Lunedì 27 Marzo il Corriere di Mieli lo ha ospitato per l’articolo “BOT dei poveri e Bot dei ricchi“.

Già dal titolo si rimane alquanto sorpresi dal fatto che l’economista, liberale per eccellenza, faccia riferimento a due categorie di cittadini in relazione ai titoli di stato e quindi alla questione risparmio. Sorpresi perché se c’è una cosa che non distingue tra ricchi e poveri e non differenzia i BOT è proprio il risparmio che è cosa di tutti, sacrosanto e che invece di dividere dovrebbe unire.

Ma tant’è Giavazzi scrive un pezzo dietro il quale, a partire dalla sua intestazione, si intravedono messaggi neanche tanto subliminali che, ai miei orecchi, suonano tanto di campagna elettorale al soldo di Prodi e della sua coalizione.

L’argomento lo conosciamo: l’Unione, con fiumi di dichiarazioni contraddittorie e confuse, ha annunciato ciò che non avrebbe, forse, mai voluto o dovuto annunciare e cioè una stangatina fiscale sui redditi da risparmio. Questo tema è diventato un cavallo di battaglia nella contro campagna della CDL che, a pochi metri dal traguardo, si è inaspettatamente visto servito su un piatto d’argento un fucile a canne mozze da usare contro i suoi avversari politici.

Il Corriere è corso ai ripari ed ha ingaggiato l’esimio economista chiedendogli di scrivere con l’obbiettivo di rassicurare gli italiani. Di questo, infatti, si tratta e nelle intenzioni di Giavazzi quelli che dovrebbero oggi sentirsi sollevati sulle sorti dei loro pochi denari depositati nei caveau virtuali delle banche sono, udite udite, i poveri.

Infatti tutta l’argomentazione verte proprio intorno a questo: il Centro Sinistra non ha intenzione di stangare i risparmiatori poveri ma solo quelli ricchi e comunque anche per quest’ultimi l’effetto del maggior prelievo non sarà un bagno di sangue.

Peccato per Giavazzi perché tutti gli omissis e molte affermazioni che ha scritto ce le poteva risparmiare. Lo dice uno come me che da quando ha aperto questo blog ha scritto sul suo profilo che uno dei suoi modelli di economisti ai quali si ispira è proprio il bocconiano Francesco.

La prima obiezione che facciamo alle sue tesi è che non si può impostare tutto il discorso mischiando e mettendo sullo stesso piano i redditi da lavoro o impresa e quelli da risparmio. Il risparmio è un prodotto o un succedaneo del lavoro perché senza lavoro non c’è risparmio tranne che per i rari casi di coloro che vivono di rendita dopo avere ereditato un patrimonio. Non si possono quindi miscelare in un succoso cocktail le due cose perché il primo tipo di reddito è tassato con principi e meccanismi diversi dall’altro, sottostà al principio della progressività e quindi preleva più imposte a chi produce più reddito rispetto a chi ne produce meno.

Giavazzi scrive che

Quando lo Stato tassa i cittadini più poveri per pagare gli interessi sul debito pubblico preleva il 23% (l’aliquota minima sui redditi da lavoro) e lo trasferisce per lo più ai ricchi, i quali, sugli interessi che percepiscono pagano solo il 12,5%“.

Questa affermazione non regge perché non tiene conto del fatto che i cosiddetti ricchi depositano i loro risparmi in banca (poi tassati al 12,5%) dopo avere pagato imposte sui redditi da lavoro/impresa con aliquote che possono arrivare fino al 45%. Inoltre l’intenzione dello Stato non è una redistribuzione del reddito ma il finanziamento del debito pubblico attraverso l’emissione di titoli obbligazionari che possono essere sottoscritti da chiunque, indipendentemente dalla situazione reddituale e patrimoniale.

Un altro argomento elettorale è quello con il quale cerca di mettere in cattiva luce i feroci direttori del personale che sono premiati con stock options (tassate al 12,50%) nel caso in cui riescano a prepensionare un po’ di dipendenti che pagheranno il 23% sul loro reddito da pensione.

Questa impostazione, apparentemente convincente, cela uno slogan elettorale e classista e omette di spiegare che il vero problema in questo caso non è la tassazione ad aliquote basse delle stock options ma il fatto che esista una distorsione di principio perché questo reddito non dovrebbe essere trattato come reddito da risparmio ma come reddito da lavoro e quindi tassato con aliquote progressive.

E ancora: dopo avere spiegato quanto poco inciderebbe sul bilancio di una famiglia un maggior prelievo fiscale con aliquote unificate al 20% sui redditi da risparmio, conclude il suo pensiero scrivendo che “I risparmiatori non devono quindi temere una modifica del regime di tassazione: gli effetti sul reddito sono modesti e quelli sul valore dei titoli di Stato pressochè nulli” ben rassicurando così gli italiani (già molto agitati per lo spettro di questa stangatina) sul fatto che Prodi non stia preparando un trappolone fiscale.

Un altro aspetto clamoroso che Giavazzi sfiora è l’effetto bilancia: si sostiene infatti che l’effetto delle maggiori aliquote sulle obbligazioni (e non solo quelle di Stato) è mitigato da una riduzione di quelle sugli interessi dei conti correnti bancari e postali. Anche qui si tratta di una mistificazione in quanto tutti sappiamo che mentre un titolo obbligazionario a reddito fisso o variabile rende, al lordo, dal 2 al 3% circa, le banche e la posta pagano interessi sui depositi che ormai sono nell’ordine di pochi centesimi di punto percentuale.

Ma la vera intenzione dell’articolo di Gavazzi si svela nella parte finale dell’articolo.

Egli scrive infatti che il vero rischio per lo stock di debito italiano non sarebbero gli aumenti dell’imposizione fiscale ma il suo rating, dato dalle agenzie internazionali sulla base del fattore paese ovvero della capacità del governo di fare diminuire il debito pubblico.

Questa dichiarazione è un chiaro j’accuse al governo attuale e alle sue politiche di bilancio che hanno visto nell’ultimo anno salire lo stock di debito. Giavazzi omette ovviamente di dire che in tutti gli anni precedenti lo stesso governo ha operato facendo scendere il debito e che per qualsiasi maggioranza che uscirà vincente dalle urne non sarà un gioco da ragazzi farlo diminuire.

Scrive quindi che

Chi ci può fare pagare una patrimoniale (sic!) è un governo che non riuscisse a fermare la crescita del debito (tipo il governo Berlusconi? ndr), non un governo che rendesse meno inique le aliquote“.

Chi legge dovrebbe allora diffidare di qualcuno che negli ultimi tempi ha fatto salire il debito perché potrebbe essere indirettamente causa di una nuova imposta, la patrimoniale, mentre chi vuole aumentare il prelievo fiscale sui redditi da risparmio non solo non ci farebbe correre rischi ma agirebbe per rendere il sistema di imposizione meno “iniquo“.

Last: vorremmo sapere da Giavazzi cosa ne pensa invece dell’aumento della tassazione sui capital gain che passerebbe, anche questa, dal 12,50% al 20% e che effetti avrebbe su tutti i risparmiatori che hanno investito in azioni ottenendo dei benefici che sono ben maggiori dei pochi punti percentuali di rendita su un titolo di Stato.

Il Professore ci ha delusi perché il suo tentativo alquanto goffo di ridare una veste neutrale alla stangatina sul risparmio maschera uno smaccato sostegno al programma del Centro Sinistra, pone in cattiva luce l’operato dell’attuale maggioranza e si fonda su ragionamenti che da un cervello così fino non ci aspettavamo.

Il Direttore Mieli ha sostenuto che la sua presa di posizione sul Corriere a favore del Centro Sinistra è stata una questione personale. Non ci ha però avvertiti che probabilmente ha anche seguito i diktat dei comitati di redazione del quotidiano di via Solferino, mettendo il bavaglio ai vari Panebianco e Ostellino e chiamando alle armi i Giavazzi che hanno avuto mano libera nel sostenere tesi tanto ballerine quanto faziose. Il tutto vestito con una certa dose di bon ton.

Agli economisti liberali di sinistra continuiamo a preferire quelli di destra. Di questi però ultimamente non vediamo traccia. Saranno ancora vivi? O si sono persi risalendo il fiume?

Comments (5) lasciato to “Giavazzi stavolta non ci sollazzi”

  1. Cantor ha scritto:

    Ciao Nessie

  2. Nessie ha scritto:

    Anch’io per quel poco che mastico di economia l’ho capita in questo modo su Giavazzi. Gli economisti di destra sono vivi, ma essendo dei buoni cervelli, non vorrei fosse già pronta la loro “fuga”: headhunting. Ciao!

  3. abr ha scritto:

    Siamo allineati, anch’io scrissi post in diretta post editoriale sul Corrierino. A parte l’obiettivo del Giavazzi, quello evidente di candidarsi ad un posto nel nuovo Governo, l’articolo è pieno non solo di omissioni, ma anche di ERORRI MARCHIANI. Es: non è vero che le stock options in Italia vengano tassate come capital gains. Sono considerati parte della retribuzione, quindi il “guadagno” viene tassato al massimo scaglione di reddito. Altrimenti gli imprenditori avrebbero un modo fantastico per remunerare i manager esentasse, altro che stipendio!
    ciao, Abr

  4. Cantor ha scritto:

    L’errore sulle stock options è a metà, Ci sono casi in cui sono tassate al 12,50% e casi in cui formano il reddito imponibile ai fini delle Imposte sulle persone fisiche. Cmq stamattina sentivo che al posto di Tremonti i più gettonati sono Padoa Schioppa e Monti. Non sarebbe poi così male.

  5. PA ha scritto:

    Su Giavazzi abbiamo la stessa opinione, ultimamente la fa fuori dal vasino. Questa tendenza si sta accentuando quanto più ci si avvicina al 9 aprile, ma tenatativi del direttore mieli di coinvolgere il prof. nella mischia vi erano già stati: alla presentazione di lobby d’Italia si invitava -ero presente, non posso quindi essere accusato di aver letto male ;) - giavazzi a stilare quella che sarebbe poi divenuta la “sua agenda”, a sostegno del centrosinistra. uno spettacolo quasi squallido, direi.

    ps: ti ho risposto da me

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