ONU: un’altra occasione perduta

Il “Trattato Anti Terrorismo” internazionale è stato, negli ultimi mesi, uno dei principali obbiettivi di un certo numero di importanti capi di stato. La sede nella quale questo documento, fondamentale in questa fase storica, doveva essere partorito è, udite udite, l’ONU.Ma le Nazioni Unite sappiamo sono troppo spesso influenzate ed ingessate nelle loro iniziative dalle lobby degli stati che fanno del terrore un’arma utilizzabile quando essa sia ritenuta più utile ed opportuna.

Per questo motivo, molti hanno ritenuto fosse significativa la 60° sessione, tenutasi lo scorso autunno, per cercare di dare un decisivo impulso ai lavori di tutti i 191 membri su questo tema . Seduti intorno ad un tavolo, hanno lavorato con l’obbiettivo di trovare un consenso sulla definizione di terrorismo.

Purtroppo sembra che le difficoltà abbiano ormai portato ad uno stallo dei lavori dopo che, il 3 marzo, il gruppo di lavoro che si era formato 6 mesi fa con lo scopo, tra l’altro, di esaminare misure risolutive per eliminare il terrorismo internazionale, si è lasciato senza neanche fissare una data per un prossimo incontro.

Il cuore della discussione di trova nel prima bozza stilata dai Coordinatori del gruppo, nella quale, all’art. 2 si dice:

“1. Qualsiasi persona commetta un crimine secondo i dettami della presente Convenzione, nel caso in cui, con qualsiasi mezzo, al di fuori delle leggi ed in modo intenzionale, sia causa di:

(a) Morte o gravi ferite corporali a qualsiasi persona; oppure

(b) Danni gravi alla proprietà pubblica o privata, comprendendo in ciò uno spazio di utilità pubblica, una struttura di proprietà dello Stato, un sistema di trasporto pubblico, un sistema di infrastrutture o l’ambiente in senso lato; oppure

(c) Danni alla proprietà, ai luoghi, alle strutture o a sistemi di cui al paragrafo 1 (b) del presente articolo che abbiano come conseguenze, presunte o accertate, degli ingenti danni economici; quando l’intenzione degli atti, per sua natura o per il suo contesto, è di intimidire la popolazione o di costringere un Governo o un’organizzazione internazionale a compiere o non compiere determinati atti.

2. Qualsiasi persona commette un crimine anche quando rende credibile e seria la minaccia di compiere atti così come descritti nel paragrafo 1 del presente articolo.”

L’Organizzazione della Conferenza Islamica (O.I.C.) ha subito protestato contro la bozza, sostenendo che costituisce un elemento pregiudiziale nei negoziati.

I motivi sono riconducibili alla richiesta che è sollevata da quella parte, con l’appoggio dei paesi non allineati, di aggiungere un paragrafo la cui intepretazione possa permettere di escludere i gruppi di resistenza armata che sono impegnati in quelle che, con un termine trendy, sono definite le “lotte contro l’occupazione coloniale”.

Come ha più volte detto e scritto Magdi Allam, “Non tutti i musulmani sono terroristi ma tutti i terroristi sono musulmani”.

Partendo dal presupposto che i paesi che formano l’O.I.C. siano tutti a maggioranza musulmana, questa presa di posizione non potrebbe fare sorgere il dubbio che il terrorismo di matrice islamica possa godere di certe libertà in quanto beneficia di coperture e complicità a livelli governativi?

Non si potrebbe spiegare altrimenti la bislacca richiesta di questi paesi i quali, ci pare, (ma ci potremmo sbagliare) hanno terminato le loro battaglie di libertà coloniale ormai da molti anni.

E siccome a pensare male, a volte, ci si azzecca, ci chiediamo: se un’organizzazione di stati liberi dal colonialismo vuole proteggere con un trattato ONU gruppi armati che lottano per questa nobile causa, quali sono i paese nei quali questi gruppi potrebbero agire?

Sì perché, oltretutto, il concetto di “colonialismo” è pure un po’ troppo vago ed ambiguo se riferito in questo contesto e non vorremmo essere nella condizione di trovarci in casa nostra dei guerriglieri che combattono, protetti dai trattati, per liberare i nostri paesi, “colonizzati” dal sistema capitalistico occidentale con un po’ di condimento di colonialismo cattolico cristiano e di doverli contrastare, sotto condanna delle Nazioni Unite per avere violato un loro trattato.

Sì perché in casa nostra i guerriglieri, che già protestano contro gli “l’oppressione delle leggi anti-terrorismo” (…), ci sono già e sono presenti in numero impressionante.(Video qui)

Non so se mi spiego. Forse esagero, o forse no.


TTT: i veri pericoli socio culturali dell’Occidente


Le tre T sono “TOLERANCE”, “TIRADES e “TERRORISM”. Sostantivi che descrivono bene tre eventi accaduti recentemente nelle università americane, che hanno provocato forti reazioni partigiane e riempito i notiziari dei media e le pagine dei blog.

TOLERANCE (tolleranza), fa riferimento alla vicenda successa alla famosa Università di Yale, nella quale si è scoperto che Sayed Rahmatullah Hashemi, un ex-ambasciatore, allora 22enne, del regime talebano è stato ammesso a frequentare gli studi ed è stato accreditato di una borsa di studio. Costui ha dichiarato di sentirsi particolarmente fortunato di essere arrivato nella prestigiosa università rispetto a molti suoi vecchi compagni d’arme che si sono ritrovati a guardarlo in televisione da una cella del carcere di Guantanamo.

Nel 2001, poco prima degli attentati al WTC, Hashemi fu intervistato dal Wall Street Journal, nella sede del quotidiano di NY situata proprio di fronte alle due torri. Il suo tour di allora aveva lo scopo di spiegare e giustificare alla comunità internazionale i motivi che avevano portato al bombardamento delle statue di Buddha nel suo paese. Inoltre aveva fatto un’interessante affermazione su Osama Bin Laden, ospitato dal regime talebano, sostenendo che “non c’è una chiara evidenza che si tratti di un terrorista”.

Fin’adesso lo staff dell’università si è trincerata dietro ad un “no comment”.

(Hat tip Wall Street Journal)

TIRADES (filippica), fa riferimento a Jay Bennish, un professore di geografia della Overland High School, in un sobborgo di Denver, che è stato registrato da Sean Allen, un suo studente di 16 anni, mentre dava lezione di demagogia anti-imperialista non proprio geografica, paragonando, tra l’altro, George W. Bush ad Hitler. Il professore è stato subito allontanato dall’insegnamento e ora, con l’aiuto di un avvocato, sarà reinserito nei ranghi avendo promesso che, ogni volta che dovesse esprimere delle opinioni geo-politiche, si premurerà di illustrare anche dei punti di vista opposti; si è comunque dichiarato”per niente pentito” ed anzi, si è rammaricato di non avere scelto il dittatore più opportuno.

(Hat tip Cnn e, se avete tempo, la registrazione audio della lezione, interessantissima!).

TERRORISM (terrorismo), si riferisce invece alla vicenda di Mohammad Reza Taheriazar, un insospettabile studente di origine iraniana che ha pensato di balzare alle cronache investendo e ferendo con un grosso SUV 9 studenti in un campus universitario di una tranquilla cittadina di provincia. Di lui ho scritto giorni fa.

(Hat tip Cnn ).

Sicuramente questi sono episodi sconcertanti, quantomeno perché sono accaduti in un paese come gli Stati Uniti. Da noi, in Europa, avrebbero causato meno scalpore, sarebbero volutamente stati ignorati da una buona parte dei media e non avrebbero provocato altri sentimenti se non una certa indifferenza.

Negli USA invece, hanno acceso un forte dibattito, che ha diviso gli americani in due fazioni: da una parte coloro che hanno condannato il dubbio ed ingenuo atteggamento arrendevole delle elites universitarie nei confronti di possibili concessioni all’integrità del loro corpo insegnante ed ai criteri di rilascio di borse di studio e dall’altra quelli che in nome della libertà di espressione e proclamando il trionfo del multi-culti, hanno difeso Yale e tutti i professori che ritengono sia loro diritto raccontare qualsiasi cosa gli frulli per la testa durante le lezioni.

Solo il caso del “terrorista dilettanteTaheriazar, non ha lasciato dubbi sulla liceità di un attentato, seppure casereccio, che avrebbe potuto fare un certo numero di morti: anche qui, però, qualcuno ha cercato di spiegare che, al di là del fatto in sé, certamente da condannare, sia necessario riflettere sulle ragioni, sicuramente non sono riconducibili a fattori economici o di emarginazione, che hanno portato il giovane a compiere quel gesto.

Questi eventi dovrebbero tuttavia fare sorgere alcuni interrogativi.

Che opinione possiamo farci, per il futuro dei nostri figli, quando un’università prestigiosa nonché culla degli insegnamenti del diritto, non si fa scrupolo di accogliere un importante ex-esponente di un regime totalitario e sanguinoso, di accordargli una borsa di studio e di non degnarsi neanche di “commentare” l’accaduto, pur se sotto una forte pressione di gran parte dell’opinione pubblica?

Che opinione possiamo farci, per il futuro dei nostri figli, se un insegnante si arroga il diritto di indottrinare con teorie demenziali i suoi studenti, dando una versione smaccatamente faziosa del passato e del presente della nostra civiltà occidentale della quale ci dovremmo vergognare e sentire colpevoli?

E come potranno, in questo modo, le generazioni presenti e future trarre un’ispirazione dalla storia per costruire per un mondo migliore, fatto di nobili aspirazioni?

Infine: quando ci decideremo a riconoscere le vere origini psico-patologiche di certi atti di violenza e di terrorismo, invece di ricercare continuamente la loro origine e causa nei nostri comportamenti colonial-imperialisti?

Ciò che dobbiamo fare è uno sforzo di onestà intellettuale e di pragmatismo; ne abbiamo il dovere se vogliamo dare un nostro contributo genuino alla costruzione di un mondo più libero e più sicuro.

Berlusconi - Prodi: vince il formato regolato


Il dibattito tra Prodi e Berlusconi non doveva e non poteva fare emergere nulla di nuovo.

Niente “Contratto con gli italiani”, i programmi di 281 pagine sono già stati ampiamente pubblicati, gli insulti, le derisioni e le affermazioni demagogiche tipiche di una campagna elettorale così tesa, sono già stati detti.

Quindi niente di interessante, neanche per la parte mediatica.

Già perché la vera novità che sconvolgerà le emozioni dell’ascoltatore ed i commenti degli opinionisti è proprio che non c’è stata parte mediatica. Niente urla, interruzioni, gesticolazioni, svarioni, insultoni, spintoni, sfottoni, e atteggioni.

Hanno vinto le regole del dibattito che hanno dato, improvvisamente ed inaspettatamente, un nuovo volto ad una tipologia di evento gestita, ormai da anni, non più dai politici ma dai conduttori e dalle esigenze dello spettacolo TV.

Per questo i due sono apparsi smarriti, un po’ soporiferi, controllati ed intimoriti dal cronometro. Oltretutto traspariva chiaramente la difficoltà di non potere intervenire interrompendo e confutando.

E da questa nuova tensione sono uscite affermazioni che, nella loro incredibilità, fanno perfino tenerezza: “Noi non vogliamo aumentare le tasse ma vogliamo appoggiare le tasse sulla base della robustezza delle spalle…”; “Gli immigrati non arrivano perché il mare è in tempesta…”; “Ecco, sono già oltre tempo massimo, queste regole non mi permettono di fare un discorso completo…”.

Si è assistito, da un lato, ad un ragionerismo di maniera dal quale, dall’altro lato a tratti, ha fatto capolino qualche confessione non voluta ma dovuta a questo nuova tipologia di difficoltà emotiva.

Paradossalmente Prodi e Berlusconi non sono stati i veri avversari perché il vero avversario è stato il gesso delle regole.

Noi tutti speriamo che la prossima sfida con Bruno Vespa, possa fare emergere qualcosa di nuovo dopo che questo primo evento ha dato la possibilità ad entrambi di prendere le misure con la grande novità del formato.

Formato regolato che preferiamo ai cazzotti, agli insulti ed alle volgarità.

Giudici prevedibili e politica impreparata

Chiamiamole coincidenze. Chiamiamola indipendenza della magistratura. Chiamiamola logica dei tempi giudiziari. All’avvicinarsi di eventi politici rilevanti, sono tutti fattori prevedibili.I comportamenti della magistratura italiana di questi giorni sono stati definiti da Sergio Romano, ironicamente, “Imprevisti giudiziari“.

Romano non rappresenta precisamente il mio modello di giornalista ma nell’articolo scritto sul Corriere di Sabato 11 Marzo, egli lancia un grido di dolore, un allarme condivisibile.

I destinatari non sono solo le belle anime garantiste ma il paese tutto, nel quale egli comprende anche le forze della sinistra.

I fatti sono noti: solo per citare i casi più eclatanti e per lasciare da parte quelli meno conosciuti che si consumano nelle procure di provincia a danno di poveri amministratori di secondo piano, tutti di Centro Destra, andiamo dalla richiesta di rinvio a giudizio per Berlusconi (affare Mills), alla vicenda Moffa, sottosegretario di Alleanza Nazionale, al thriller di spionaggio che vede protagonista l’ormai ex-ministro Storace ed all’accusa di associazione a delinquere per il neo segretario dell’UDC Cesa.

Solo la Lega, per adesso, esce indenne dall’attacco frontale dell’armata dei magistrati che, ormai, al posto della bandiera italiana, sventolano quella nera con il teschio e le ossa incrociate.

Nonostante il pericolo di un effetto boomerang, le procure di tutta Italia, al comando degli ayatollah di Milano, insistono nel volere surrogare la libera opinione degli elettori con colpi di mano giudiziari, nella migliore tradizione di un organismo che, da più di un decennio, in nome dei proprio privilegi e del potere che ormai nessuno gli può più togliere, si arroga il diritto di sostituirsi alla classe politica nel governo del paese.

L’aspetto tecnico che ai più sfugge è che esiste una sproporzione tra l’effetto virtuale e mediatico delle decisioni dei PM e l’effetto della ricaduta puramente giuridica sulle loro vittime.

Si tratta infatti di provvedimenti che probabilmente avranno il loro effetto giudiziario in tempi successivi al voto del 9 Aprile ma che ne hanno uno ben maggiore nell’arena politica. Si vedrà se poi, a conti fatti, toglieranno consensi al Centro Destra o aumentaranno nell’elettorato moderato l’effetto quadrato intorno al Premier ed i suoi alleati.

Quando un Pubblico Ministero inizia un’indagine, lo fa senza che gli indagati siano informati del suo operato. Entro sei mesi questa fase dovrebbe concludersi ma ciò non avviene mai, anzi, i magistrati hanno l’autonomia e godono di scappatoie procedurali che gli permettono di rendere pubblici gli esiti del loro operato nei tempi che essi ritengono più opportuni. Questo meccanismo spiega i motivi che ci spingono a considerare gli avvenimenti di questi giorni come delle vere e proprie bombe ad orologeria.

Non si spiegherebbe altrimenti il perché solo oggi sia stato richiesto il rinvio a giudizio di Berlusconi per fatti accaduti quasi 10 anni fa o, nel caso di Moffa, addirittura nel 1994.

A nulla serviranno le interrogazioni di parlamentari esperti di giustizia perché le conseguenze che si volevano ottenere sul piano mediatico e politico, travalicano l’effettivo impatto giudiziario che sarà, presumibilmente, uguale a zero.

Intanto le vicende di Fiorani e Consorte sono andate nel dimenticatoio. Uno è ancora in galera e l’altro si prepara a godersi i suoi 60 milioni scudati, standosene comodamente seduto nel salotto di casa propria e, magari, facendosi retribuire lauti compensi per qualche intervista giornalistica. E dire che i reati per i quali sono indagati, sono praticamente gli stessi.

Ormai pretendere che la campagna elettorale sia disintossicata dalle richieste inquinanti e tenute in serbo per anni e depositate in edicola prima che in cancelleria, è un’utopia.

Il danno è fatto e, in verità, non sapremo mai quanto tutto ciò abbia influito sul risultato finale.

Certo è che, come giustamente ha fatto notare Romano, quale che siano gli esiti che emergeranno dalla prossima tornata elettorale, anche il Centro Sinistra dovrebbe ormai essere consapevole che questa anomalia non può e non deve essere relegata ad un semplice appostamento sulle rive del fiume nel quale scorrono i cadaveri degli avversari politici.

L’alterazione del rapporto tra potere politico, l’unico che dovrebbe essere considerato come tale, ed il potere della magistratura, che dovrebbe essere al servizio del primo e dei cittadini, è un fattore che dovrà essere affrontato in modo approfondito e determinato indipendentemente dallo schieramento che governerà il nostro paese.

Milano: indulgenza e cospirazionismo non fanno schifo


Non ero a Milano per il week-end anche se Sabato ho saputo cosa era successo da amici che hanno un negozio a 200 metri dagli incidenti.

Domenica pomeriggio sono rientrato e sono voluto andare a vedere. Ho parlato con gli edicolanti della zona, anche con quello la cui edicola, dicono i giornali, sarebbe stata incendiata. Questo non corrisponde a verità perché ad essere incendiato è stato un motorino posteggiato lì vicino che, cadendo, gli ha infranto i vetri. La zona è quella del marciapiede tra via Melzo e Porta Venezia dove è stata attaccata la postazione di AN ed è stato, quello sì, incendiato e completamente distrutto un negozio.

La memoria è tornata agli anni ’70 e ’80 quando, nella mia città, circolare in molti quartieri a piedi o in motorino vestiti con il tipo sbagliato di occhiali, di scarpe o di cappotto significava esporsi al rischio di essere aggrediti con tirapugni, catene o spranghe. Anche a me è capitato e, a tutt’oggi, non ne so le ragioni. Altri hanno lasciato sui marciapiedi pezzi di materia grigia.

Adesso, come allora, l’intellighenzia di sinistra mostra un’inconfondibile indulgenza verso questi sedicenti membri della rivoluzione.

Ieri, per averne conferma, ho comprato Liberazione e l’Unità. E, manco a dirlo, ho potuto godermi dei begli esempi di teorie negazioniste-cospirazioniste.

Piero Sansonetti scrive il suo capolavoro in prima pagina.

Dopo avere esaltato la lotta degli studenti della Sorbona che protestano verso “la precarizzazione del lavoro, cioè l’unica idea di qualche consistenza che le classi dominanti hanno partorito” (…), scrive che “sono arrivate le notizie da Milano, e sono pessime e cupe”. A questo punto ci aspettavamo che parlasse degli incidenti e invece, udite, udite prosegue con: “I fascisti – stile nazi – alleati di Berlusconi e Fini (se lo dice lui, ndr), hanno sfilato con i saluti nazisti e dichiarando il loro orgoglio di essere hitleriani;”.

Questa la prima pessima e cupa notizia”.

Sansonetti continua: “E poi quei duecento giovani, con le bandiere rosse e pochissimo cervello in testa, che hanno messo a ferro e fuoco la città, hanno commesso gesti di violenza inaccettabili, e stupidi, e inutili, e gravissimi, hanno spaventato la gente, hanno offerto il destro…alla destra per cercare una molto pasticciata controffensiva, dopo le giornate difficili degli scandali (spionaggio Storace…Mills..il maxiscandalo, roba di miliardi, che sta travolgendo il capo dell’UDC di Casini)”!

Quindi la notizia, letta così è che prima c’è stata la manifestazione dei fascisti e poi, per reazione, c’è stata la guerriglia dei duecento stupidi, tali più che altro perché non sono stati abbastanza furbi ed hanno permesso al Centro-Destra di distogliere l’attenzione dagli scandali, compreso quello che travolgerebbe l’UDC, che non sappiamo nemmeno quale sia.

Il bello arriva nella parte finale: “Lasciamo stare…la discussione – che è assai complessa e dovremo riprendere – sulla scelta della non violenza…” , dai lasciamola stare perché Sabato non si è trattato certo di violenza, giusto per non distogliere l’attenzione; “…(questa affermazione, ndr) deve servirci a costruire…una rete molto vasta di lotte, di conflitti di massa (speriamo non violenti…ndr) che sappiano mettere al centro – come sta avvenendo in Francia – i temi fondamentali della società futura…” Un po’ contraddittoria e azzardata questa affermazione perché ci pare di avere capito che in Francia la lotta sia stata messa in atto con un’ occupazione universitaria, che forse, Liberazione, ritiene pacifica e legittima, ma tant’è.

Veniamo adesso a Oresta Pivetta sull’Unità.

Il titolo esemplare del suo articolo di prima paginaViolenti e imbecilli. Chi li manda?” ci fa già sospettare quali siano le tesi dell’autore. Tuttavia non vogliamo leggere imbevuti di preconcetti e quindi procediamo. “ …(i teppisti ndr) hanno fatto il possibile per trasformare una giornata qualsiasi in una tempesta di polemiche e strumentalizzazioni…” E voilà! Il problema non sono le auto incendiate, il terrore dei bambini che scappavano e i poliziotti feriti ma la destra che ha così potuto approfittare per sollevare una polemica a suo favore.

Ma andiamo avanti: “…viene il dubbio che qualcuno, in considerazione della loro età e della loro imbecillità, li abbia semplicemente usati, Che qualcuno, insomma, abbia fatto il regista. Non sarebbe la prima volta”. Ma dai! Credevamo che trent’anni di storia di violenze studentesche, operaie e brigatiste avessero insegnato qualcosa anche ai più cocciuti. Invece nulla, il coccio è il coccio.

La tesi del cospirazionismo, tanto cara ai Bocca e agli Scalfari di sessantottina memoria, riemerge ogni qualvolta la verginità della sinistra politica è messa in crisi dagli arrembanti stalloni dei centro sociali.

Anzi Pivetta scrive poi, riferendosi alle minacce di La Russa, che “Di quali centri sociali (La Russa ndr) non ha spiegato: gli sarebbe stato difficile individuarne qualcuno dentro la pattuglia dei cretini”. E se non fosse stato possibile individuare i centri sociali, cosa si individuava? Forse che Pivetta vuole farci intendere che di centri sociali non si trattava ma di qualche non ben identificato gruppo mandato lì da qualcun altro? Qualcun’altro che ci possiamo immaginare? Dal colore incerto tendente verso il nero (fascista) – azzurro (governativo)? Con qualche gagliardetto dei servizi segreti o di società private che si occupano di sicurezza e che oggigiorno vanno tanto di moda? Già, proprio questo dovremmo immaginare.

I comportamenti di questi teppisti sono considerati per lo più solo “da cretini” ed “irresponsabili” quando le immagini, i filmati ed i fermi di polizia identificano gli autori della guerriglia nei membri dei cosiddetti centro sociali o dell’autonomia. In assenza di certezze, l’unica cosa certa è che una certa stampa, ormai da tempo immemore, tenta di avvalorare la tesi che “il violento è solo a destra” e se qualche ragazzetto di sinistra ci casca, poveretto, non è causa sua ma delle oscure manipolazioni da parte di qualche oscuro burattinaio.

E se queste considerazioni possono essere oggetto di legittime obiezioni da parte di chi non crede all’ovvio, dobbiamo allora riportare la dichiarazione delle dichiarazioni che è stata pubblicata sui quotidiani di ieri e che fa cadere la mannaia sulla malafede di un certo giornalismo di sinistra: Francesco Caruso, il rivoluzionario in procinto di partire per la Palestina per formarsi all’uso dei missili Kassam nei campi delle brigate Al-Aqsa, noto latifond….ops! campagnolo, maramaldo e pure un po’ tanto fuorilegge metropolitano, 23 provvedimenti giudiziari per violenza, si fa sentire dal suo eremo del Parco Nazionale dell’Abruzzo (pure quello ha ereditato? ndr) e dichiara: “Mi vogliono sparare, c’è un plotone di esecuzione con Pisanu e Casini, io, invece, mi faccio le cose mie e i politici me li schifo proprio”.

I suoi compari, oltre ai politici, Sabato scorso si sono schifati pure la folla che scappava terrorizzata ed i poliziotti che, per un tozzo di pane, di sono presi i razzi in faccia.

Ma intanto, conclude Caruso: “Perché poi cosa è successo a Milano? Sono state bruciate delle macchine, la polizia ha arrestato 40 persone….”.

Già, non è successo niente, dice il candidato di Rifondazione Comunista, e può dire qualsiasi cosa ormai, perché oltre alle coperture occulte, ha anche quelle palesi.

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