Porti USA: sovranità salva


Il “deal” non s’ha da fare.

Nei miei post (qui e qui) di Febbraio, quello che doveva diventare un esempio di apertura dei mercati e libera circolazione dei capitali era stato cassato per ragioni riguardanti la sicurezza nazionale degli Stati Uniti.

Nonostante le prese di posizione preventive di George W. Bush, la reazione violenta dell’opinione pubblica americana, cavalcata dai democratici, ha messo fine all’acquisizione della britannica P&O da parte di una società del Dubai specializzata nella gestione amministrativa e logistica di porti marittimi. P&O ha un contratto di lungo termine per operare 6 dei maggiori porti della parte orientale degli Stati Uniti.

Si è trattato di una rinuncia unilaterale dei responsabili della società del Dubai che ormai avevano capito che non ci sarebbe stato nulla da fare per impedire l’opposizione al take-over da parte del Congresso Americano. Involontariamente hanno fatto un favore a Bush che non ha dovuto prendere posizione pro o contra.

Per questa volta è andata bene.

(hat tip Chicago Tribune)

Algeria: una speranza

L’Algeria è stato, fino alla metà degli anni ‘80, un paese dominato dal Fronte Nazionale di Liberazione Nazionale, un partito unico che, con i militari, aveva instaurato un regime nazional-socialista.

I primi sommovimenti sociali della fine di quel decennio sono stati il preludio all’ascesa politica del Fronte Islamico di Salvezza (FIS), un tipico movimento islamista divenuto popolare attraverso una politica di promesse e di aiuti alla popolazione povera a disoccupata.

La politica del FIS si è fondata sulla lotta alla corruzione, molto presente a tutti i livelli, sull’offerta di un lavoro per tutti e sugli aiuti sociali ad una popolazione indigente che non è mai riuscita a beneficiare delle enormi ricchezze energetiche del paese.

Quando l’introduzione del multipartitismo alla fine degli anni ‘80 ha dato al FIS la possibilità di affacciarsi sulla scena politica e di diventare un protagonista della vita del paese, i risultati non si sono fatti attendere: la vittoria netta alle elezioni del ‘91 è stata la porta che si è spalancata all’interno di un paese musulmano mediterraneo verso l’instaurazione della prima repubblica islamica.

Ma l’Algeria ha una sua storia, civile, intellettuale e militare.

Il colpo di stato del ‘92 nel quale politici, accademici e l’esercito non hanno avuto dubbi sulla cancellazione delle elezioni, sullo scioglimento e la messa fuorilegge del FIS, ha dato origine ad una delle più sanguinose guerre civili dello scorso secolo. Una guerra seguita con assordante silenzio ed indifferenza da parte dell’Occidente, una tragedia a porte chiuse. I morti sono stati 200.000, i dispersi 15.000, 30.000 le vedove e 50.000 gli orfani.

La stagione dei massacri ha visto gli islamici delle formaizoni terroristiche capitanate dal GIA (Gruppo Islamico Armato) decapitare per le strade e nelle case sia la gente comune che i poliziotti, gli intellettuali ed i militari; le forze speciali dell’esercito non hanno usato metodi meno violenti e brutali per sopprimere la rivolta, durata oltre 7 anni.

Sono passati 8 anni dalla fine ufficiale della guerra e dell’Algeria si continua  a parlare poco.

Il FIS, formalmente sciolto, è sempre un’organizzazione fuori legge, il terrorismo resiste ancora, seppur in modo residuale, attraverso i nipotini del GIA, il Gspc, la corruzione non accenna a diminuire, il potere dei militari resta immutato, la principale fonte di reddito per il paese restano le risorse energetiche e il pollo, del quale gli algerini fanno largo consumo, viene nutrito con mais e soia importati dalle americhe.

Eppure qualcosa è cambiato.

Nonostante i costumi religiosi impongano pesanti restrizioni alla libertà della donna, la sua presenza nella vita del paese è molto rilevante sia nell’impiego pubblico che nella magistratura e negli ambienti accademici. Il consumismo occidentale affascina e coinvolge soprattutto i giovani, quelli sotto i 30 anni costituiscono il 70% della popolazione; la moda francese, 14 milioni di contratti di telefonia cellulare su una popolazione di 22 milioni, un grado di alfabetizzazione relativamente alto ed altri ne fanno un paese anomalo nello scenario dell’Africa francofona.

Ma ciò che è più rilevante è che il potere politico, ben rappresentato dal Presidente Abdelaziz Bouteflika, è riuscito a coniugare la creazione di una società relativamente laica con il controllo dei partiti islamici e del clero.

Nella vita del paese nulla, che sia un pericolo anche remoto per la sicurezza e la stabilità sociale, è concesso. Non ci deve essere più una guerra civile. Non si possono lasciare spazi a movimenti di opinione islamici di stampo estremista.

I sermoni degli Imam sono controllati dal Ministero degli Affari Religiosi e l’interpretazione del Corano non è lasciata al sopravvento di qualche predicatore d’odio magari preso a prestito da altri paesi od organizzazioni: i costumi ufficiali di stampo tradizionalista sono prevalentemente di facciata ma la realtà della vita di tutti i giorni è difesa anche con metodi non propriamente democratici e che spesso non garantiscono la libertà di espressione.

Ne è esempio il fatto che la quasi totalità dei quotidiani del paese, circa una trentina, sono di proprietà dello stato che, recentemente, si è premurato di licenziare tutti i giornalisti che hanno osato ispirarsi alle vignette danesi per iniziare un nuovo corso di libertà espressiva nel paese.

Il modello algerino non è certo un modello al quale dovrebbe ispirarsi un buon democratico.

Ciononostante gli va riconosciuta una funzione unica nel panorama del mondo islamico: quella di essere riuscito a traghettare un paese dilaniato dal colonialismo, dal post-colonialismo e poi dalla guerra civile, in un viaggio difficile e doloroso, verso una soluzione politica e sociale che dà una speranza nuova di democrazia e di prosperità. Il tutto senza che formazioni estremiste o che mirano principalmente alla espansione dell’islam o alla costituzione del califfato, siano assunte alla guida del paese.

Bouteflika è sopravvissuto a tutto. Anche a recenti gravi problemi di salute. Adesso la sua missione è quella di partorire una figura di prestigio che possa acquisire la fiducia del suo popolo e riformare definitivamente una società che, coraggiosamente, ha sempre saputo risorgere dalle immani disgrazie del suo destino.

Oggi Abdelkrim Kaddouri, uno dei fondatori della formazione terroristica del Gspc vicina ad Al Quaeda, è stato ucciso dai suoi compagni. Aveva deposto le armi nel 1999 ed aveva convinto molti altri a fare altrettanto. Non è la prima vittima del terrorismo jihadista che mira ad impedire che il nuovo corso algerino, iniziato il 28 Febbraio di quest’anno con l’entrata in vigore della “CHARTA“, la riconciliaizone civile, sia l’ultimo atto della spinta integralista e metta definitivamente la parola fine al califfato islamico nel paese.

È un brutto segnale che, speriamo, non costituisca il preludio ad un’inversione di tendenza.

Talk Show insopportabili

Mentre scrivo Canale 5 trasmette l’incontro-scontro tra Berlusconi e Diliberto.
Sono davanti al mio notebook e posso sentire quello che dicono, ma non ascolto, nonostante il fatto che la serata potrebbe fornirmi molti spunti per scrivere.

Il problema è che il mio stomaco si torce quando vedo certi spettacoli che, con la politica e con la campagna elettorare, ormai non hanno più nulla a che fare.

Grazie alla sapiente e professionale conduzone di Mentana (sic!), la trasmissione si è aperta con l’applausometro. Mi ha ricordato una trasmissione di almeno vent’anni fa, la CORRIDA che però non mi pare si occupasse di temi vitali per il paese. Invece ormai siamo qui, con due dei massimi esponenti politici italiani che, per potere parlare a milioni di elettori, devono ascoltare il livello di decibel del battimani della platea.

I contenuti dei loro botta e risposta interessano veramente a qualcuno? Non ne sono per niente sicuro perchè è tutto piuttosto prevedibile.

Uno dice quadri, l’altro picche. Poi bianco e nero e infine, io sono bravo tu sei cattivo.

Boh, speriamo che gli elettori cerchino di riflettere all’ombra delle luci televisive.

Berlusconi pieno di ceffoni

Silvio Berlusconi non dorme più da un paio di giorni.

Non perché il pesante pensiero del 9 Aprile lo costringa a guardare con gli occhi sbarrati  il soffitto al di sopra del suo letto ma perché il bruciore sulle guance causato dai ceffoni che gli hanno tirato ultimamente amici e nemici gli fa proprio male.

Ci ha pensato prima Prodi, approfittando della marcia indietro del Cavaliere sulla sua conferenza  ed ha detto: “Lo sapevo che sarebbe andata così; anche lui si è dovuto rendere conto che la sua richiesta era insostenibile e che ci vogliono le regole!“. D’altra parte quello di Silvio è stato uno svarione in difesa che Prodi ha sfruttato per infilare a porta vuota.

Ha poi continuato con lo sventolìo della scheda elettorale: 65X25 cm, si direbbe un bel lenzuolino da neonato, ma pur sempre un lenzuolino che adesso ondeggia sulla testa di Berlusconi a mezz’aria dandogli, questo sì, un leggero sollievo alla pelle del viso quasi tumefatta, ma scompigliando in modo caotico la sua attività mentale.

E poi, ieri sera, il manrovescio a due mani.

Come è possibile ciò? Man (singolare) rovescio (singolare) con due (plurale) mani (plurale)?

Ebbene sì, di questo sono stati capaci Alessandra Mussolini ed il Ministro Castelli.

In verità loro non hanno poi tutte queste colpe. C’era da immaginarselo che, davanti al Luxuria della situazione, sarebbe andata scatafascio. Ma tant’è, quando si tratta di mostrare la faccia nel salotto vespiano, tutti pronti con la cravatta a pallini, il fard con toni accesi e le scarpe di Gucci.

Alla prima provocazione, eccola pronta la bella Alessandra a rispondere per le rime: “Meglio fascisti che froci!!” forse cercando di dimostrare che le stragi di regime, i forni crematori e gli stati liberticidi che porta ancora nei geni siano meglio di una semplice checca che sculetta per strada.

E poi Castelli: “La difesa dei figli è compito della famiglia, la sinistra i bambini se li mangia a pranzo e cena!!” o giù di lì. Forse voleva aggiungere qualcosa ai ritornelli anti-comunisti di Berlusconi descrivendo i sinistrorsi come i peggiori cannibali.

Il Cavaliere deve avere pensato che Lega e Mussolini vadano tanto d’accordo in coppia quanto sono i danni che stanno facendo all’immagine della CDL e che da oggi, oltre ai loro manrovesci dati a due o a quattro mani, l’esposizione del fianco agli attacchi della sinistra sarà ormai vicina ai massimi livelli.

Agli elettori invece c’è ancora quasi un mese di tempo per pensarci.

Speriamo che cominci  a fare sonni migliori.

Mario Scialoja: un mito laico


Mario Scialoja lo abbiamo visto in televisione. È stato ospite di Porta a Porta in molte puntate che trattavano argomenti legati alla vita dell’Islam e delle popolazioni musulmane.

Romano, 68 anni, convertito all’Islam nel 1987, è stato più volte ambasciatore italiano. Il suo ultimo incarico si è svolto in Arabia Saudita, la patria sacra della religione maomettana.

La sua conversione risale al periodo nel quale rappresentava il nostro paese all’ONU.

Oggi dirige la sezione italiana della Lega Musulmana Mondiale che ha sede a Roma presso il Centro Culturale Islamico della grande Moschea ed è membro della Consulta Islamica nominata dal nostro Governo.

Quando ho letto la notizia di agenzia che riportava la sua reazione all’apertura del cardinale Martino sull’insegnamento della religione Coranica nelle scuole pubbliche italiane, ho cambiato gli occhiali togliendomi quelli da miope e ho indossato quelli da presbite, avvicinandomi al monitor: non ero per niente convinto di avere letto bene.

“Ringrazio il cardinale Martino e il Vaticano per la sua apertura, ma sarebbe meglio istituire un’ora di storia delle religioni”.

Ho pensato che quello che si dice in giro sui musulmani moderati e cioè che esistono, corrisponde a verità. Ho pensato anche che, al contrario di quello che si dice in giro, e cioè che se esistono non si fanno mai sentire, questa volta è falso. Non solo si fanno sentire, in generale, ma in particolare in questo caso a parlare è un rappresentante di spicco, per di più non sospettabile di ambiguità genetiche tipiche di una certa razza, visto che è italiano.

Scialoja prende le distanze in modo pacato ma chiaro dall’UCOII che ha chiesto l’introduzione dell’insegnamento religioso.

“Il mio pensiero è diverso: l’Italia è uno stato laico (leggo e ….gulp!), la sua scuola è laica (gulp! gulp!) e nei programmi scolastici dovrebbe essere prevista un’ora di storia delle religioni” (gulp!gulp!gulp!)

A questo punto ho fatto uno sforzo di memoria e sono andato al tempo in cui, bambino, ero alle scuole elementari di una laicissima scuola linguistica di Milano, nella quale, precorrendo i tempi visto che sono tornato agli anni ‘60, si studiava una seconda lingua. Lì i bambini erano educati secondo i principi del cattolicesimo cristiano ed è stata proprio la scuola che mi ha insegnato il catechismo, mi ha introdotto ai sacramenti e mi ha insegnato chi era il bambin Gesù. Ma è stata anche la scuola che non ha mai introdotto i suoi alunni all’esistenza di altre religioni, monoteiste o meno. Insomma, in fatto d’Islam, Buddismo, Ebraismo, Induismo e delle altre scuole cristiane la mia generazione è rimasta nella più profonda ignoranza.

Scialoja continua e dice: “Non possiamo cominciare a chiedere un’ora di religione islamica, i buddisti farebbero lo stesso, gli induisti lo stesso e così via“.

Giusto. E se così fosse come potremmo negare agli appartenenti alle altre religioni il diritto all’insegnamento?

Penso che l’insegnamento della religione islamica per gli studenti musulmani, spetti alle famiglie ed eventualmente a scuole private islamiche riconosciute e parificate“.

Incredibile, una posizione lineare da vero laicista. La religione non è affar di Stato e quindi neanche della scuola di Stato ma un affare privato, familiare o ad appannaggio delle scuole private che le famiglie scelgono, liberamente e personalmente, per l’insegnamento di questa materia.

Scialoja conclude: “L’insegnamento facoltativo della religione cattolica costituisce una questione a parte perché è seguita dalla grandissima maggioranza degli italiani.”.

Un vero signore, equidistante, rispettoso delle esigenze delle minoranze ma soprattutto delle maggioranze.

Se tutti gli appartenenti a tutte le religioni ed in primis i politici, ragionassero così, avremmo risolto definitivamente il problema.

Non ci sarebbero più alibi per imporre con i più fantasiosi metodi la supremazia di questo o di quel credo, né ci sarebbe spazio per sovrapposizioni ambigue dei precetti religiosi con altre materie di insegnamento, aspetto questo che rende alquanto problematica e praticamente incontrollabile la presenza della materia islamica nelle scuole.

Dopo i primi momenti di euforia, devo ammettere che mi ha preso lo sconforto.

Parte dall’osservazione della realtà italiana e non solo.

Siamo divisi tra una fazione che pone la difesa dell’”identità” e delle “radici”cristiane alla base della nostra civiltà e che, tra l’altro, tende a porre delle barriere e dei confini ben precisi alla presenza d’altre convinzioni religiose all’interno della propria società. Si dice che noi, qui, siamo cristiani d’origine, di cultura e di storia e che nessuno può permettersi di entrare nei nostri confini perché non gli sarà permesso. Questo ragionamento è ammantato dalla difesa della conservazione della nostra libertà a proclamare e a difendere questa identità, a condizione che libertà per noi significhi meno libertà per coloro che vogliono convivere nel nostro mondo culturale.

Dall’altra parte, invece, si schierano i buongustai del minestrone “democratico religioso”, nel quale si confondono e si mischiano tutti i confini, quelli dello stato, della costituzione, dei diritti e dei doveri. Una specie di oceano melmoso nel quale nessuno più capisce quali siano i limiti tra laicità e religione, tra rispetto delle leggi ed espansionismo ideologico, tra supremazia degli stati e dettami religiosi.

E sì che la soluzione di principio sarebbe alquanto semplice: da una parte abbiamo degli stati, regolati dalle proprie carte costitutive e dalle proprie leggi e dall’altra proprio questi stati includono, come fatto personale, la libertà di professare la propria religione.

Le dichiarazioni di Scialoja non avranno seguito se non perché sarà accusato di apostatismo da una frangia di musulmani e sarà attaccato dai clerico-cattolici perché mette in crisi una presa di posizione del Vaticano.

La strada verso un’autentica convivenza pacifica tra le religioni è ancora lunga.

L’abbiamo iniziata noi occidentali con il loro superamento ideologico e molti ci hanno seguito. Galileo, Newton, gli eretici e molti altri hanno pagato con il loro sangue e sembra che la storia continui.

Ma noi non ci arrendiamo perché crediamo che la difesa delle libertà dell’individuo venga prima di ogni cosa e che valga la pena resistere ai tentativi oscurantisti.

All’inizio abbiamo inventato Dio, adesso dobbiamo guardarci dai suoi nipotini.

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