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La France c’est la femme

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Julie Coudry è la nuova icona della protesta giovanile francese. E poco le importa se l’articolata normativa sul lavoro del paese transalpino preveda un numero di formule contrattuali che possono coprire tutte le necessità dei lavoratori. Julie parla ed agisce per esperienza personale. Lavora per pagarsi gli studi e sa cosa significhi vivere in un mondo professionale precario, senza certezze e senza speranze.

Ha 27 anni ed è Presidente della Confédération étudiante, il sindacato studentesco vicino alla confederazione sindacale Cfdt, la più moderata e pragmatica delle tre grandi centrali sindacali francesi. Pragmatica è pure lei anche quando si confronta abilmente nelle assemblee studentesche e nei dibattiti televisivi con importanti esponenti politici che, al suo cospetto e subendo argomentazioni che smontano le tesi governative, hanno dovuto ammettere che nella definizione del CPE (Contrat de Première Embauche – Contratto di Primo Impiego) sono stati fatti degli errori. La sua Confédération ha tolto il primato del dibattito sia alle organizzazioni studentesche di sinistra, comuniste, noglobal o trotzskiste che a quelle che sostengono che il mondo è dei migliori e che questi troveranno sempre lavoro.

Ciò che molti non comprendono e non accettano sono i motivi che hanno indotto studenti ed aderenti ai sindacati ad occupare università ed a manifestare violentemente creando un clima che riporta alla protesta del ’68 ma che con quella stagione non ha nulla a che fare.

Allora i leader della protesta erano tutti uomini mentre adesso il simbolo è lei, la nuova Jeanne d’Arc, donna in un mondo giovanile nel quale il sesso femminile conta quanto quello maschile, senza bisogno di quote. Oggi la lotta ha perso i connotati ideologici di allora e non s’indirizza contro un nemico ma vuole difendere gli interessi economici, legittimi e condivisibili, di una parte della popolazione che si sente discriminata.

La discriminazione è il sentimento che sta alla base di tutta la protesta. Julie dice chiaramente che non è accettabile liquidare gli errori fatti con il termine “pedagogico” e mantiene il confronto sul terreno politico e con interlocutori politici.

Oggi Jacques Chirac ha deciso, nonostante la protesta e l’appoggio della maggioranza dell’opinione pubblica agli studenti, di dare il via al provvedimento di legge anche se ha annunciato che vi saranno delle modifiche.

Il CPE è un contratto di lavoro con il quale i dipendenti sono assunti in una situazione di indubbia precarietà. La sua principale caratteristica è quella di allungare a due anni il periodo di prova per le assunzioni di giovani d’età inferiore a 26 anni. Se in questo periodo il dipendente è licenziato dall’azienda senza giustificato motivo, gli è dovuto l’8% della retribuzione lorda cumulata dall’inizio del rapporto ed un’indennità di 490 euro per due mesi.

Il CNE (Contrat de Nouvelle Embauche – Contratto di Nuovo Impiego) è entrato in vigore nell’Agosto del 2005. Ha caratteristiche molto simili al CPE solo che si applica a tutti i lavoratori, senza limiti d’età, ma alle aziende con meno di 20 dipendenti. La sua introduzione non ha portato a nessuna protesta.

Allo stesso modo il CDD (Contrat à Durée Déterminé – Contratto a Termine) apparentemente non pone problemi all’universo dei lavoratori, pur essendo il 70% delle nuove assunzioni fatto con questa formula.

Il vero problema per il sistema Francia è il CDI (Contrat à Durée Indeterminé – Contratto a Durata Indeterminata). Il 90% degli occupati infatti, lavora con questo contratto.

Quello che Julie Coudry non sa è che se la sua protesta avrà successo la Francia ed altri paesi, se vorranno ridurre il problema endemico della disoccupazione giovanile, dovranno togliere qualcosa ai beneficiari dei contratti di lavoro a durata inderminata per redistribuire lavoro a tutti.

Il presupposto sul quale si basa il contratto oggetto della protesta è l’importante estensione della durata del periodo di prova. Questo fattore determina un aumento della flessibilità del lavoro perché le imprese sanno che, assumendo dipendenti con periodi di prova così lunghi, hanno maggiori possibilità di licenziare se le condizioni di mercato lo richiedono. Quindi assumono più facilmente.

La durata media del periodo di prova in Francia è di 45 giorni. In questo triste primato è battuta solo dall’Italia (24 giorni) e dall’Austria (31 giorni). In Germania la durata media è di 6 mesi, in Danimarca di 10,5 ed in Gran Bretagna di 12 mesi. Questi dati ci devono fare riflettere sull’equazione che esiste tra il livello di flessibilità di un dato mercato del lavoro ed il suo tasso di disoccupazione.

Se prendiamo ad esempio economie che si sono dotate di legislazioni giuslavoriste flessibili, vediamo come in Gran Bretagna, Spagna, Olanda, Irlanda o Danimarca i livelli disoccupazione, sia assoluti che giovanili, siano molto inferiori a quelli di economie nelle quali le corrispondenti legislature sono molto rigide.

L’Italia ha fatto passi avanti con la riforma Treu del 1997 e con l’entrata in vigore della legge Biagi nel 2003, innescando un circolo virtuoso che ha portato ad una costante diminuzione della disoccupazione ed alla regolamentazione d’alcune categorie di lavoro atipico. In Francia, al contrario, la flessibilità del sistema è diminuita tra la fine degli anni ‘80 e quella degli anni ‘90 e la disoccupazione resta molto alta e non accenna a scendere.

Ciò significa che le protezioni, le garanzie ed i privilegi di coloro che sono definiti “insiders” (gli occupati, per lo più a tempo determinato), sono aumentate a scapito della condizione degli “outsiders” (coloro che sono al di fuori del mercato ma vogliono entrarci), sempre più confinati in una situazione di precarietà.

Julie Coudry dichiara di non essere contro il libero mercato ma è favorevole ad una maggiore solidarietà. Allo stesso tempo rifiuta l’applicazione di un contratto che aumenta il dualismo tra gli occupati “anziani”, protetti dal sistema ed i giovani discriminati e senza protezioni.

Ha ragione quando sostiene che sarebbe compito del governo creare tavoli di lavoro per discutere di meccanismi migliori per combattere la precarietà. Ma ha torto quando lotta per avere gli stessi diritti dei dipendenti protetti perché se si vuole sconfiggere un tasso eccessivo di disoccupazione, non è sostenibile un mercato del lavoro rigido in un’ economia in concorrenza con le tigri asiatiche e con gli Stati Uniti.

Molti sono coloro che criticano e temono un sistema nel quale la flessibilità sia generalizzata per tutti i lavoratori. Non si tratta, beninteso, di passare da un sistema rigido ad uno flessibile nello spazio di un mattino al grido di “chi più licenzia, più assume“. Si tratta di abbattere certi tabù, oggi sostenuti da parti politiche e sociali presenti in tutti gli schieramenti e di creare meccanismi corretti per una transizione da un sistema protetto ad un sistema flessibile.

Alcuni, come Giavazzi, hanno invocato l’esempio Danese, altri propongono nuovi meccanismi che si adattino maggiormente alla nostra realtà europea.

Il punto fondamentale è che qualsiasi modello vogliamo adottare, questo deve superare la barriera del dualismo generazionale, e cioè quello dei gruppi protetti che combattono per mantenere i propri privilegi ottenuti con anni di lotte sindacali e lobbistiche e dei gruppi che spingono per entrare nel mondo del lavoro e difendono il loro diritto ad un futuro più sicuro. Occorre coniugare maggiore flessibilità e mobilità con una stabilità che non sia sinonimo di rigidità ma di possibilità di scegliere liberamente il proprio futuro.

Paradossalmente la migliore protezione è quella data da un sistema senza protezioni, quello flessibile. Negli Stati Uniti anche i licenziamenti di massa non provocano sommosse popolari ma sono riassorbiti da un mercato vivace che protegge tutti perché offre ai disoccupati una possibilità.

Se non si supereranno i veti agli art.18, se non si toglierà a gruppi politici ed ai sindacati il monopolio della gestione illiberale di milioni di lavoratori, padri e madri di figli che essi stessi devono mantenere perché non trovano uno sbocco sul mercato del lavoro, la Francia ed altri paesi dovranno continuare a trovare soluzioni posticce come il CPE, con conseguenze inevitabili sull’umore dei giovani e con proteste delle quali non possiamo prevedere le conseguenze

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