USA e immigrazione

Tutti sappiamo dei rapporti tra il Cavaliere e George W. Bush. Deve essere stato nel corso della sua ultima visita negli Stati Uniti che Berlusconi ha sussurato nell’orecchio del Presidente Americano e di qualche suo collaboratore un modo per uscire dalle critiche e dalle manifestazioni di protesta piovute sulla maggioranza conservatrice repubblicana da quando, l’anno scorso, il Parlamento ha approvato una nuova legge sull’immigrazione che ha introdotto forti inasprimenti nel reato d’immigrazione clandestina de ha previsto la costruzione di un muro alla frontiera tra gli USA ed il Messico.

Ieri Bill Frost, capogruppo repubblicano al Senato e Harry Reid, leader dei democratici, sono apparsi davanti alle telecamere per annunciare l’accordo bipartisan che ha portato alla “Grande svolta” nei provvedimenti di regolarizzazione dei clandestini.

Il modello scelto dagli americani è simile a quello del governo della CDL attuato in seguito all’entrata in vigore della legge Bossi-Fini. Nel 2003 è stata infatti attuata una mega regolarizzazione di oltre 600.000 cittadini extra comunitari che avevano potuto dimostrare di essere in Italia ed avere una occupazione lavorativa da almeno 6 mesi. Le condizioni necessarie per avere diritto al permesso di soggiorno, valido per un anno, erano di stipulare un contratto di lavoro, di avere un domicilio, e di versare i contributi previdenziali arretrati.

Nonostante le critiche del Centro Sinistra alla Bossi-Fini, definita una legge da abrogare, questo provvedimento ha permesso ad un elevato numero di persone di riacquistare una dignità e di entrare a fare parte a pieno titolo della comunità di lavoratori attivi nel nostro paese.

Il testo approvato al Senato americano è stato frutto di forti discussioni ma alla fine, si è arrivati ad un compromesso nel quale le norme inizialmente previste sono state leggermente inasprite per trovare il consenso dei repubblicani più irriducibili.

È stato definita il progetto di legge più innovativo degli ultimi 20 anni, arrivato alla fine del suo iter anche grazie agli appelli di Bush che ha voluto che l’accordo fosse bipartisan. Questo risultato dà alla popolarità del Presidente una boccata di ossigeno anche dopo il riacutizzarsi del caso Ciagate.

La proposta limita le possibilità di regolarizzazione (che negli USA oltretutto aprono la strada anche all’acquisizione della cittadinanza) sulla base della durata nel tempo della permanenza dei clandestini sul territorio americano.

Coloro che possono dimostrare di essere immigrati prima dell’aprile 2001 (7 milioni su 11), avranno la residenza permanente se continueranno a lavorare, pagheranno multe e tasse arretrate e impareranno l’inglese. Chi dimostra di essere nel paese da meno di 5 anni ma da una data precedente al gennaio 2004, dovrà uscire dal paese e, rientrando, beneficerà di un visto temporaneo garantito. Gli illegali entrati dopo il gennaio 2004 saranno invece espulsi. Inoltre per il futuro è stato creato un sistema di “quote” (come in Italia) di 325.000 unità annue.

Il timore dei democratici relativamente al sistema delle quote è quello che si crei un esercito di lavoratori precari e che siano rilasciati visti per lavoro a persone che saranno poi occupate ma senza diritti. Questo fenomeno causerebbe problemi anche agli americani i cui livelli retributivi, in presenza di manodopera a basso costo, potrebbero scendere.

Ancora una volta gli Stati Uniti hanno dimostrato di sapere unire il rispetto degli ideali democratici con la sicurezza del paese e con una certa dose di pragmatismo. La vera differenza rispetto al meccanismo usato in Italia è l’obbligo di imparare la lingua.

Questo fattore tocca direttamente i principi sui quali ogni paese decide di impostare le politiche di integrazione. I problemi emersi negli ultimi mesi in Europa, in particolare in paesi che hanno delle numerose comunità di religione islamica (e non solo), ci hanno dimostrato che il lavoro non è un fattore sufficientemente discriminante a creare comunità di cittadini le cui tradizioni e costumi sono molto diverse dalle nostre.

Paesi come la Gran Bretagna e l’Olanda, dopo gli attentati e gli omicidi, si sono bruscamente risvegliate scoprendo che la loro politica multiculturale del laissez faire ha portato alla ghettizzazione d’intere comunità invece di favorire la loro integrazione. Il lavoro, pur essendo condizione necessaria alla partecipazione alla vita sociale, deve essere accompagnato da una volontà reciproca di condivisione dei principi costituzionali di ciascun paese, delle sue tradizioni e della sua lingua.

Se non iniziamo a perseguire una politica più articolata e lasciamo che giovani immigrati o di seconda o terza generazione non siano obbligati a fare uno sforzo in questa direzione, corriamo il rischio di lasciare a sfruttatori e manipolatori il monopolio del loro destino.

Il che, calcolando la pressione immigratoria verso il nostro continente e verso quello americano, ci rende estremamente vulnerabili.


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