Il Dalai Lama non è un teocon

Dalai Lama

Giorni fa ho letto un interessante articolo sul “Il blog dell’Anarca”. Mi ha incuriosito il fatto che abbia scritto un articolo sul Dalai Lama nonostante sia così caratterizzato.

Il Dalai Lama è la massima autorità temporale dei tibetani o, se preferiamo, il loro re e il capo supremo spirituale di una delle quattro scuole del buddhismo tibetano, i Gelupa, che utilizzano prevalentemente lo studio come strumento verso la piena illuminazione.

Dalai Lama (trad. Oceano di Saggezza) è il titolo onorifico riservato a questa autorità ma il suo vero nome è Tenzin Gyatso.

L’articolo dell’Anarca si rifà a due pubblicazioni rispettivamente del “The Daily Telegraph” e della “Stampa Web” nelle quali un giornalista pone domande al Dalai Lama su alcuni aspetti della vita.

La delicata vena polemica dell’Anarca e la sua richiesta a Daniele Capezzone di intervenire a difesa di Tenzin Gyatso, reo di avere rilasciato dichiarazioni degne di un cattolico integralista, danno lo spunto ad un maggiore approfondimento dell’argomento, soprattutto sul tema più scottante che, guarda caso, riguarda la sessualità.

Tenzin Gyatso non è mai assunto a leader spirituale dei progressisti anche se così si vorrebbe. Il problema non è di chi sia il leader ma di comprendere correttamente il suo messaggio, diversamente da come fa Stampa Web che riporta l’intervista in modo frammentario e superficiale.

Gyatso parla dei problemi dell’Occidente sostenendo che ci sia troppo individualismo causato da una vita confortevole, da un eccesso di aspettative e di scelta e che la libertà materiale che tutto ciò comporta non sia reale ma effimera. Il suo atteggiamento verso il matrimonio è in chiave puramente buddhista: l’unione matrimoniale tra un uomo e una donna porta in sé delle qualità fondamentali come il mutuo rispetto, la reciproca fiducia e consapevolezza dell’altro ed una profonda ammirazione; qualità che nel caso di unioni “easy-come and easy-go” sono meno presenti e che, pure assicurando una maggiore libertà, portano ad un minore appagamento.

Anche il tema dell’aborto è affrontato in modo pragmatico, senza condanne o moralismi: Gyatzo si rattrista per tutte quelle donne che hanno deciso di abortire perché convinte che un figlio avrebbe compromesso le loro esistenze e che ad una certa età si ritrovano sterili.

Il tema della libertà religiosa è affrontato con la massima tolleranza; nessuno è obbligato ad essere religioso per dare senso alla propria vita ma ognuno dovrebbe avere dei principi morali di base e condurre la propria vita sulle qualità fondamentali della natura umana.

Anche i temi della guerra e del terrorismo sono affrontati in chiave realistica; alla domanda se la guerra in Irak debba essere considerata sbagliata egli afferma che è stato un problema di metodo e che la violenza porta sempre a conseguenze imprevedibili. Molta parte del terrorismo invece è “frutto della frustrazione e gelosia verso l’Occidente perché, alla televisione, sembra essere un modello di successo, altamente sviluppato”.

Tutte queste considerazioni ci sembrano di grande ragionevolezza, scevre da ideologie e moralismi religiosi ma non possono essere prese a simbolo del fronte progressista o di quello conservatore se non si comprendono anche al di là del linguaggio apparente. Dobbiamo sempre tenere presente, infatti, che Tenzin Gyatso è un buddhista tibetano e che sia per problemi di difficoltà di traduzione sia per il significato che alcuni temini hanno nella nostra comune accezione, il senso di alcune sue affermazioni può essere travisato.

In quest’ottica dobbiamo quindi esaminare il tema più scottante, quello dell’omosessualità.

Il Dalai Lama si schiera decisamente contro: “If you are a buddhist, you are wrong”. “ Full stop, no way round it”. (Se sei un buddhista è una cosa sbagliata. Stop completo e non ci sono scappatoie).

Tralasciando le altre sue considerazioni sulle pratiche sessuali omosessuali, superflue ai fini di questa disamina, la prima cosa che possiamo rilevare è che il suo dissenso è solo verso coloro che sono buddhisti. Nella tradizione di questa religione, infatti, esiste sempre un sentimento di tolleranza verso gli atei e gli appartenenti ad altre religioni, con i quali è auspicabile un confronto dialettico ma nell’ambito del massimo rispetto per i loro precetti ed i dettami del loro credo.

La cosa però che non è risaputa ai più e che dobbiamo comprendere è che il buddhismo tibetano ha due volti: uno pubblico ed uno segreto e che il Dalai Lama, quale massimo esponente di questa religione, si attiene nei suoi comportamenti a questa abitudine. Inoltre qualsiasi comportamento o pratica, anche sessuale, devono sempre essere visti in stretta relazione con lo stato mentale che possono o non possono indurre nella persona.

Quindi se nelle religioni teiste si fa ciò che è permesso o non si fa ciò che è proibito in funzione del giudizio di Dio e del possibile destino ultraterreno, qui si parte dallo stato mentale e si affrontano categorie di comportamenti che possono essere nocivi o meno per la nostra mente.

Storicamente lo sviluppo del buddhismo ha visto nascere tre “sentieri” o scuole verso il raggiungimento della realizzazione: l’Hinayana, il Mahayana e il Vajrayana. Il secondo congloba il primo e il terzo li congloba entrambi.

Il Tibet è la culla del buddhismo Vajrayana, considerato, tra l’altro, il mantra segreto.

Nella scuola Hinayana si cerca di evitare qualsiasi elemento di possibile disturbo per l’attività della nostra mente: passione, aggressività ecc.

In quella Mahayana vi è una categorizzazione delle azioni virtuose e non virtuose: 3 tra queste ultime riguardano il corpo ed una è proprio il divieto di praticare una condotta sessuale errata.

Nella condotta sessuale errata si indica il tradimento, il sesso orale e anale e in generale ogni situazione in cui la soddisfazione dei nostri appetiti sessuali genera sofferenza negli altri. Sicuramente questa è la più vicina al cattolicesimo.

Il Dalai Lama, come del resto molti Rinpoche della scuola Gelupa, aderiscono in pubblico ai temi fondamentali del Mahayana mentre, da buoni tibetani, praticano in privato ed in gran segreto il Vajrayana.

Io non aderisco a questa impostazione perché, pur appartenendo ad una scuola Vajrayana, il mio maestro, Chogyam Trungpa Rinpoche (qui), il Dorje Dradul di Mukpo (qui) ha avuto un approccio rivoluzionario, innovativo e molto criticato verso l’insegnamento del buddhismo agli occidentali, dal momento che ha assunto in pubblico l’approccio Vajrayana e, in particolare, lo Yana supremo tra i 6 yana tantrici, ovvero quello dello Dzogchen o Maha Ati.

In generale, comunque, se guardiamo al problema della sessualità, anche di quella omosessuale in un’ottica Vajrayana, qualsiasi discorso che si fondi su categorie, concetti o ideali è privo di senso. L’unica cosa che conta è lo stato mentale, inteso come lucidità, attenzione, mente sveglia e contatto con la nostra essenza più profonda, contrapposto allo stato di mente confusa, disattenta, distratta e costantemente in balìa delle nostre emozioni, pulsioni, sogni ad occhi aperti o gossip mentale.

Nella visione Vajrayana in uno stato mentale sveglio possiamo fare tutto. Possiamo includere il sesso nella pratica, così come é possibile includere qualsiasi aspetto della nostra vita quotidiana, lavoro, affetti, sport, attività intellettuali, cibo, il vestirsi e così via. Il Vajrayana ci dice che se sappiamo fare tutto questo, allora la nostra azione si manifesta sotto forma di saggezza folle, al di là di ogni preconcetto o pregiudizio.

Al contempo se non sappiamo vivere in uno stato mentale sveglio, il nostro “allenamento mentale” è carente e la comprensione dell’assoluto non è piena, è consigliabile agire a livello più relativo sulla base della consapevolezza del karma, la legge causa effetto, alla quale nessuno può sottrarsi.

Questi ragionamenti potranno sembrare astrusi ed incomprensibili ma preferiamo farli per amore di verità e per non ingenerare interpretazioni fuorvianti nei confronti di dichiarazioni di un personaggio come il Dalai Lama, il cui pensiero va osservato tenendo conto della sua duplice identità, quella di leader temporale di un popolo e di praticante e depositario della pratica Vajrayana, un oggetto tanto luminoso ed illuminante quanto ancora misterioso ed incomprensibile per noi occidentali

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Comments (2) lasciato to “Il Dalai Lama non è un teocon”

  1. inyqua ha scritto:

    Fratello quante cose imparo dal tuo blog…(ed anche su di te…)
    Come al solito le cose hanno sempre due aspetti…anche se non credo che l’Anarca (che è un teocon ‘illuminato’…) volesse strumentalizzare il Dalai Lama, forse è meglio non affrontare certi argomenti con superficialità…ma questa pare diffondersi a macchia d’olio fra i detentori di verita ‘assolute’…

  2. Cantor ha scritto:

    Devo ringraziare l’Anarca per avere scritto il suo articolo. Se non l’avesse fatto forse non avrei scritto il mio. Non credo che abbia scritto con superficialità perchè sarebbe troppo pretendere che tutti conoscano i lati segreti del buddismo tibetano.
    A proposito di tibetani: sono un popolo oppresso dai Cinesi da 40 anni, sono stati uccisi a milioni, gli hanno distrutto migliaia di monasteri, li hanno rapinati della loro identità, sono poveri ed affamati.
    Ne hai mai visto uno che si sia fatto saltare in aria con una cintura di esplosivo?
    Ciao sorella.

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