Arla non darla

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Lo scorso 23 Marzo si è tenuta nel Bahrein una conferenza internazionale per la “Difesa del Profeta Maometto”. Tra i partecipanti 300 ulema, predicatori e presidenti di associazioni musulmane. La decisione di togliere il boicottaggio alla società danese Arla Food è stata presa in conseguenza del rispetto da parte della multinazionale delle condizioni poste che prevedevano il “perdono” nel caso in cui “una società dichiari la propria opposizione alla pubblicazioni delle caricature (sul Profeta Maometto da parte del giornale danese Jyllands Posten ndr) e versi un contributo finanziario destinato a contribuire agli sforzi di propaganda sul Profeta”.

Ancora una volta il mondo musulmano riesce, astutamente, a penetrare nelle maglie della struttura socio-economica europea, traendo da una vicenda quasi dimenticata dalle cronache, un vantaggio per la propaganda religiosa, sia verso l’interno che verso l’esterno della galassia islamica. E ancora una volta i rappresentanti di una delle maggiori cooperative multinazionali mondiali del settore alimentare si prostrano agli ulema di turno per viltà e soprattutto per convenienza.

450 milioni di fatturano annuo prodotto in Medio Oriente (su 6,5 miliardi) non sono certamente pochi ma il danno maggiore pare sia stato sopportato da alcuni produttori di latte ai quali, probabilmente, il problema della libertà di espressione non sta molto a cuore, visto il regime di protezione economica del quale gode questa categoria nel nostro continente.

E neanche il governo danese, la cui “schiena dritta” abbiamo apprezzato sin dalla prima ora, ha pensato di prevenire questo ennesimo vergognoso appeasement sulle posizioni islamiche quando invece poteva superare l’impasse con misure di supporto economico nei confronti delle aziende colpite dall’embargo.

Ma, ça va sans dire, pecunia non olet e la libertà di espressione non porta certo migioramenti nei bilanci delle aziende. O almeno così si crede. A torto.

Al-Arabiya ha trasmesso durante le ore di punta un gran numero di spot pubblicitari di Arla Food nei quali Mohammed Zohdi, responsabile per il Medio Oriente della multinazionale, ha ripetuto che “facciamo parte del vostro mondo da 40 anni…vi garantiamo l’eccellenza dei nostri prodotti…promettiamo di fare qualsiasi sforzo al servizio del mondo musulmano”. Appunto.

Zohdi ha respinto davanti al pubblico medio orientale qualsiasi contiguità con la pubblicazione delle vignette. Questa affermazione è comprensibile e giustificabile ma dimostra ancora una volta come un caso spinoso che ha provocato enormi danni all’immagine del mondo occidentale europeo ed i cui effetti sono stati monopolizzati e strumentalizzati dagli integralisti religiosi e dai responsabili di potenti organizzazioni politiche e terroristiche, poteva essere utilizzato come un’opportunità: bastava porre in essere la strategia della ”cintura mediatica”, unica vera alternativa alla guerra e al “dialogo”, quest’ultime rivelatesi piuttosto fallimentari.

Era una buona occasione per investire un po’ di soldi (probabilmente pochi) e cercare di spiegare che nessuno ha voluto offendere i musulmani né il loro profeta e che in Occidente esiste una cosa che nel mondo islamico è praticamente sconosciuta: la libertà di espressione. Magari illustrandone i pregi, sconosciuti ai più in quelle zone. Magari qualcuno, in quei paesi, ci avrebbe riflettuto sopra e, magari, si sarebbe potuto risvegliare da un profondo sonno. E magari avremmo scoperto che certi risvegli hanno effetti più esplosivi di molti kilotoni.

(Grazie a Le Monde)

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