Liberiamo le imprese

Ora che Julie Coudry ha vinto e la legge sul CPE proposta da M. de Villepin è stata ritirata e sostituita con le solite misure assistenzialiste per le imprese, Nicolas Sarkozy può pedalare in discesa verso le prossime elezioni.

Dopo avere sottratto a de Villepin la gestione dei problemi legati al mondo del lavoro, Nicolas spiega ai lavoratori del Pas de Calais quale sarà la sua strategia, nel caso dovesse essere eletto. Lo fa con un linguaggio vagamente criptico che ben si addice ad un politico di rango ma che risulta chiaro a chi voglia interpretarlo tra le righe.

Con il motto “Liberare le imprese” promette la proposizione di una legge che obblighi le parti sociali a negoziare sui temi del lavoro ma che ponga dei limiti temporali alle trattative, “dopodichè il governo sarà legittimato per fare evolvere il diritto del lavoro”. Conoscendo il livello di conflittualità tra imprese e sindacati ed il radicalismo di quest’ultimi, questa mossa avocherebbe di fatto al governo il cambiamento delle politiche del welfare, sottraendo qualsiasi pretesa alle parti sociali, incapaci di trovare soluzioni alternative.

La posizione liberista di Sarkozy emerge chiaramente quando sostiene che “la flessibilità non è una bestemmia, a condizione che sia accompagnata da interventi che aumentino la sicurezza del lavoro. Occorre liberare le imprese dalla paura di assumere perché questo per il lavoratore è la migliore garanzia: se perde il suo lavoro potrà trovarne un altro”. Un chiaro intendimento all’abolizione del divieto di licenziare.

In questi giorni in Italia la discussione sulle problematiche legate all’occupazione ed al lavoro si è fatta serrata dopo che il Centro Sinistra ha annunciato pesanti modifiche o addiritura l’abolizione della legge Biagi. Il termine “precariato” abbonda sulla bocca di coloro che vorrebbero abolire qualsiasi misura che tenda a creare un popolo di lavoratori quasi privi di tutele e di sicurezze.

Il solito Francesco Giavazzi, alla domanda se la sua ricetta debba prevedere la possibilità di licenziare, risponde: “Questa piccola rivoluzione potrebbe avere un impatto meno duro sui lavoratori e sull’opinione pubblica se venisse accompagnata dall’introduzione di un sistema moderno di sussidi di disoccupazione”.

Pare ormai assodato che il sistema “duale” nel quale un abisso separa i lavoratori precari, senza sicurezze e con poco futuro, da quelli ultra garantiti, debba essere abolito. E, paradossalmente, il solo modo per aumentare la protezione dei precari è quello di diminuirla agli altri.

La ricetta Giavazzi prevede la sostituzione di tutti le diverse formule di contratti con un solo tipo che preveda sia la libertà per le aziende di non “sposare” i neo assunti che le garanzie per i disoccupati, applicabili con sussidi di disoccupazione legati all’impegno della ricerca di un nuovo lavoro ed all’accettazione di occupazioni proposte dagli uffici di collocamento.

Oggi il mercato flessibile si divide, grossomodo, in tre modelli: quello americano nel quale vige la semplice regola della libertà di licenziamento, provoca un turn over professionale forsennato e garantisce a tutti una nuova occupazione entro una media di 5 settimane; quello danese nel quale chi si trova senza lavoro gode di un paracadute di sussidi e di un buon sistema di aiuti alla ricerca di una nuova occupazione; infine quelli tedesco nel quale à data priorità ad una partnership tra imprese, scuole professionali, università, attività di riqualificazione, uffici di collocamento e länder per mantenere la disoccupazione giovanile a livelli bassi.

Detto ciò, dobbiamo riflettere sul futuro del nostro paese ora che una nuova legislatura dovrà affrontare questo problema e prima che l’esercito dei precari aumenti a dismisura ed inizi a causare problemi sociali di difficile gestione.

Gli ostacoli principali che dovrebbe affrontare chiunque decidesse di riformare in modo profondo la legislazione giuslavorista, sono di ordine ideologico e sociale.

L’Italia è il paese nel quale, paradossalmente, le famiglie costituiscono uno degli ostacoli principali a riforme profonde in questo campo. Siamo il paese dei cosiddetti “bread winner”, dei pater familias portatori unici di pane in casa. I padri e le madri preferiscono mantenere economicamente i figli a condizione che condividano con loro il focolare di casa. Mancano incentivi all’abbandono della famiglia in giovane età ed alla mobilità anche scolare e la Cassazione ha recentemente sentenziato che in certi casi il giovane senza lavoro debba essere mantenuto fino all’età di 26 anni. La ricerca del “posto fisso” è quindi la logica conseguenza di questa situazione sociale.

L’altro forte ostacolo è rappresentato dai sindacati e dagli schieramenti non riformisti della sinistra. Tradizionalmente la loro avversità alla “liberalizzazione” del mercato del lavoro risale a quando la costituzione dello Statuto dei Lavoratori gli ha conferito una sorta di monopolio nella difesa e nella gestione di milioni di lavoratori, per i quali hanno spesso lottato al fine di creare e mantenere uno status di privilegio del quale difficilmente potranno fare a meno.

Si tratta poi di posizioni ideologiche che prescindono dalle condizioni retributive e dalle reali opportunità di impiego e di vivacità del mercato del lavoro; esse derivano per lo più da una contrapposizione a modelli più liberi e occidentali, tipicamente rappresentati dalle realtà thatcheriane e americane.

Ma se potessimo sognare un paese nel quale le parti sociali, politiche ed imprenditoriali volessero affrontare l’argomento in un contesto scevro da retaggi, abitudini sociali ed ideologiche, quale potrebbe essere il “modello italiano”?

Noi possiamo fare tesoro delle esperienze di quei paesi che hanno fatto le riforme per primi, osservare i loro sistemi ed utilizzare le loro esperienze depurate dalle caratteristiche peculiari del nostro paese.

Premesso che tutto il discorso si fonda sulla possibilità delle imprese di licenziare, senza se e senza ma, senza lacciuoli giudiziari e giuslavoristici ed eliminando quindi l’effetto matrimonio, la questione è quale siano i meccanismi più idonei ad assicurare la tutela a chi non ha lavoro: parliamo quindi di togliere le tutele a chi ha lavoro e darle a chi non ne ha, l’esatto contrario di ciò che avviene oggi.

Maurizio Sacconi, sottosegretario al welfare del governo Berlusconi, sostiene che siano pericolosi i sussidi di disoccupazione o i redditi minimi di inserimento per chi ha terminato gli studi. Giavazzi, al contrario, è favorevole ma a condizione che sia fissato un tempo massimo entro il quale il disoccupato deve accettare le proposte di lavoro degli uffici di collocamento. Entrambi sono consapevoli dell’importanza dell’integrazione delle attività di scuole, università ed imprese nella creazione di una rete di protezione per chi non ha lavoro.

Noi crediamo che il completamento di una rivoluzione in questo senso necessiti di almeno un decennio. Deve iniziare dalla disponibilità di tutte le parti sociali e politiche a superare i tabù ideologici. Deve prevedere la creazione degli Uffici di Collocamento come entità realmente competenti ed organizzate alle quali i disoccupati si possono rivolgere per ricevere un serio supporto alla ricerca di un nuovo impiego, sulla falsariga degli “Arbeitsamt” tedeschi. Deve vedere il rafforzamento del ruolo delle scuole professionali, piuttosto mortificate dalla riforma Moratti, nell’indirizzo degli studenti e così pure delle Università, i cui curriculum di studio e le valutazioni dovrebbero essere finalizzate alla creazione di programmi coordinati con le imprese. Deve prevedere scuole di riqualificazione per coloro che si trovano disoccupati provenendo da settori in declino. Deve sostenere con un sussidio di disoccupazione chi è stato licenziato, il cui valore dovrebbe essere rapportato all’ultimo salario ma limitato nel tempo. Deve prevedere una progressività delle tutele, poche all’inizio della vita professionale e maggiori mano mano che aumenta l’anzianità del lavoratore. Infine, come sostiene Nicolas Sarkozy, dovrebbe dare alle parti sociali maggiore libertà di contrattazione o, per usare un termine tanto in voga, di concertazione. Lasciando allo Stato solo il compito di fissare la regole.

La Germania in questo senso, è un esempio per tutti, sia nei settori privati che in quello pubblico, come sta a dimostrarlo la recente vicenda del rinnovo contrattuale nel Land del Baden Württemberg.

Forse che Nicolas Sarkozy sarà il nuovo sponsor della liberalizzazione del mondo del lavoro in Europa? Per il momento dobbiamo attendere. Di certo non pensiamo che sarà Prodino.

(Grazie a Vittorio Zincone e Le Monde)

Condividi:

Scrivi un commento

(Non verrà pubblicato)
 

Iscriviti senza inserire commenti

Chiudi
Invia e-mail