Mercato del lavoro: attenzione al conflitto generazionale

L’articolo di Piero Ostellino nella pagina delle Opinioni del Corriere di qualche giorno fa porta il titolo “Perché i giovano USA trovano lavoro e non si ribellano“.

Gli accostamenti che possono derivarne cambiano da paese a paese. Se ci riferiamo alla Francia, ci viene in mente la ribellione degli studenti al tentativo d’introduzione del nuovo Contratto di Lavoro di Primo Impiego ma se trasliamo il concetto all’Italia, visto che il precariato non è ancora stato vittima delle rivolte metropolitane, potremmo invece riferire il termine “ribellione” a quella che un giovane laureato decide di mettere in atto non nei confronti delle autorità statali o del governo ma della propria famiglia.

Questo è il genere di ribellione che ci augureremmo perchè sarebbe il simbolo di un punto di svolta nella vita del nostro paese, rappresentando una “verarivoluzione anche se, in realtà. stiamo parlando purtroppo di un’utopia, soprattutto ora che una maggioranza portatrice d’istanze stataliste e corporativiste non potrà certo favorire riforme della società e del mondo del lavoro che poggino su maggiori principi d’equità ma in senso liberale.

Che c’entra, direte voi, la ribellione dei giovani verso le famiglie intesa come parallelismo alla ribellione verso lo Stato?

Per capire dobbiamo tenere presente come nel nostro paese si sia ingenerato un circolo vizioso di redistribuzione del reddito nel quale le rendite delle quali godono le generazioni che hanno speso la loro gioventú negli anni ‘60 e ‘70, non possono piú essere pagate se non facendo dimagrire gli stipendi dei loro figli. Il dimagrimento è stato ottenuto aumentando la forbice tra quella porzione del reddito lordo che torna nelle casse dello stato rispetto a quella che resta nelle tasche del lavoratore.

In questo modo, negli ultimi 10-15 anni si è cristallizzata una situazione sociale paradossale per la quale i redditi dei giovani che iniziano a lavorare sono spesso così bassi che, per potere sopravvivere, necessitano dell’aiuto economico dei loro genitori; ed è proprio grazie alle loro rendite (pensionistiche, di risparmio sui loro capitali ecc.) che questi glielo possono fornire perché ogni mese mettono all’incasso un “credito” accumulato grazie alla spesa statale coperta con un indebitamento che oggi non ci possiamo più permettere.

Per tenere in piedi questo sistema di rendite, abbiamo appunto creato un esercito di precari, sottopagati, insicuri, il cui reddito netto è stato progressivamente eroso da un inasprimento della pressione fiscale, dei contributi previdenziali e da ogni genere di gabelle. La generazione sessantottina ha tenuto i propri figli nella bambagia potendosi permettere di digerire qualsiasi genere d’assurda politica di redistribuzione del reddito, in un meccanismo diabolico dal quale faremo fatica ad uscire.

Geminello Alvi, nel suo bellissimo libro “Una Repubblica fondata sulle rendite“, scrive che “…agli adulti si concede di fingersi vecchi per andare in pensione, ma poi, da pensionati, di regredire a giovani. Viceversa, per i giovani accade l’opposto. Quel loro sentirsi scaduti per la vita, vecchi precoci, è l’esito inevitabile dell’averli tenuti in un’adolescenza protratta rispetto al lavoro.”

Questa immagine così illuminante e cristallina si trasforma in un quadro dell’orrore se pensiamo quanto sia pericolosa per la nostra vita sociale e il nostro futuro questa assurda situazione. Se c’immaginiamo che il meccanismo sia procrastinato all’infinito e che per le prossime due generazioni non vi vengano posti rimedi, ci ritroveremo in pochi anni ad avere una società composta da genitori che redistribuiscono le proprie rendite ai figli ma in un regime di rendite che calano progressivamente. Ad un certo punto, forse, il flusso di redistribuzione diventerebbe una corsa all’accaparramento di risorse sempre meno sufficienti a garantire un relativo benessere sia ai padri che ai figli. Il tutto con conseguenze che ben possiamo immaginare.

Recentemente la Cassazione ha riconosciuto quanto il disagio dei 25enni sia profondo, sentenziando che, in certe situazioni, viga l’obbligo per la famiglia di garantire un minimo d’aiuto economico a quei figli che si trovano in situazione di palese difficoltà nell’acquisizione di una professione. Se non avevamo dubbi circa la corruttibilità della classi politica quando si tratta di distribuire prebende a scopo elettorale, pensavamo che la magistratura nel trattare argomenti così spinosi, non avrebbe perso il senno.

Come spesso succede dovremmo prendere l’esempio dai paese nord-europei e da quelli anglosassoni per accorgerci che ci sono modelli di società nei quali questo problema generazionale non si pone. Come ha fatto notare Ostellino, negli Stati Uniti per i giovani non è necessario arrivare alla fine dei loro studi e sentirsi dei “vecchi precoci” perché il modello sociale della mobilità negli studi, la maggiore specializzazione, la mancanza dell’effetto di trascinamento dovuto all’equazione “se lo Stato mi paga la pensione a 40 anni, può pagare l’Università a mio figlio e trovargli un’occupazione“, fanno del mondo del lavoro un ambito dinamico e motivante per la vita del paese. Le famiglie non hanno paura a fare sacrifici ed investire negli studi dei loro figli i quali, consapevoli delle opportunità offerte alla fine del percorso di laurea, godranno di un tasso di disoccupazione giovanile dei laureati di solo il 5% e di retribuzioni superiori alla media dei non diplomati. Ciononostante quasi la metà degli studenti universitari lavora durante il periodo degli studi, il che contribuisce a creare un effetto ponte, un’opportunità di aprirsi al mondo reale, per il quale l’Università non è vissuta come un mondo a sé.

Tutto ciò è stato reso possibile da una cultura che, nel tempo, ha privilegiato la libertà di iniziativa individuale per la ricerca di un lavoro a quella per la ricerca di un privilegio ed una rendita. Negli USA gli adulti non hanno contratti di lavoro eppure non hanno paura del mondo del lavoro. Le imprese non hanno paura di assumere e concedono, in media, 2 settimane di preavviso ai dipendenti dai quali si separano. Lo Stato paga un sussidio di disoccupazione proporzionato agli ultimi stipendi ma, in genere, si tratta di cifre modeste e comunque limitate ad un periodo di 26 settimane. Il tasso di disoccupazione dei senza lavoro da almeno 27 settimane, continua a scendere. I datori di lavoro giudicano il “labour market” “good, very good or excellent“.

In Francia così come in Italia, urgono riforme profonde del mercato e del rapporto con le università e la formazione. Anche il ruolo delle famiglie dovrebbe essere studiato per trovare dei correttivi che riducano gli effetti di questa redistribuzione assurda.

Ma se ancora prima di incominciare a riflettere e discutere, dobbiamo ascoltare il solito ritornello sindacalista, vediamo la sopravvivenza della legge Biagi in pericolo e sentiamo parlare solo degli orrori della precarietà sul lavoro e mai di quelli dei meccanismi perversi di redistribuzione delle rendite e della iper rigidità del mercato, difficilmente potremo riformare l’irriformabile.

A questa coalizione che si appresta a governare divisa noi chiediamo ugualmente di togliere ai nostri giovani la paura del lavoro e impedire che si creino i presupposti per un conflitto generazionale, non più causato da differenze ideologiche o politiche ma da un lotta tra figli e genitori per l’accaparramento delle risorse che, ogni giorno sempre di più, scarseggiano.

(Grazie a Piero Ostellino e Pierre Yves Dugua)

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