Gli intellettuali insegnano il martirio nell’Islam
Possiamo credere che la cultura del martirio, la “Shahada“, sia appannaggio dei disperati, degli esclusi, di chi non vede un futuro nella sua vita fatta di stenti, della mancanza di un lavoro e di una dignità sociale? Sì, ma solo nel senso che questo è il terreno sul quale seminano coloro che, invece, non devono riunciare a nulla. Sono i predicatori della cultura della morte e dell’odio, della vittoria finale dell’Islam, coloro che se ne stanno comodamente seduti nelle loro poltrone e mandano in fumo vite appena sbocciate.
Il 6 Maggio di quest’anno sono stati invitati ad una trasmissione della televisione di stato siriana due intellettuali, un palestinese ed un siriano, entrambi senza la lunga barba e le fattezze tipiche dei soliti imam. Il tema era appunto il “martirio” nella cultura islamica. Sentite che hanno detto:
Adnan Kanafani, intellettuale palestinese:
“Io credo che il martirio sia il più nobile sacrificio che si possa fare per la causa - una causa che attiene all’essenza dell’essere, alla vita ed alla morte. Questi grandi uomini - gli Arabi tutti - sono riusciti a formare una cultura da queste idee - la cultura del martirio. I nostri avversari cercano di ridurre la portata di questo onore, con le accuse sui kamikaze suicidi, i terroristi e così via. Ma noi non diamo importanza a queste cose, perché abbiamo i nostri diritti e sacrifichiamo le nostre anime per ottenerli. Per questo motivo i martiri sono l’avanguardia di questa nazione. Per il sangue che hanno sacrificato, il minimo che gli dobbiamo è di restare ottimisti sul fatto che un giorno la vittoria sarà nostra.”
Ibrahim Z’arour, Professore di Storia all’Università di Damasco:
“Il martirio è il valore che sorpassa tutti i valori. Il livello più esaltante nell’elevazione della specie umana si raggiunge quando una persona sacrifica la sua anima per il bene di qualcosa di più prezioso - la sua patria. Quindi quando una persona decide per il martirio, lo fa perché vuole proteggere la sua patria, la sua identità, la sua cultura, la sua continuità ed il suo futuro“. (continua)
Ciò che manca nel discorso non privo di logica di questi due esaltati è un passaggio: se ammettiamo che il sacrificio della nostra vita sia una prova di “elevazione” della nostra specie quando sia giustificata dalla difesa di un bene più prezioso, dobbiamo anche e necessariamente guardare alle conseguenze di questo nostro atto.
C’è una logica - anche se spesso è illogico - nel comportamento di una madre che davanti ad un pericolo mortale per la vita di un proprio figlio, decide, in un attimo di quasi incoscienza o in piena coscienza, di sacrificare la propria vita. C’è una logica nell’atto eroico di un soldato che si tuffa da un battello in avvicinamento ad una spiaggia della Normandia e corre verso le postazioni nemiche ben sapendo che poche saranno le sue probabilità di sopravvivenza ma che il sacrificio della propria vita non sarà inutile e permetterà ai suoi cari ed a tutta l’umanità di continuare a vivere in un mondo libero. È la logica della guerra.
Che logica c’è nel volere mandare a morte giovani innocenti in una guerra senza speranze di vittoria? Nel creare una bomba umana con lo scopo esclusivo di uccidere altri innocenti che non hanno mai dichiarato una guerra? Una vittoria contro chi e contro cosa?
Esiste qualche paese, gruppi di paesi, comunità o organizzazioni che hanno, per primi, dichiarato guerra all’Islam? Se la risposta è no, allora non c’è nessuna guerra e non c’è necessità di alcuna vittoria. Se la risposta è si, come probabilmente sostengono questi insigni musulmani, allora ci devono spiegare perché il mondo occidentale ha invece difeso i musulmani in Afghanistan contro la Russia e quelli bosniaci e kossovari contro i serbi.
Più probabilmente questa presunta dichiarazione di guerra da parte del resto del mondo è solo il frutto di una paranoia, sfruttata ad arte da chi vede nella guerra all’occidente il solo modo per rivendicare la superiorità di qualcosa o di qualcuno.
Forse, la verità è che alcune èlites del mondo musulmano ci hanno dichiarato guerra. E di vittoria di questa guerra parlano. Allora molti di noi dovrebbero smetterla di considerare molti di loro come pacifici vicini e trattarli per quello che sono, un gruppo di guerrafondai dediti alla cultura del martirio e della morte.
Forse qualcuno di noi dovrebbe smetterla di riceverli nelle sedi istituzionali come i paladini della lotta per la libertà e rifiutare di incontrarli ed intavolare con loro dialoghi politici perché incarnano la cultura della morte. Forse ciò aiuterebbe molti shahid a sopravvivere.
(Qui il video e qui la trascrizione originale. Grazie a MemriTv)


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