Come innescare una bomba mediatica nell’Islam
All’incerto futuro di Ayaan Hirsi Ali si contrappone quello inaspettato di Wafa Sultan. Sono entrambe rappresentanti del gentil sesso del quale il mondo musulmano deve avere paura. Molta paura. Non per niente la condizione di semi schiavismo nella quale sono tenute le donne in gran parte della società islamica, ne è un esempio. È dai tempi del paradiso dell’Eden infatti che l’uomo sa che non può sfuggire così facilmente alle tentazioni del sesso femminile ed il maschio musulmano, evidentemente molto fragile, non ha trovato di meglio che inventare lo schema schiavista.
Wafa Sultan non crede che questo modello sociale possa essere l’optimum per il futuro dell’umanità e la sua storia personale insieme al carattere deciso hanno causato più di un imbarazzo ai funzionari della potente emittente televisiva Al Jazeera.
Quando si sono accorti dei toni e dei contenuti che questa donna vulcanica stava usando nei confronti dei mesti predicatori musulmani presente in sala, suoi contraltari nella discussione sui temi dell’Islam, i responsabili del talk show sono rimasti pietrificati e non hanno potuto fare altro che lasciarla parlare.
I filmati ha fatto il giro del mondo, i link delle registrazioni delle trasmissioni sono stati fatti circolare con milioni di mail e la Sultan ha dovuto cambiare numero di telefono perché la sua segreteria non era abbastanza capiente.
Che cosa avrà detto di così stupefacente? Niente di più e niente di meno d’alcune semplici ma vere considerazioni sulla natura dei comportamenti che spesso dominano un certo conformismo islamico violento, più volte ripetuti da molti intellettuali, opinionisti e politici in occidente.
“Lo scontro cui stiamo assistendo nel mondo non è un conflitto di religione, né uno scontro di civilità. È uno scontro tra due opposti, tra due ere dell’umanità. È uno scontro tra una mentalità che appartiene al medioevo e una mentalità che appartiene al XXI secolo. È uno scontro tra civiltà e arretratezza, tra il civilizzato e il primitivo, tra le barbarie e la ragione. È uno scontro tra la libertà e l’oppressione, tra la democrazia e la dittatura, è uno scontro tra i diritti umani da una parte e la violazione di questi diritti dall’altra, uno scontro tra chi tratta le donne come bestie e quelli che le trattano come esseri umani. Quello cui assistiamo oggi non è uno scontro di civiltà. Le civiltà non si scontrano, competono tra di loro.” (..)
“Gli ebrei sono sopravvissuti alla loro tragedia e obbligato il mondo a rispettarli grazie alla loro cultura, non grazie al terrorismo, con il loro lavoro, non con il loro lamento…non s’è mai visto un ebreo farsi esplodere in un ristorante tedesco, né si è mai visto un ebreo protestare uccidendo la gente…solo i musulmani difendono i loro principi bruciando chiese, uccidendo persone, assaltando ambasciate..questo non ci condurrà a nulla. I musulmani devono chiedere a sé stessi come possono contribuire all’umanità prima di domandare che l’umanità li rispetti“.
Il motivo di una tale eco è strettamente mediatico. I fattacci sono infatti accaduti in diretta sulla principale emittente televisiva araba, alla presenza di milioni di spettatori medio orientali, e non solo, quasi tutti di fede musulmana.
I musulmani che pensano certe cose ma non possono dirle, che mandano le loro figlie a scuola con il velo e guardano di nascosto i canali televisivi americani ed europei sognando di vivere in un mondo più libero, si saranno chiesti con quale diritto una donna così fortunata possa pontificare sui loro televisori e rischiare di destabilizzare la loro vita domestica. Se indagassero, anche superficialmente, scoprirebbero che la Sultan non parla per sentito dire ma per esperienza diretta e non dà consigli di comportamento alle masse islamiche ispirati da qualche moto demagogico ma ha coerentemente messo in atto i suoi proponimenti.
La sua vita è cambiata quando nel 1979 ad Aleppo in Siria, suo paese di origine, un fanatico appartenente alla Fratellanza Musulmana, ha fatto irruzione nella classe e, al solito ritornello di “Ahkbar Allah“, ha trucidato il suo professore. Dopo dieci anni è riuscita ad emigrare negli USA dove vive libera di professare i suoi studi di medicina. Ha famiglia e i suoi figli vanno alla scuola pubblica in jeans. Ha cercato di sdebitarsi e di fare qualcosa sia per il mondo occidentale libero che per la sua tradizione islamica, scrivendo su in sito musulmano riformista.
Adesso, ovviamente, vive nascosta ma non demorde. Si appresta a scrivere un libro e continua ad imbarazzare gli interlocutori che vorrebbero da lei una parolina un po’ più “islamica” sul demonio americano: lei risponde che “negli USA c’è un idealismo sociale che le ha permesso di realizzare la sua umanità“. E chiude il discorso.
Questo esempio ci fa venire alla mente le teorie di coloro, poco ascoltati per la verità, che nel confronto con l’Islam sostengono la necessità di andare oltre sia al dialogo che alla violenza. Che pensano che l’Islam debba implodere dall’interno e che sia fondamentale il nostro supporto per causare questo evento. Che sono convinti che gli uomini e soprattutto le donne di quella civiltà portino in sé il seme del desiderio di libertà, di dignità e di rispetto dell’essere umano ma che spesso, per ignoranza o per paura, siano quasi obbligati a ignorarlo. Che non sempre vedano nei media uno strumento diabolico che tende a mostrare un mondo virtuale e alterato ma anche un’opportunità per svelare a milioni di individui la realtà di un mondo che non conoscono.
A costo di diventare noioso voglio ripetere una domanda: che sarebbe successo se gli USA e i loro alleati avessero speso anche solo una frazione del loro budget militare dedicato alle guerre dell’Afghanistan e dell’Irak per creare una cintura mediatica dedicata al medioriente?
«Non sono cristiana, non sono musulmana, non sono ebrea. Sono una persona laica che non crede nel sovrannaturale».Wafa Sultan
(qui e qui i filmati e qui e qui le loro trascrizioni)
(Grazie a Toni Capuozzo ed a Memri TV)


Wellington ha scritto:
[OT] APPELLO:Per aiutare il blogger egiziano incarcerato per reati d’opinione
http://freealaa.blogspot.com/
dobbiamo fare una cosa del genere:
http://wellington.ilcannocchiale.it/?id_blogdoc=1008400
magari anche più breve ma bisogna farlo tutti, sennò niente visibilità su Google.
Bloggers italiani, diamoci da fare!
Pubblicato il 19-Mag-06 alle ore 23:06 | Permalink