Gli USA riabilitano Gheddafi. E disabilitano i dissidenti

Muammar Abu Minyar al-Qaddafi meglio conosciuto come il colonnello Gheddafi deve avere una capacità non comune di coltivare le lobby. Da quando l’amministrazione americana di George W. Bush lo ha “riabilitato” si sprecano nel nostro paese gli articoli di apprezzamento per la politica del dittatore libico.
Il Foglio di Giuliano Ferrara ed il Sole 24 Ore arrivano a farne un’icona del liberismo data la sua decisione di aprire a tutte le compagnie petrolifere le gare per l’aggiudicazione dello sfruttamento dei nuovi giacimenti. La sua è definita una “politica di distensione” dopo che non ha voluto “distendere” la mano ai passeggeri mentre precipitavano da 10.000 metri sul villaggio di Lockerbie.
Adesso che la strada del libero scambio è aperta, non ci saranno solo i petrolieri a condividere lauti banchetti in pieno deserto nella tenda del rais ma anche latifondisti del settore alimentare, imprese di trasporti, operatori turistici e chi più ne ha più ne metta.
Il messaggio è chiaro: Gheddafi ha voltato pagina, si è convinto della convenienza del modello economico occidentale e quindi dobbiamo sostenerlo ed aiutarlo alla conversione dopo la folgorazione. La nuova teoria sostenuta da Ferrara è che “dallo sviluppo delle relazioni di mercato nasce la democrazia.”
In effetti, detto con un pò di ironia, l’osservazione delle economie nei paesi dittatoriali e teocratici del mondo islamico ci mostra che nessun paese (…) intrattiene rapporti economici con l’occidente proprio perché gli indici di libertà e di democrazia sono piuttosto scarsini e quindi nessuno di questi paese esporta petrolio ed in cambio compera tecnologie, merci e servizi… Appunto.
Pare che il nuovo modello “bushiano” incoraggi chi si incammina sulla strada della democrazia e che isoli chi la boicotta: proposito davvero nobile anche se noi vorremmo non si confondesse una “democrazia economica” dettata magari da convenienze di pochi con la “DEMOCRAZIA“, con la “D” maiuscola, che nasce e si fonda su principi di libertà dei quali Muammar non ha ancora sentito parlare. Almeno così ci pare.
Può darsi che un piccolo passo nella direzione di un’apertura verso l’esterno e l’abbandono di un isolazionismo autocratico possano essere giudicati come un tentativo degno di essere appoggiato ma la riapertura delle ambasciate e lo strombazzare in pompa magna la conversione del rais rischia di avere conseguenze negative nel mondo islamico.
Magdi Allam in queste situazioni non perde mai la sua coerenza ed obbiettività, non lasciandosi trasportare da facili quanto superficiali trionfalismi. Anzi, lui si mette proprio di traverso con un ragionamento sopraffino ed allo stesso tempo elementare.
Il significato politico della presa di posizione dell’amministrazione americana ci fa venire alla mente il disastro compiuto da Bush senior alla fine della guerra del Golfo del 1991. Allora invece di trattare Saddam come un criminale e di rincorrerlo fino alle porte di Baghdad, sostenendo in questo modo gli afflati di libertà del modo arabo, fu graziato e ciò gli permise di rafforzare il suo regime dittatoriale e sanguinario e di iniziare l’ennesima stagione di repressioni di massa.
Ultimamente poi, l’influenza dell’amministrazione americana nelle vicende politiche egiziane - che hanno visto la legittimazione di fatto della Fratellanza Musulmana - l’episodio libico e ciò che accdrà presto in Siria sono destinati a fare delle vittime illustri: sono i dissidenti liberali e tutta quella moltitudine di musulmani che sognano la vera democrazia, vivono sotto il giogo di governi dittatoriali e che oggi più che mai sono costretti a guardare esterrefatti il gioco politico dell’occidente, degli Usa e dell’Europa, i quali, ancora una volta, li confinano in un ruolo di nemici, stretti nella morsa dei governanti da una parte e dei partiti integralisti dall’altra.
Il loro destino sembra essere senza speranza semplicemente perché l’alternativa alla situazione attuale di assenza di libertà non esiste ed il passaggio ad un eventuale regime più democratico li porterà direttamente nella tana dei partiti integralisti.
Noi siamo per l’implosione del mondo islamico dall’interno. Siamo per una realpolitik diversa da quelle attuali, sia americane che europee, che si sganci dalle solite logiche opportuniste e doppogiochiste e che, soprattutto, tenga presente in primis l’interpretazione che viene data dalle masse musulmane dei giochi geopolitici di questo momento storico.
Un’interpretazione logica che si fonda sull’assunto che i così tanto osannati valori di libertà e di democrazia non devono essere applicati con due pesi e due misure a seconda delle convenienze economiche o politiche. E che non comprende i motivi per i quali l’Occidente dichiari una guerra senza confini al terrorismo e poi indirettamente appoggi e legittimi nei paesi musulmani proprio quelle formazioni politiche che del terrorismo costituiscono la base ideologica e formativa delle nuove generazioni.
Alla fine non capiamo molto di ciò che sta succedendo e su quel poco che capiamo, dissentiamo. Ma i dissidenti, si sa, spesso hanno pochi sponsor.


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