Le Autostrade scendono in politica

La famiglia Benetton ha fatto male i suoi conti. O meglio è arrivata un po’ fuori tempo. Le coperture politiche di centro sinistra che le avevano permesso di rilevare per un tozzo di pane la società Autostrade durante il primo governo Prodi e il conseguente accordo per la gestione in concessione esclusiva di buona parte della rete autostradale italiana, sono cose di cui si ha traccia solo nella memoria.

Per loro il clima politico è cambiato, in peggio. Francesco Rutelli all’indomani dell’annuncio della fusione - acquisizione con la spagnola Albertis, era stato il primo a dichiarare che questa operazione non era per niente scontata. Non sono passati neanche due mesi ed i nodi cominciano a venire al pettine.

Non c’è da meravigliarsi se un settore così delicato come quello dei trasporti ed una situazione che si regge sugli equilibri di molti fattori, facciano gola a molti, specialmente quando entrano in gioco società estere le quali, per definizione, hanno difficoltà a muoversi in un’ottica economico-politica nostrana e pensano che il nostro paese sia un esempio di rispetto delle regole di mercato.

L’Anas costituisce il punto di volta dell’operazione. Tecnicamente questo ente è il titolare ed il concedente del contratto di concessione. Questo contratto contiene molte clausole sul versante delle entrate e su quello delle uscite e degli investimenti. Inoltre vi sono alcuni elementi accessori che limitano il campo di manovra della concessionaria, Autostrade.

Pare ormai chiaro che a livello politico non si premetterà ad Autostrade e ad Albertis di dare corpo alla fusione con conseguente spostamento dell’asse di gestione in Spagna, senza che i termini del contratto di concessione siano rivisti. L’Anas non può entrare nel merito dell’operazione societaria ma può ottenere una revisione del contratto nel caso in cui la sua controparte, Autostrade, non rispetti qualche clausola.

E, tecnicamente, il mancato rispetto di una clausola c’è. Riguarda il vincolo posto alla concessionaria di avere tra i suoi soci dei costruttori. ACS, holding delle costruzioni spagnola, nel caso di fusione tra le due società entrerebbe nella compagine sociale. Da qui la mossa di Anas che comincia a metter le mani avanti ed a preannunciare la possibilità di rivedere il contratto di concessione. Il che non sarebbe un male.

Anche Autostrade sta cercando si tutelarsi. Ha rimandato al 16 giugno l’operazione di fusione e ha cominciato ad esporsi sull’argomento più scottante, quello degli investimenti. La revisione in aumento delle tariffe prevista nella convezione di concessione è stata infatti subordinata alla realizzazione di un ammontare corposo di investimenti da parte di Autostrade. Il comitato dei saggi sta ultimando la sua “due diligence” ma pare già scontato che il parere ci dirà che gli impegni presi dalla concessionaria sul fronte degli investimenti non sono stati disattesi. Adesso il presidente di Autostrade Gros-Pietro si rende disponibile a rivedere il piano e dice di volere superare il tetto degli 11 miliardi di euro. Bontà sua.

Vorremo chiedergli dove sia stato negli ultimi 8 anni durante i quali non sono stati effettuate quelle opere, necessarie non solo per effetto di una convenzione che ha assicurato ad Autostrade tariffe elevatissime, non comparabili a quelle di altri paese europei e date solo ad un cosiddetto “titolare di monopolio naturale” ma anche vitali per lo sviluppo di un paese come il nostro che soffre di un ritardo endemico in infrastrutture. Forse aveva delegato ai suoi manager la soluzione di questo problema mentre lui traccheggiava a Roma nei palazzi della politica e capiamo la sua resistenza a doversi confrontare in negoziazioni estenuanti con enti locali e ambientalisti.

Ora però la situazione è cambiata e c’è di mezzo una fusione societaria di una società quasi monopolista e quotata in borsa. E non sarà facile tagliare la torta senza regalare qualche fettina a qualcuno.

E Albertis che fa? Niente perché i suoi legali, conoscendo il bizantinismo della situazione politica italiana, si sono tutelati a dovere. Nel contratto preliminare infatti c’è una clausola che prevede che: «qualora una delle autorità competenti coinvolte dovesse stabilire condizioni tali da avere un impatto significativo sulla fusione o sulla situazione esistente alla data di forma del term sheet…le società partecipanti alla fusione negozieranno in buona fede l’attuabilità della fusione». Il che significa che se l’Anas si mette di traverso potranno succedere due cose: o non si farà più la fusione o si farà a condizioni diverse il che, presumibilmente, potrebbe significare una riduzione cospicua dei 1,7 miliardi di euro che andrebbero in tasca alla famiglia Benetton. Se fossi in loro mi preoccuperei.

Condividi:

Scrivi un commento

(Non verrà pubblicato)
 

Iscriviti senza inserire commenti

Chiudi
Invia e-mail