La Fiat costruisce con la distruzione creativa

A volte ci chiediamo se Sergio Marchionne, AD e plenipotenziario del gruppo Fiat, passerà alla storia come un eroe del capitalismo italiano. Nelle vicende del colosso industriale torinese ha avuto almeno due illustri predecessori: nel ventennio post bellico Vittorio Valletta ed a cavallo degli anni ‘80 Vittorio Ghidella. Entrambi si chiamavano Vittorio, nome che ha portato fortuna alla loro carriera di vittoriosi.
L’abbandono di Valletta dalle cariche societarie e manageriali ha coinciso con l’avvento alla conduzione del gruppo dell’avvocato Giovanni Agnelli il che ha successivamente significato l’inizio dell’era Romiti, a nostro parere la più grande sciagura dell’imprenditoria degli ultimi 40 anni. Romiti è stato l’artefice delle epurazioni di Carlo De Benedetti negli anni ‘70, di Ghidella negli anni ‘80 e del quasi sconosciuto ma non meno valoroso Giorgio Garuzzo negli anni ‘90; ha sempre puntato su uomini di vertice di scarso valore come Paolo Cantarella, quasi sempre imparentati o compromessi con gli Agnelli, che hanno portato la Fiat sull’orlo del fallimento bruciando miliardi di euro di valore patrimoniale delle società.
Marchionne si è trovato nella situazione nella quale si era trovato Ghidella all’inizio degli anni ‘80 quando il gruppo ormai dissanguato dovette decidere quale strada percorrere per uscire da una irrimediabile crisi. Vittorio Ghidella scelse la strada più coraggiosa e più rischiosa, vendendo la partecipazione Fiat nella Seat spagnola, uscendo dal mercato di quel paese e lanciando il progetto UNO, una vettura progettata e concepita in modo rivoluzionario con metodi robotizzati di produzione che non erano mai stati utilizzati prima.
Anche Sergio Marchionne è arrivato alla Fiat in condizioni disperate. Il gruppo era schiacciato da un pesante indebitamento, non aveva una precisa strategia perché veniva da una stagione di acquisizioni selvagge in settori non strategici, era ingessato nella joint venture con la GM e nell’auto divorava cassa e non aveva prodotti.
Il 12 giugno scorso Marchionne ha tenuto un discorso all’Assemblea degli Industriali di Torino che dovrebbe essere studiato nelle facoltà di Economia. Il concetto di fondo sul quale si è espresso è quello della «distruzione creativa» intesa come l’essenza del capitalismo e del compito dell’imprenditore il quale ha un «ruolo nell’economia di stimolare investimenti e innovazione e quindi di provocare una serie di distruzioni creative.» La sua visione dell’economia competitiva è quella di un continuo divenire, di un rivoluzionamento costante ed incessante della struttura economica nel quale vi è un costante processo di distruzione e di creazione del nuovo. La frase
«Fiat aveva in qualche modo perso la voglia e l’abilità di competere e si stava dirigendo verso la strada dell’estinzione»
esprime esattamente ciò che ha rappresentato per il gruppo la gestione Romiti-Agnelli, più preoccupati a frequentare i palazzi della politica ed a sorvolare in elicottero le Alpi dell’Engadina che a lavorare per adeguare il gruppo alle condizioni mutanti del mercato globale.
La creazione distruttiva non è un credo di Marchionne ma una regola globale che lui definisce «vento che bersaglia continuamente», che colpisce tutti i competitor senza che nessuno gli si possa sottrarre. I modelli statici del passato, che hanno promosso la sostenibilità del vantaggio competitivo come base sulla quale si può assicurare la sopravvivenza a lungo termine, non sono più utili perché la velocità globale del mercato competitivo deve essere pareggiata ed anzi segue i dialoghi di Alice e la Regina Rossa di Lewis Carrol:
«Se vuoi andare altrove devi correre almeno due volte più veloce di così».
Oggi la Fiat è uscita dalla peggiore crisi della sua storia e la cosa più significativa è che l’ha fatto senza aspirine di Stato, senza quei 1.000 miliardi di lire che ogni anno andavano a rimpinguare le sue casse, celate sotto forme diverse di aiuti, negli ultimi 15 anni. Si è risollevata con le forze dei suoi manager, creando una nuova struttura di 27 leader, formata sulle ceneri di un modello organizzativo tradizionale di gerarchie obsolete. Quest’anno, dopo 17 trimestri consecutivi di perdite, anche la divisione auto sfodera numeri neri sulla bottom line e questo grazie proprio alla Grande Punto, grande nipote di quel progetto innovativo lanciato da Vittorio Ghidella 25 anni fa.
L’impresa di Marchionne che ha lavorato lontano dai riflettori, dalla politica e dai salotti che contano dovrebbe essere un esempio per l’imprenditoria italiana, ormai troppo disposta ad addossare alla moneta unica ed ai musi gialli tutte le colpe di una certa inefficienza e incapacità. Marchionne ha concluso il suo discorso affermando che anche in Europa è possibile attuare i cambiamenti e che è necessaria una certa rigorosità. Basterebbe che gli imprenditori fossero rigorosamente imprenditori.


Scrivi un commento