Cittadini immigrati o cittadini integrati?

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Qualcuno lo ha definito l’Armageddon dell’occidente, il 22 Agosto, data significativa nel calendario musulmano perché ricorda il volo notturno del profeta Maometto sul cavallo alato di Buraq, dalla Mecca a Gerusalemme, poi verso il Paradiso e di nuovo verso la Terra. In questa data era forse destinato ad accadere l’attentato degli attentati mentre ora potrebbe essere un qualsiasi giorno del calendario anche se i pericoli non sono ancora da considerare passati. La determinazione delle frange terroristiche è forte mentre quella dell’occidente a considerare il fenomeno per quello che realmente rappresenta, in modo pragmatico e scevro da ideologie, non lo è altrettanto. Già si levano i commenti e le considerazioni di chi vuole, a tutti i costi, cercare cause e originialtre“, per una minaccia tanto devastante quanto sottovalutata, della quale noi occidentali, per primi, dobbiamo considerare le responsabilità.

Responsabilità per cosa? Le anime belle della sinistra, i pacifisti ed i terzomondisti (nonché fiancheggiatori più o meno consapevoli del terrorismo, aggiungiamo noi), applicano la teoria del giustificazionismo, addebitando all’occidente tutte le colpe di ciò che sta accadendo e assolvendo chi semina terrore, perché vittima. Le azioni terroristiche sono viste come una “reazione” e non come una aggressione e qualsiasi azione o comportamento compiuti da chi si agita e predica per il rovesciamento violento delle società democratiche godono di un’immunità dalle critiche e dalle condanne.

Ciò non toglie che l’occidente debba porsi delle domande sui motivi che spingono giovani pachistani britannici di seconda o terza generazione ad organizzarsi per commettere un attentato suicida del quale non potrebbe beneficiare nessuno e le cui conseguenze non porterebbero alla vittoria di alcuna delle parti ma solo all’inasprimento della tensione sociale e della guerra tra culture. Inoltre l’analisi della genesi di questi comportamenti è imperativa per darsi delle risposte autentiche, volte al superamento dei fattori ideologici che hanno influenzato negativamente le politiche di integrazione degli immigrati negli ultimi 50 anni, in primis il multiculturalismo etnico-identitario ed i complessi di colpa per i disastri del colonialismo; a questo va aggiunto ciò che, recentemente, paralizza le reazioni diplomatiche e giudiziarie nei confronti delle organizzazioni che seminano terrore: la paura.

Per fare tutto ciò ci vuole coraggio ed una certa dose di consenso e di volontà politica che paiono mancare a tutti i paese dell’Unione Europea, sempre troppo occupati a proteggere i loro interessi interni in un’ottica opportunistica di breve periodo. La decisione del governo italiano di modificare alcuni aspetti delle leggi sull’immigrazione è ora ancor più criticata, dopo gli avvenimenti inglesi ed il rischio che, anche con l’indulto giudiziario, siano in circolazione un certo numero di individui pericolosi. I due problemi andrebbero però considerati separatamente perché i comportamenti criminali, anche se terroristici, esulano dall’appartenenza a questa o quella nazionalità (il caso inglese sta a dimostrarlo) e vanno affrontati nel contesto di azioni di intelligence giudiziaria, quali che ne siano le origini o i protagonisti.

Le critiche rivolte ai provvedimenti del ministro Giuliano Amato non possono strumentalizzare la vicenda inglese, se non per gli aspetti legati alle politiche di immigrazione. In altre parole non è riducendo o aumentando i tempi necessari ad acquisire il diritto alla cittadinanza che si risolvono le difficoltà legate alla massiccia immigrazione, soprattutto dai paesi musulmani (ma non solo…), le cui soluzioni vanno ricercate nella definizione di politiche di integrazione vere, non basate sul laissez faire, la tolleranza eccessiva o la protezione assurda delle “identità etniche” ma neanche su paradossali norme repressive di un fenomeno, l’immigrazione, che, data la sua portata numerica, non è materialmente possibile ridurre.

L’integrazione va creata in un processo pragmatico, senza ipocrisie o xenofobismi. Dando per scontata la presenza di una parte di immigrati residenti regolarmente in Italia che non hanno bisogno di leggi perché si sentono italiani più degli italiani, li problema si pone per chi immigra e pretende di acquisire tutti i diritti ed i benefici (molti dei quali si acquisiscono con il semplice permesso di residenza), ma non intende assumere i doveri e le responsabilità perché in contrasto con i principi sociali, religiosi e giuridici dei loro paesi di provenienza. Un esempio per tutti è la condizione giuridica della donna nelle comunità musulmane, il cui status anacronistico non riguarda una minoranza ma la maggioranza degli appartenenti a queste società.

È chiaramente impossibile pretendere per certi individui un processo di trasformazione spontaneo nel modo di intendere il rispetto dei dettami costitutivi e della convivenza sociale, se questo non è supportato da un’azione politica, giuridica e sociale, impostata con intenti chiari, mirati e lungimiranti attraverso la quale chi entra nel nostro paese con un lavoro dovrebbe subito acquisire un concetto fondamentale: che la sua permanenza nel nostro paese dipende esclusivamente da una reciprocità nel rapporto diritti e doveri e, più in generale, che la sua libertà non può surrogare quella di altri cittadini, di qualsiasi sesso o appartenenza religiosa.

In questo articolo Carlo Panella si lamenta della follia del governo Prodi (che noi non riteniamo, di per sé, una follia) e si pone, in via conclusiva, una domanda: chi avrà il coraggio di farlo? Chi avrà il coraggio di affrontare il problema immigrazione in modo pragmatico? Chi avrà il coraggio di negare la permanenza (quindi la residenza e la cittadinanza) a chi si rifiuta di accettare i dettami costituzionali o esclude con il suo comportamento il resto della popolazione del paese che lo ospita?

Nel momento in cui scriviamo, non vediamo ancora nessuno che voglia dare una risposta.

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