Dacia Maraini: ondeggiamenti in salsa buonista

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Dopo l’uccisione da parte del padre di Hina, la ragazza pakistana di 22 anni, un articolo di Dacia Maraini sul Corriere della Sera ci illumina con un caso da manuale, una “case history”, sulle origini di certe politiche terzomondiste. Trattasi di una delle spesso citate sindromi, catalogata tra le peggiori della famiglia dei “buonismi”, sovrapposta in questo caso ad un’altra sindrome, quest’ultima della famiglia dei “sensi di colpa” occidentali. Il tutto, ben condito e miscelato, genera un’insolito fiume di odiosi distinguo, di “se” e di “ma” anche in un caso come questo dove un omicidio efferato non dovrebbe lasciar spazio a pericolosi ondeggiamenti.

Scrive la divina Dacia che le donne nell’Islam sono maltrattate e bistrattate ed uccise ma

«ricordiamoci che, anche se in modi meno spicci, la punizione corporale e la soppressione della donna che pecca è stata non solo tollerata ma anche incoraggiata nelle società cristiane sino a pochi secoli fa. A volte perfino a pochi decenni fa.»

Ecco, sono proprio questi “pochi secoli”, che tradotti in italiano significano alcune centinaia di anni, a costituire una differenza non trascurabile tra noi e l’Islam anche se a volte (ma solo a volte…) pochi decenni fa queste pratiche esistevano ancora; certo i decenni sono peggio dei centenni ma vogliamo parlare di un problema di oggi o vogliamo fare solo un po’ di retorica storicistica?

Il caso di Palmina, ragazza pugliese, è poi citato dalla Maraini insieme al codice d’onore, «eliminato solo dopo il ‘68 e il femminismo». Ecco, di questo ci eravamo dimenticati e ce ne scusiamo. Il femminismo assunto a funzione di legislatore proprio lo avevamo rimosso dalla nostra memoria, ormai troppo assuefatta dalle esagerazioni dell’epopea yuppista.

La divina conclude in bellezza:

«…ma diciamo che anche le società più avanzate conservano nei costumi e spesso anche nelle leggi altre forme di intolleranza e di discriminazione che, pure non sfociando in un delitto, privano le donne della loro autonomia e della loro integrità. Usare un caso odioso come questo per prendersela ancora una volta con gli stranieri, con i musulmani, è ingiusto e sbagliato.»

Dacia forse ignora che uno Stato “deve prendersela” con chi uccide. Non è solo una questione di giustizia ma soprattutto di sopravvivenza di una sistema sociale e giuridico, davanti al quale le nazionalità e le razze non contano. Proprio per questo non possiamo fare a meno di perseguire gli stranieri, musulmani compresi, visto che oltretutto sono proprio loro a contrabbandare queste pratiche di “codice d’onore”, a rifiutare ai loro figli maggiorenni una vita integrata con il resto della popolazione autoctona e infine a privarli delle loro libertà fondamentali. Ma Dacia è buona, soprattutto con gli stranieri e i musulmani: e Hina? Non era straniera e musulmana anche lei?

«La storia della ragazzina pachistana che voleva vivere all’italiana dovrebbe costituire un esempio di volontà di integrazione da incoraggiare.»

Insomma, delle due l’una: o non ce la prendiamo con chi uccide perché straniero e musulmano e non incoraggiamo questo genere di integrazione per i troppi rischi di essere uccisi, oppure incoraggiamo ma in un contesto di garanzie per chi vuole integrarsi e deve essere protetto dallo Stato attraverso un sistema di leggi e di controlli che prevengano violenze ed omicidi così efferati.

Ma se continuiamo a colpevolizzare l’occidente per le pratiche e le leggi di secoli fa e rifiutiamo “a prescindere” di prendercela con gli stranieri musulmani, rischiamo fiancheggiare moralmente chi tenta di occupare un mondo di libertà e di dignità dell’essere umano, conquistato con fatica da generazioni.

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