L’OPEC si spegne

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Il cartello dei produttori di petrolio, l’OPEC, raggiungerà quest’anno con quasi 600 miliardi di dollari, il record di entrate derivanti dall’esportazione dell’oro nero. Le ragioni di questa impennata vanno ricercate nell’elevato prezzo al barile - il cui massimo è stato toccato quest’estate con 76 dollari - e nella forte domanda mondiale che, per il momento, non sembra dare segni di debolezza. Nel passato, l’anno di grazia per l’OPEC era stato il 1980, quando la presa di potere di Khomeini, la guerra Iran-Irak e l’invasione dell’Afghanistan da parte dell’URSS, avevano fatto balzare in 20 mesi il prezzo al barile a 80 dollari (a prezzi costanti 2006).

Tuttavia ciò non significa che paesi come il Venezuela o l’Arabia Saudita, siano ricchi o più ricchi di allora, anzi, semmai è vero proprio il contrario. Infatti se andiamo ad esaminare il valore dell’export pro-capite, vediamo che in tutti i paesi è nettamente diminuito o addirittura precipitato, come nel caso dell’Arabia Saudita, dove è passato da 23.000$ del 1980 a 7.900$, della Nigeria, dove è passato da 730$ a 400$ o del Venezuela, dove da 2.650$ si è passati ad un valore di circa la metà. Questi dati dimostrano in sostanza che della enorme massa di denari che entrano nelle casse degli stati appartenenti all’OPEC, nelle tasche dei cittadini ne entrano sempre meno, almeno in base a questo parametro statistico. Inoltre, il reddito medio pro-capite delle popolazioni in nessun caso è aumentato con lo stesso ritmo della crescita delle esportazioni e, in molto casi, è diminuito.

Se ci immaginiamo il nostro paese come un produttore importante di petrolio, pur sapendo quali sono i problemi della nostra economia e del nostro sistema, l’Italia sarebbe oggi uno paesi più ricchi del mondo, ma nei paesi OPEC non è così. Perchè?

I motivi sono molteplici, ma le cause principali sono due: la prima è l’esplosione demografica, comune in tutti i paesi OPEC. Per fare qualche esempio, l’Arabia Saudita è passata da una popolazione di 9,5 milioni nel 1980 ai 24 milioni di oggi; in Nigeria la popolazione era di 64 milioni nel 1980, nel 2005 è salita a 130 e le proiezioni ci dicono che nel 2020 saranno 200 milioni. Dunque, più petrolio ma anche più consumi, dovuti all’esplosione demografica; questi due fattori però non si equilibrano perché la cronica mancanza di investimenti e dello sviluppo dell’industria petrolifera insieme all’esigenza di soddisfare la domanda interna - sovvenzionata e quindi fonte di uscite per il bilancio degli stati - provocano una forte erosione della quota di petrolio da esportare;.

La seconda ragione è l’incapacità generalizzata di questo gruppo di stati di riformare il loro sistema economico e sociale, di attrarre investimenti esteri in settori diversi dall’industria petrolifera e di stimolare quindi la creazione di fonti alternative di reddito. Attualmente nella generalità dei paesi OPEC il 95% dell’export deriva dal petrolio. Inoltre parliamo di sistemi nei quali vi è scarsa libertà, concorrenza e possibilità di investire in sistemi produttivi in un contesto favorevole.

Erik Krell, analista del Dipartimento Enegetico U.S.A. fa un’analisi impietosa:

«Hanno bisogno di prezzi sempre più alti per compensare il calo dell’export energetico pro-capite. Ma ad un certo livello di prezzo, non sappiamo quale, la domanda mondiale si arresterà.»

In realtà questo fenomeno si sta già manifestando. L’alto prezzo del greggio è uno dei principali fattori del rallentamento dell’economia americana e gli molti indicatori sono interpretati dagli analisti pessimisti come un sintomo di un rallentamento dell’economia mondiale. I paesi OPEC sono quindi schiacciati in un meccanismo senza scampo, se non saranno capaci di uscirvi.

Noi europei siamo toccati da queste tendenze anche per altri motivi, altrettanto gravi e più di lungo periodo. Se ci immaginiamo uno scenario nel quale una frenata dell’economia provochi la caduta del prezzo del petrolio ed eventualmente una stagnazione della domanda, la situazione economica e sociale dei paesi OPEC, diventerà insostenibile. E se a questa nuova situazione insostenibile aggiungiamo l’inarrestabile crescita demografica, soprattutto nei paesi africani a maggioranza musulmana e nel continente arabo, si possono facilmente dedurre le conseguenze che questo squilibrio di imponenti dimensioni avrà sul continente europeo. Oggi la pressione demografica verso l’Europa desta già non poche preoccupazioni ma ciò a cui assistiamo ora non è neanche lontanamente comparabile allo scenario apocalittico nel quale potremmo trovarci tra 15-20 anni, se in ambito OPEC non succederà nulla. Senza contare la crescente presa che ha l’integralismo islamico sulle popolazioni musulmane.

Soluzioni? Per adesso non ce ne sono, soprattutto per la mancanza di una politica del consenso tra i principali paesi occidentali, per la quale occorrerebbero vedute meno opportunistiche e di breve periodo e più lungimiranza e coraggio.

Riflettendo sulle vie d’uscita, la nostra limitata capacità di ragionare con il buon senso ci ha portati da tempo a ritenere che il problema demografico sia da annoverare tra i principali fattori che causeranno importanti tensioni tra i popoli e guerre devastanti nei prossimi decenni. E cercando, cercando, una soluzione l’avremmo trovata. Ma noi siamo limitati nel buon senso e non siamo certo radicali.

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Comments (2) lasciato to “L’OPEC si spegne”

  1. Perla ha scritto:

    Vivere in un Paese che da povero qual’era si è trasformato in esempio di benessere economico e sociale, rende piuttosto severi nel giudizio che si può dare sulla povertà dei Paesi Opec.
    Non ricordo se la Norvegia faccia parte di quel cartello. Se sì lo è in fondo alla classifica dei barili prodotti, ma certo gli altri sono ultimi nella classifica per ricchezza prodotta tra la popolazione.

    E se partissero tutte le politiche di risparmio e conversione energetica?
    Altro che l’attuale fame.

    Ciao e complimenti, Cantor :-))

    Perla

  2. periclitor ha scritto:

    i miei complimenti sei sempre preciso.ti ho “sottratto” il post ciao

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