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Silvia Baraldini: il nostro sistema è in crisi

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Silvia Baraldini, ex terrorista, ex membro del partito eversivo negli Stati Uniti (Black Panther Party), condannata negli USA nel 1983 ad una pena cumulativa di 43 anni di carcere per concorso in evasione, associazione sovversiva e due tentate rapine ed ingiuria al tribunale. Estradata in Italia nel 1999, era agli arresti domiciliari dal 2001. Adesso è libera, dopo avere fatto richiesta di potere beneficiare dell’indulto e dopo che la procura generale e la Corte di Appello hanno esaminato i documenti relativi all’accordo con gli Usa, secondo il quale la Baraldini era impegnata a rinunciare al benefici passati, presenti e futuri offerti dalle leggi italiane.

La polemica infuria, la sinistra la difende e il centro-destra accusa questa maggioranza di avere consentito in modo illecito la liberazione “del peggio della criminalità, del terrorismo e del paraterrorismo“. Ma c’è anche chi, sorprendentemente, a destra si smarca e dichiara checambia poco perché alla libertà sostanziale , di cui Silvia Baraldini godeva già, si è aggiunta quella formale“: sono le parole del onorevole dell’UDC, Carlo Giovanardi.

In effetti è vero, la Baraldini era stata fatta rientrare in Italia dai suoi ex compagni con un escamotage e avrebbe meritato di restare a marcire in un carcere di massima sicurezza, sperduto in qualche deserto americano. Ma non è anche vero che dopo 23 anni un detenuto, seppur agli arresti domiciliari, può ritenere di avere scontato il suo debito con la giustizia? Avrebbe dovuto restarsene confinata nelle mura di casa sua ancora per qualche tempo, invece ora è libera, ma fa una differenza?

Il nostro sistema giudiziario non è in crisi perché i detenuti che devono scontare 26 anni ne scontano solo 23. Il nostro sistema è in crisi perché si lasciano uscire dopo pochi mesi detenuti pericolosi dopo che sedicenti psicologi e sedicenti magistrati hanno deciso che c’erano le condizioni per la semilibertà o per godere dei benefici di legge. E questi pericolosi criminali, appena riacquistano la libertà, tornano a delinquere o uccidono.

Il nostro sistema è in crisi perché prima dell’indulto le carceri erano colme di migliaia di persone mai condannate ed in attesa di giudizio, magari da mesi o da anni. Il nostro sistema è in crisi perché sono appena stati incarcerati una banda di spie con base nella procura della Repubblica, della quale facevano parte funzionari del tribunale, carabinieri e funzionari della Guardia di Finanza, rei di gestire un flusso di dati riservati verso agenzie di investigazioni, per il quale precepivano lauti compensi.

Il nostro sistema è in crisi perché chiunque (dico chiunque) può, in un tribunale come quello di Milano, sottrarre il fascicolo di un processo dagli scaffali della cancelleria e distruggerlo, magari il giorno prima dell’ultima udienza, il che provoca l’annullamento del procedimento. Basta che abbia un po’ di coraggio, abilità e sfrutti un momento di affollamento.

Allora possiamo indignarci del fatto che la Baraldini sia libera, possiamo riempire paginate di giornali con articoli e foto e i politici di entrambi gli schieramenti possono approfittarne per godere di un’apparizione televisiva o di una citazione. Ma parliamo sempre e comunque della pagliuzza, anzi, di una mosca bianca che, pur avendo un passato tragico, può essere annoverata tra i pochissimi criminali ad avere scontato una lunga pena.

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Il nostro sistema giudiziario e la nostra società sono in crisi perché due criminali paragonabili a Silvia Baraldini, Francesca Mambro e Giusva Fioravanti, hanno commesso crimini paragonabili (se non peggiori) di lei, più o meno nello stesso periodo. Tuttavia i due non hanno dovuto chiedere di uscire approfittando dell’indulto perché sono in circolazione ormai da tempo. Sono due star della vita mondana di Roma, vanno in televisione e rilasciano interviste condotte da altre star come Claudio Martelli e non possiamo pensare di liquidare la loro storia perché qualcuno presume che non abbiano mai commesso la strage di Bologna, perché oltretutto non è l’unico delitto per il quale sono stati processati.

Il nostro sistema è un crisi perché i magistrati che onorano la toga sono processati ignobilmente dai loro colleghi e quelli che usano la toga per scopi politici, brandiscono l’arma delle condanne per scalare i piani del Parlamento.

Il nostro sistema è un crisi perché le Mambro, i Fioravanti, i Toni Negri, gli Scalzone e adesso, forse, Silvia Baraldini, diventano delle icone e i simboli di un’epoca eroica e non sono più criminali ma solo “persone che hanno sbagliato”, divorati dalla nostra insaziabile necessità di vedere saturato un palinsesto televisivo con l’ennesima novità che serve ad intrattenerci. Per questo il nostro sistema è in crisi. Anche perché siamo un po’ ipocriti.

Comments (4) lasciato to “Silvia Baraldini: il nostro sistema è in crisi”

  1. francesco ha scritto:

    Vorrei dire che forse per una vecchia parte della comunita politica queste persone diventano eroi ma per quanto riguarda il resto delle popolazione non conteranno poi molto. Solo che l’ignoranza del paese giudica tutto attraverso lo specchio della tv. Vorrei dire che la storia della Baraldini sta a se e la sua con danna era stata una ingiustizia palese, forse i giudizi che si fanno sono troppo superficiali e aggressivi.
    Per quanto mi riguarda pero io non capisco la giustificazione di un indulto fatto in questo modo ma questo non mi impedisce di non lamentarmi della liberazione completa della Baraldini (era agli arresti domiciliari)

  2. Noi ha scritto:

    Senti…..FOTTITI…ascoltati canzone per silvia di guccini…e poi ne riparliamo…silvia non ha ucciso mai nessuno e non ha mai rubato niente…indi per cui non può essere chiamata omicida, terrorrista ladra o quel cazzo che volete…che schifo di mentalità di merda che avete..ma svegliatevi…la tv non dice quasi nulla di vero!
    Silvia 4ever!!!! Resisti noi ti sosteniamo!!!!
    Ceo Ceo Hasta Siempre Compagna…fino alla fine dei nostri giorni…:-)

  3. Reo ha scritto:

    Quando si parla di Mambro e Fioravanti bisogna farlo con coscenza di quello che si scrive e che non il suo pressapochismo.

    Tutte le volte che si parla degli esecutori della strage di Bologna, i terroristi fascisti Francesca Mambro e Valerio Fioravanti, sembra che non abbiano commesso altro e che il loro curriculum criminale se non fosse per quella condanna sarebbe completamente pulito e limpido.

    Per fare chiarezza di queste omissioni o dimenticanze è bene sapere quanto segue:

    la Mambro ha ucciso 96 persone e, oltre a 6 ergastoli, ha accumulato complessivamente 84 anni e 8 mesi di reclusione per gli ulteriori reati commessi; Fioravanti ha ucciso 93 persone e, oltre a 6 ergastoli, ha accumulato 134 anni e 8 mesi di reclusione per gli ulteriori reati commessi. Non hanno mai mostrato pentimento, non hanno aiutato in alcun modo le indagini, hanno offeso le Corti giudicanti, si sono più volte vantati di non avere alcun rimorso. Con tutto ciò hanno ottenuto comunque trattamenti da detenuti modello.

    Le condanne di Francesca Mambro

    Sei sono le sentenze che comminano l’ergastolo alla Mambro:

    - sentenza della Corte d’Assise d’Appello di Venezia del 17 gennaio 1985

    - sentenza della Corte d’Assise d’Appello di Bologna del 6 febbraio 1986

    - sentenza della Corte d’Assise d’Appello di Milano del 5 novembre 1987

    - sentenza della Corte d’Assise d’Appello di Roma del 7 aprile 1988

    - sentenza della Corte d’Assise d’Appello di Roma del 3 marzo 1989

    - sentenza della Corte d’Assise d’Appello di Bologna del 16 maggio 1994

    Quindi:

    ergastolo per l’omicidio di Franco Evangelista (28 maggio 1980)

    ergastolo per l’omicidio di Mario Amato (23 giugno 1980)

    ergastolo per la strage alla Stazione di Bologna (2 agosto 1980)

    ergastolo per l’omicidio di Francesco Mangiameli (9 settembre 1980)

    ergastolo per l’omicidio di Enea Codotto e Luigi Maronese (5 febbraio 1981)

    ergastolo per l’omicidio di Giuseppe De Luca (31 luglio 1981)

    ergastolo per l’omicidio di Mambroarco Pizzari (30 settembre 1981)

    ergastolo per l’omicidio di F. Straullu e Ciriaco di Roma (21 ottobre 1981)

    ergastolo per l’omicidio di Alessandro Caravillani (5 marzo 1982)

    La mancata corrispondenza tra numero degli omicidi e numero di ergastoli è dovuta all’applicazione del vincolo della continuazione.

    La Mambro ha inoltre accumulato complessivamente 84 anni e 8 mesi di reclusione per reati quali: furto e rapina (una ventina in tutto), detenzione illegale di armi, violazione di domicilio, sequestro di persona, ricettazione, falso, associazione sovversiva, violenza privata, resistenza e oltraggio, attentato per finalità terroristiche, occultamento di atti, danneggiamento, contraffazione impronte.

    Morti attribuibili alla responsabilità di Francesca Mambro: 96.

    Anni effettivamente scontati in carcere: 16

    Le condanne di Valerio Fioravanti

    Sei sono le sentenze che comminano l’ergastolo a Fioravanti:

    - sentenza della Corte d’Assise d’Appello di Venezia del 17 gennaio 1985

    - sentenza della Corte d’assise d’Appello di Roma del 30 maggio 1985

    - sentenza della Corte d’Assise d’Appello di Bologna del 6 febbraio 1986

    - sentenza della Corte d’Assise d’Appello di Roma del 7 aprile 1988

    - sentenza del Tribunale di Bologna del 27 marzo 1990

    - sentenza della Corte d’Assise d’Appello di Bologna del 16 maggio 1994

    Quindi:

    ergastolo per l’omicidio di Roberto Scialabba (28 febbraio 1978)

    ergastolo per l’omicidio di Antonio Leandri (17 dicembre 1979)

    ergastolo per l’omicidio di Maurizio Arnesano (6 febbraio 1980)

    ergastolo per l’omicidio di Franco Evangelista (28 maggio 1980)

    ergastolo per l’omicidio di Mario Amato (23 giugno 1980)

    ergastolo per la strage alla Stazione di Bologna (2 agosto 1980)

    ergastolo per l’omicidio di Francesco Mangiameli (9 settembre 1980)

    ergastolo per l’omicidio di Enea Codotto e Luigi Maronese (5 febbraio 1981)

    La mancata corrispondenza tra numero di ergastoli e numero di omicidi è dovuta all’applicazione del vincolo della continuazione.

    Fioravanti ha inoltre accumulato complessivamente 134 anni e 8 mesi di reclusione per reati quali: furto e rapina (una ventina in tutto), violazione di domicilio, sequestro di persona, detenzione illegale di armi, spaccio di stupefacenti, ricettazione, violenza privata, falso, associazione a delinquere, lesioni personali, tentata evasione, banda armata, danneggiamento, tentato omicidio (28 febbraio 1976, 15 dicembre 1976, 9 gennaio 1977, 28 febbraio 1978, 6 marzo 1978), incendio, sostituzione di persona, strage, calunnia, attentato per finalità terroristiche e di eversione.

    Morti attribuibili alla responsabilità di Fioravanti: 93.

    Anni effettivamente scontati in carcere: 18.

    Gli episodi più eclatanti

    28 febbraio 1978. In piazza Don Bosco, a Roma, Fioravanti ed altri notano due ragazzi seduti su una panchina che dall’aspetto (capelli lunghi e giornali) identificano come appartenenti alla sinistra. Fioravanti scende dall’auto, si dirige verso il gruppetto e fa fuoco: Roberto Scialabba, 24 anni, cade a terra ferito e Fioravanti lo finisce con un colpo alla testa. Poi, si gira verso una ragazza che sta fuggendo urlando e le spara senza colpirla.

    9 gennaio 1979. Fioravanti ed altre tre persone assaltano la sede romana di Radio città futura dove è in corso una trasmissione gestita da un gruppo femminista. I terroristi, dal volto travisato, fanno stendere le donne presenti sul pavimento e danno fuoco ai locali. L’incendio divampa e le impiegate, terrorizzate, tentano di fuggire. Sono raggiunte da colpi di mitra e pistola. Quattro rimangono ferite, di cui due gravemente.

    7 marzo 1979. Per «festeggiare» l’8 marzo, un gruppetto di neofasciste, tra cui Mambro, piazzano una rudimentale bomba davanti alle finestre del Circolo culturale femminista nel quartiere Prati, a Roma. A pochi metri di distanza, Fioravanti ed altri sono lì, armati, pronti ad intervenire.

    16 giugno 1979. Fioravanti guida l’assalto alla sezione comunista dell’Esquilino, a Roma. All’interno si stanno svolgendo due assemblee congiunte: di quartiere e dei ferrovieri. Sono presenti più di 50 persone. La squadra terrorista lancia due bombe a mano Srcm, poi scarica alla cieca un caricatore di revolver. Si contano 25 feriti, per puro caso non ci sono morti. Dario Pedretti, componente del Commando, verrà redarguito da Fioravanti perché, nonostante il ricco armamentario «non c’era scappato il morto». Che Fioravanti fosse colui che ha guidato il commando è accertato dalle testimonianze dei feriti e degli altri partecipanti all’azione, e da una sentenza passata in giudicato. Ciononostante, Fioravanti ha sempre negato questo suo pesante precedente stragista.

    17 dicembre 1979. Fioravanti assieme ad altri vuole uccidere l’avvocato Giorgio Arcangeli, ritenuto responsabile della cattura di Pierluigi Concutelli, leader carismatico dell’eversione neofascista. Fioravanti non ha mai visto la vittima designata, ne conosce solo una sommaria descrizione. L’agguato viene teso sotto lo studio dell’avvocato, ma a perdere la vita è un inconsapevole geometra di 24 anni, Antonio Leandri, vittima di uno scambio di persona e colpevole di essersi voltato al grido “avvocato!” lanciato da Fioravanti.

    6 febbraio 1980. Fioravanti uccide il poliziotto Maurizio Arnesano che ha solo 19 anni. Scopo dell’omicidio, impadronirsi del suo mitra M.12. Al sostituto procuratore di Roma, il 13 aprile 1981, Cristiano Fioravanti -fratello di Valerio- dichiarerà: «La mattina dell’omicidio Arnesano, Valerio mi disse che un poliziotto gli avrebbe dato un mitra; io, incredulo, chiesi a che prezzo ed egli mi rispose: “gratuitamente”; fece un sorriso ed io capii».

    30 marzo 1980. Un commando di terroristi assalta il distretto militare di via Cesarotti a Padova. Un sergente viene ferito e vengono rubati 4 mitragliatori M.C, 5 fucili a ripetizione, pistole e proiettili. Sul muro della caserma, prima di andarsene, Mambro firma la rapina con la sigla BR per depistare le indagini.

    23 giugno 1980. Luigi Ciavardini e Gilberto Cavallini uccidono a Roma il sostituto procuratore Mario Amato. Il magistrato, 36 anni, è appena uscito di casa; da due anni conduce le principali inchiesta sui movimenti eversivi di destra. Ha ereditato i fascicoli d’indagine dal giudice Vittorio Occorsio. Poco prima di essere assassinato aveva chiesto l’uso di un auto blindata. Gli fu negato. All’indomani dell’omicidio, i Nar telefonano ad un quotidiano e fanno ritrovare un volantino di rivendicazione che dice: «Oggi 23 giugno 1980 alle ore 8:05, abbiamo eseguito la sentenza di morte emanata contro il sostituto procuratore Mario Amato, per le cui mani passavano tutti i processi a carico dei camerati. Oggi egli ha chiuso la sua squallida esistenza imbottito di piombo. Altri, ancora, pagheranno». Amato aveva annunciato che le sue indagini lo stavano portando «alla visione di una verità d’assieme, coinvolgente responsabilità ben più gravi di quelle stesse degli esecutori degli atti criminosi». Per l’omicidio sono stati condannati anche Valerio Fioravanti e Francesca Mambro considerati i mandanti del delitto.

    9 settembre 1980. Mambro e Fioravanti con Soderini, Vale e Cristiano Fioravanti, uccidono Francesco Mangiameli, dirigente di Terza Posizione in Sicilia e testimone scomodo in merito alla strage di Bologna (link all’omicidio Mangiameli).

    5 febbraio 1981. Mambro e Fioravanti tendono un agguato a due carabinieri: Enea Codotto, 25 anni e Luigi Maronese, 23 anni. Dagli atti del processo è emerso che durante l’imboscata Fioravanti ha fatto finta di arrendersi. Poi ha gridato alla Mambro, nascosta dietro un’auto, «Spara, spara!».

    31 luglio 1981. Nell’ambito di un regolamento di conti all’interno della destra eversiva viene ucciso Giuseppe De Luca. All’omicidio partecipa Mambro.

    30 settembre 1981. Viene ucciso il ventitreenne Marco Pizzari, estremista di destra e intimo amico di Luigi Ciavardini, poiché ritenuto un “infame delatore”. Del commando omicida fa parte Mambro.

    21 ottobre 1981. Alcuni Nar, tra cui Mambro, tendono un agguato, a Roma, al capitano della Digos Francesco Straullu e all’agente Ciriaco Di Roma. I due vengono massacrati. L’efferatezza del crimine è racchiusa nelle parole del medico legale: «La morte di Straullu è stata causata dallo sfracellamento del capo e del massiccio facciale con spappolamento dell’encefalo; quello di Di Roma per la ferita a carico del capo con frattura del cranio e lesioni al cervello». Il capitano Straullu, 26 anni, aveva lavorato con grande impegno per smascherare i soldati dell’eversione nera. Nel 1981 ne aveva fatti arrestare 56. La mattina dell’agguato non aveva la solita auto blindata, in riparazione da due giorni.

    5 marzo1982. Durante una rapina a Roma, Mambro uccide Alessandro Caravillani, 17 anni. Il ragazzo stava recandosi a scuola e passava di lì per caso. La sua morte suscita scalpore anche perché il giovane viene colpito alla testa con un colpo di pistola sparatogli a bruciapelo.

  4. silvana ha scritto:

    pur condividendo le vostre idee non posso fare a meno di farvi notare che la baraldini era membro di un’asssociazione legale “19 maggio” e che non ha mai asssassinato nessuno, quindi 43 anni erano una pena davvero spropositata, soprattutto visto il tumore maligno di cui soffriva. Scusate, grazie dell’ascolto.

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