Scuola musulmana di via Ventura: la saga continua

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La vicenda della scuola araba di Via Ventura, è un esempio sintomatico di come buona parte dei politici e dell’opinione pubblica abbia una visione distorta dei problemi di integrazione. Per 12 anni a Milano ha operato la scuola coranica di via Quaranta (chiamiamola con il suo nome: una “madrassa”), sopravvivendo, nella totale indifferenza delle autorità, in una situazione di illegalità e legittimando il sentimento di separazione di tutte quelle famiglie di religione musulmana. Stiamo parlando di famiglie che, usando come scusa l’esigenza di istruire i propri figli secondo programmi scolastici e tradizioni dei loro paesi d’origine, perché “tanto sono di passaggio”, si sono incuneate nelle maglie del sistema giuridico e scolastico italiano, facendo crescere un gruppo di giovani che non avranno mai la possibilità di vivere da italiani, nell’accettazione dei nostri principi costituzionali e assorbendo i nostri valori e le nostre abitudini di vita.

La decisione di permettere la costituzione della scuola di via Ventura e di dare corso alla richiesta di apertura, limitandone i requisiti all’osservanza dell’agibilità dei locali, ha permesso alle stesse persone che gestivano la scuola di via Quaranta di continuare imperterriti il loro cammino. I permessi non sono arrivati e la scuola, dopo settimane di chiacchere, minacce di interrogazioni parlamentari e richieste di chiarimenti al ministro, ha aperto abusivamente. Ora è stata chiusa, tra le proteste degli interessati e delle solite buone anime terzomondiste della sinistra, stranamente più interessate a difendere l’indifendibile ed in palese contraddizione con le teorie stataliste, secondo le quali l’unica vera scuola sarebbe quella statale. Ma tant’è.

C’è chi addirittura ha detto chiaramente che c’è stato un boicottaggio da parte delle autorità perché i permessi e le carte sono state rimpallate tra gli uffici competenti, segno che nei confronti degli islamici lo Stato italiano assume atteggiamenti discriminatori. Anche in queste manifestazioni d’insofferenza, nonché nella forzatura dell’apertura abusiva della scuola, possiamo raffigurare il solito atteggiamento violento, tipico di chi pensa che l’Italia sia un paese dove chi strilla di più o agisce prima, può sempre avere ragione. A difesa dei ribelli, si è addirittura schierato come consulente Valerio Onida, ex-presidente della Corte Costituzionale, il quale, al di là degli aspetti amministrativi, contesta le tesi di Magdi Allam, sostenendo che la Costituzione all’art.33, stabilisce che “enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri dello Stato.” In altre parole, in Italia c’è il diritto per chiunque di aprire istituti educativi privati, anche non parificati, come le scuole americane, ebree, svizzere e così via. Ma proprio qui sta il punto.

Seppur sostenuti da un punto di vista giuridico, questi istituti non pongono problemi allo stato e, più in generale, alla comunità, se gli insegnamenti e gli orientamenti educativi sono compatibili con i valori occidentali. E pur in presenza di un vuoto legislativo, nel caso di famiglie islamiche poco (o per niente) integrate nel tessuto sociale ma residenti stabilmente nel nostro paese, si dovrebbe rifiutare l’apertura di istituti come quello di via Ventura (e come è stato per 12 anni quello di via Quaranta, integrato in una moschea), nel quale in realtà si svolgono programmi educativi di paesi islamici (in questo caso dell’Egitto), appena integrati con lezioni di italiano. Se poi consideriamo che è falso sostenere che i bambini torneranno nei paesi di origine, perché il realtà il 95% restano in Italia, aprire una strada così ambigua, significa creare nel tempo eserciti di giovani islamici non integrati né integrabili. Anzi, significa creare un esercito di persone che rifiutano la nostra società, vivono isolati nella loro comunità e che magari, un giorno, saranno pronti per tentare la sua distruzione in forme violente.

Invece si preferisce non agire per tempo e non chiarire a chi tenta di fare i colpi di mano che i programmi scolastici devono essere compatibili con gli ordinamenti e che comunque uno stato occidentale non può permettere a comunità isolazioniste di piantare un seme dello stato nello stato. D’altra parte nel resto d’Europa vi sono illustri esempi di come il multiculturalismo idiota abbia ormai fatto danni irreparabili, come nel caso dell’Inghilterra, dove circa l’80% dei giovani di seconda o terza generazione dichiarano di non sentire la penisola britannica la propria patria.

Quale è la soluzione? Non bisogna andare lontano per trovarla. In Lombardia circa 20.000 giovani di origine araba e musulmana frequentano le scuole pubbliche e così molte altre migliaia di giovani provenienti da altri paesi extra-comunitari, come le Filippine, i paesi sudamericani o i paesi dell’est europeo.

Ma questo non basta: è necessaria anche la volontà dei genitori che devono essere sinceramente disposti ad accettare che i loro figli crescano in un ambiente composto da compagni di tradizioni e culture diverse, che possano assorbire queste culture, pur non dimenticando quelle dei loro paesi di origine. In conclusione: è necessario che anche le famiglie di religione islamica accettino il fatto che i loro figli crescano in una società che li integrerà e li farà diventare, a pieno titolo, cittadini italiani, cittadini dell’Occidente.

Se questa volontà manca, è meglio che tornino da dove sono venuti.

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