Le 35 ore e i socialisti francesi

Uno degli argomenti più rappresentativi del primo dibattito televisivo tenutosi tra i tre candidati alle elezioni primarie nel Partito Socialista, è stata la questione delle 35 ore lavorative settimanali. La storia di questa vicenda è nota: Lionel Jospin ed i suoi compagni socialisti, ne fecero il cavallo di battaglia della campagna elettorale che li portò alla vittoria nel 1997, dopo che, inopinatamente, Jacques Chirac e l’allora Primo Ministro Alain Juppé, avevano sciolto l’Assemblea Nazionale ed indetto nuove elezioni. Era stata una bandiera sventolata dal PS con successo, al motto di “Lavorare meno, lavorare tutti!” ed aveva dato i suoi frutti con la vittoria dei socialisti, pronti a cavalcare con quello slogan un sentimento diffuso di insicurezza, causato dagli alti livelli di disoccupazione.
Le leggi sulle 35 ore lavorative sono anche conosciute come “leggi Aubry“, dal nome di Martine Aubry, figlia di Jacques Delors e Ministro de Lavoro nella prima fase del governo Jospin. In realtà il governo socialista ha legiferato in materia due volte, la prima nel 1998 (legge entrata in vigore nel 2000), riguardava le aziende pubbliche e quelle private con oltre 20 dipendenti. La seconda nel 1999 (entrata in vigore nel 2002), è stata oggetto di eccezioni che l’hanno di fatto ammorbidita. Con l’avvento al governo del Centro-Destra nel 2002, le leggi non sono state abrogate ma le facilitazioni date alle imprese per l’utilizzo del lavoro straordinario, hanno svuotato molti dei loro contenuti e significati.
Nel dibattito del 17 ottobre scorso, nonostante i tre candidati abbiano tutti ribadito e sottolineato la loro fedeltà al programma socialista, che prevede la prosecuzione dell’esperienza, in realtà ognuno ha preso una posizione diversa, esprimendo così uno dei fattori discriminanti tra tre visioni diverse del mondo del lavoro e delle imprese. Ségolène Royal, pure cercando di tenersi alla larga dall’argomento, ha dovuto ammettere che ha qualche perplessità. Infatti, secodo la sua visione, non tutti i lavoratori hanno avuto dei benefici dall’introduzione di questa norma, che penalizza i ritmi di lavoro. Anche Strauss-Kahn ha espresso qualche dubbio mentre Laurent Fabius non si è smentito nel suo ruolo di socialista “no-global”, auspicando una applicazione delle “leggi Aubry” autenticamente rigorosa e sostenendo la necessità di ritornare alle origini, attraverso l’applicazione obbligatoria da parte dello Stato.
L’esperienza francese ha dimostrato che l’introduzione di questa norma non ha sicuramente risolto il problema per il quale era stata pensata e voluta: la disoccupazione. Il mercato del lavoro francese ha continuato a soffrire fino a poco tempo da di una endemico tasso di disoccupazione e l’unico settore a beneficiarne è stato quello del turismo, grazie al maggior tempo libero. Ora per i socialisti, se dovessero vincere, si apre la stagione delle scelte su questo fronte. Potranno lasciare le cose così come sono, permettendo alle imprese di bilanciare gli effetti del minor numero di ore lavorate con una maggiore flessibilità, oppure seguire gli auspici di Fabius e tornare all’applicazione ortodossa delle leggi. Facciano come vogliono, basta che nessuno pensi di esportare questo vetusto modello.


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