Francia: un anno dopo

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Nicolas Sarkozy si era lamentato già la scorsa settimana per “l’agitazione mediatica intorno ad uno pseudo-anniversario“. Per il leader dell’UMP non c’è quindi la necessità di ricordare l’anno trascorso dall’inizio dei disordini nelle banlieue francesi perché lui preferisce rivolgersi alla “Francia che non rompe nulla“.

«Per me non c’è nessun anniversario. C’è una Francia che è multiforme e ciascuno deve sentirsi considerato e rispettato. Non è perché non si bruciano degli autobus che non c’è sofferenza, inquietudine, bisogno, aspirazioni e richieste. Lo Stato repubblicano non può preoccuparsi unicamente di quelli che si comportano male ma anche dei sei milioni di cittadini anonimi che vivono senza domandare niente ma vogliono essere rispettati…anche questa Francia conta.»

Nel giorno del (non)anniversario, la Francia brucia ancora. Le auto continuano ad essere incendiate nella periferia parigina ed i passeggeri terrificati devono scappare prima che i facinorosi diano fuoco ai mezzi pubblici. Un anno fa i disordini avevano preso spunto dalla morte di Zyed Benna e Bouna Traoré, rimasti intrappolati all’interno di una cabina elettrica prima di morire fulminati. Nelle settimane successive le cifre dei disordini erano state impressionanti: 10.000 veicoli incendiati (1.400 solo nella notte del 7 novembre), 4770 persone fermate, 422 trattenuti in prigione, 577 denunce contro minori, 126 poliziotti feriti, 100 esercizi commerciali danneggiati, 233 stabili pubblici incendiati, 200 milioni di euro di danni.

Da allora la situazione non è migliorata, con un aumento costante rispetto agli anni precedenti, degli atti vandalici verso le cose e le persone. L’esplosione di violenza di un anno fa è stata il culmine di una continua escalation dei disordini urbani negli ultimi anni, passati da poco più di tremila nel 1993 ad oltre 110.000 nel 2005 e i dati dell’anno in corso confermano questa tendenza. Lo stato francese ha cercato di correre ai ripari, allo scopo di togliere dalle strade i giovani delle zone a rischio, procurare loro un lavoro o una migliore istruzione. 46.000 persone sono state indirizzate a programmi di formazione per il lavoro e 84.000 alloggiamenti sono stati costruiti ex-novo così come 182.000 alloggiamenti in case popolari sono stati ristrutturati. Nel 2007 il budget previsto in interventi atti a evitare che si ripetano questi disordini è di 3,7 miliardi di euro solo per la città di Parigi e prevede spese nei vari campi sociali, dalla sanità alle infrastrutture, dalle scuole al lavoro.

Gli avvenimenti dell’ottobre 2005 hanno cambiato in modo profondo l’atteggiamento di migliaia di famiglie verso la polizia e la giustizia in generale. Nella comunità maghrebina e turca, la percentuale di cittadini che si dichiarano fiduciosi nell’operato delle forze dell’ordine è del 58% contro il 75% della media nazionale. I genitori spesso stanno dalla parte dei figli che scendono nelle strade ed incendiano auto e cassonetti. A volte sono immigrati da paesi nei quali, le violenze dei poliziotti durante le guerre di liberazione sono ancora impresse nella loro memoria. Oppure si tratta di famiglie dedite a traffici illegali, che approfittano di questa situazione per creare verso la polizia una cortina fumogena.

Un recente rapporto dei servizi segreti, denuncia che, nonostante gli sforzi governativi, le condizioni alla base dei disordini di un anno fa, sono ancora presenti nelle società dei quartieri a rischio. Ormai i ragazzi, soprattutto i minorenni, cercano il confronto diretto con la polizia e i dati relativi ai primi sei mesi del 2006 stanno a dimostrare questo dato. I servizi puntano il dito anche contro i giornalisti e gli organi di informazione, troppo presenti nelle zone a rischio con le loro inchieste e troppo ficcanaso nelle periferie; la denuncia è quella di attizzare la tensione.

L’unico dato positivo è che sembra confermata l’inesistenza di una regia comune, di una rete di controllo delle iniziative vandalistiche perché i pochi episodi di “solidarietà idealistica” si scontrano con le esigenze di chi controlla le economie sommerse dei quartieri, dedite ad attività illegali.

La Francia si appresta ad entrare nella fase finale delle elezioni presidenziali. I problemi legati all’immigrazione e quindi ai disordini urbani, sono ormai diventati uno dei temi principali sui quali si giocherà la corsa all’Eliseo. Né Sarkozy né Ségolène Royal sono disposti a fare concessioni e non mancano di esprimere la loro posizione di rigore. Sarko non ha mai nascosto il suo disprezzo verso i teppisti, la “racaille” e Ségolène ha fatto da sempre la sua parte cerdando di non offrire il fianco a chi, nella sinistra, stigmatizza da sempre l’arrendevolezza nei problemi legati all’immigrazione ed alla criminalità.

Per il momento si spera che le prossime feste dei Santi e la recente fine del Ramadan, non siano un’occasione per rivivere un incubo del quale i francesi e noi tutti vorremmo dimenticarci.

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