
Lunedì, 23 Ottobre, tarda sera, quasi notte. Va in onda Porta a Porta. Il tema: il velo islamico. Partecipano Daniela Santanchè (deputata di An), Barbara Pollastrini (ministro per le Pari Opportunità), Khaled Fouad Allam, (deputato della Margherita), Ali Abu Shwaima (imam della moschea di Segrate), Sara Orabi (una studentessa universitaria di Milano, nata in Italia e figlia di egiziani, che indossa il velo - hijab) e altri ospiti. La trasmissione ripete all’ossesso i temi già sentiti in questi ultimi giorni, è quasi noiosa. Quando Bruno Vespa chiede a Sara Orabi
«Cosa ne pensi di questa ragazza irachena, che ha tre anni più di te, uccisa a sassate per un’accusa di adulterio? E’ giusto?»,
la ragazza tace. Vespa la incalza e ripete la domanda altre 2 volte. Alla fine Sara dice:
«Anche nei testi sacri che ispirano i cristiani è contemplata la pena di morte contro gli adulteri».
Ammette quindi indirettamente la liceità di questa punizione in caso di adulterio.
Qualche sera fa ho assistito ad una conferenza tenutasi al Circolo della Stampa di Milano alla quale hanno partecipato, per la presentazione di due libri, Carlo Panella e Farian Sabahi. Panella è uno dei massimi esperti e storici dell’Islam moderno. Il suo libro “Il libro nero dei regimi islamici“, uscito questa primavera (che sto leggendo), è un testo scientificamente storico, che dovrebbe leggere chiunque voglia comprendere la genesi dell’evoluzione della situazione di tensione e di pericolo nella quale il mondo occidentale oggi si trova. La Sabahi è d’origine iraniana ma è nata e vive in Italia. Ha scritto varie pubblicazioni sull’Islam ed insegna storia dell’Islam all’Università di Torino.
Panella ha dato una interpretazione nuda e cruda della genesi del fenomeno iraniano quale è oggi, spiegando, senza mezzi termini e con cognizione di causa, quali sono i retroterra psicopolitici di un paese integralista come l’Iran e, più in generale, dell’islam. La cosa sorprendente è stata che in più occasioni la Sabahi ha cercato di minimizzare i problemi, a volte confutando le tesi di Panella e, soprattutto, insinuando che la società italiana ed i suoi ordinamenti in fin dei conti non sono poi temporalmente così lontani dai costumi vigenti in molti paesi arabo musulmani. Per esempio, quando Panella ha evocato il problema delle condannei per gli apostati e gli adulteri, la Sabahi ha voluto sottolineare che solo dal 1982 in Italia il delitto d’onore è considerato reato.
Alla fine del dibattito ho chiesto a Panella, a bruciapelo: «Ma chi la manda, questa?». La sua risposta è stata immediata: «Il politically correct». Questa riposta mi rimbomba ora nella mente.
Sarà un caso ma proprio ieri sono capitato su un articolo in prima pagina del ilRiformista a firma di Francesco Longo, titolato: “E’ giusto o ingiusto fare domande insensate in tv? E’ ingiustissimo“. L’autore riferendosi alle domande fatte insistentemente da Vespa a Sara Orabi, scrive:
«Come si incontrano due civiltà se si procede così?…vorrei chiedere a Vespa: “Se una monaca di clausura entra in un monastero e non può più uscire, è giusto o ingiusto?”»
Evidentemente il politically correct ed il vezzo di ricordare a sé stessi ed agli altri che, in fin dei conti, i nostri costumi non sono poi (o fino a poco tempo fa non sono stati) così diversi da quelli islamici, è una brutta malattia. Non è mortale (ancora), ma ha la caratteristica di insinuarsi in certe élite intellettuali e di diffondersi, lentamente ma inesorabilmente, nelle menti degli ignari ascoltatori e lettori. Ignari perché mostra una visione della realtà tutto sommato plausibile, toccando tasti dolorosi e sensi di colpa dai quali, evidentemente, facciamo ancora fatica a sbarazzarci.
L’assioma che l’islam ed il cattolicesimo sono simili è vero. Sono entrambi religioni dogmatiche. Ma la loro differenza non può essere analizzata comparandole e mettendo sullo stesso piano i rispettivi testi sacri. La differenza deve nascere dalla osservazione della realtà, dove sono immerse molte società e paesi di entrambi i mondi. Se osserviamo, vediamo che, grazie all’evoluzione ed alle trasformazioni della posizione della Chiesa e grazie all’umanesimo, all’illuminismo ed alla filosofia cartesiana, con il passare dei secoli il mondo occidentale sta equilibrando un contesto di assolutismi e di dogmi religiosi con l’evoluzione della coscienza umana e la presa di responsabilità dell’individuo. E ha dato vita alla nascita delle democrazie. In questo stesso processo, il mondo islamico si è inceppato.
Tuttavia sembra che a molti questa evoluzione nostrana non garbi. Anzi, è come se riconoscere le realtà storiche non sia “corretto”, appunto, politicamente perché nel suo processo evolutivo l’occidente ha sparso sangue e spesso porta ancora con sé i germi degli assolutismi. Non riconoscere e non accettare che l’evoluzione sia un processo doloroso e costellato di errori è il modo migliore per arrestare l’evoluzione stessa.
Per questo, qui non accettiamo l’affermazione fatta dal giornalista del Riformista in conclusione dell’articolo, dove scrive:
«Accettare, comprendere, dialogare con un’altra civiltà non può essere accettare solo ciò che dell’altra civiltà, alla fin fine ci convince.»
Non possiamo condividere questa linea. Anzi, il problema dell’occidente è che spesso tende ad accettare anche l’inaccettabile, cosa grave soprattutto quando l’”altra” civiltà” non accetta quasi nulla della nostra ma utilizza per la sua affermazione tutto ciò che noi abbiamo sviluppato: dalle scoperte tecnologiche ai nostri sensi di colpa.
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