Alitalia e Malpensa: facciamo tabula rasa

Petrolio in fiamme.jpg

Chi si lamenta qui al Nord per la probabile decisione del governo di concentrare i voli internazionali di Alitalia sull’aeroporto di Fiumicino, dovrebbe farsi un esame di coscienza. Vero è che la compagnia italiana di bandiera soffre dei mali tipici del nostro paese: protezionismo, clientele e incapacità cronica di un’azienda controllata dallo stato di essere efficiente. Quindi si invoca da più parti il fallimento volontario di questo carrozzone e la sua ricostituzione, con regole nuove e gente nuova al fine di permetterle un ritorno sul mercato in un contesto di competitività. Questa operazione non dovrebbe essere la fotocopia della situazione precedente.

Allo stesso tempo dobbiamo però osservare che problemi simili sono alla base del cattivo funzionamento di Malpensa. Questo aeroporto è stato potenziato e fatto decollare negli anni in cui il Centro Sinistra governava e aveva bisogno del supporto della Lega per ribaltare gli equilibri parlamentari. Malpensa fu il regalo a Bossi, in cambio della trasformazione da partito rivoluzionario a costola della sinistra. E fu la ripetizione di un cliché che adesso tutti dobbiamo pagare di tasca nostra e che ha portato la compagnia di bandiera a caricarsi di costi e inefficienza per fare diventare l’aeroporto lombardo un imporante hub, permettendone lo sviluppo in condizioni di scarsa competitività. Il risultato si è visto anche sui servizi forniti alla ricca clientela del nord, costretta ormai a farsi il segno della croce ogni qualvolta consegna il suo bagaglio ai check-in, nella speranza che arrivino a destinazione e non vadano persi. Le cifre in questo senso sono impressionanti e superano anche quelle di Heathrow. Inoltre le statistiche ci raccontano che le cose non vanno meglio quando andiamo a vedere la puntualità degli aeromobili. Il tutto, senza contare gli scandali dei furti agli oggetti personali dei passeggeri, con tanto di filmati e di denunce alla magistratura.

Allora se vogliamo proteggere chi sborsa cifre esorbitanti quando è costretto a recarsi a Malpensa per volare oltre oceano, dobbiamo fare tabula rasa di una situazione distorta, nella quale convenienze politiche rendono Alitalia e Malpensa due carrozzoni, strumenti della politica e non certo dei frutitori dei servizi aeroportuali e di volo. In questo caso non sono accettati due pesi e due misure. Lasciamo che il giudizio del mercato determini il destino del vettore aereo e facciamo la stessa cosa per l’aeroporto. Sarà la competizione a decidere e se Malpensa vorrà continuare a giocare un ruolo da protagonista nel trasporto di merci e passeggeri, dovrà cambiare marcia e diventare efficiente. Alla faccia dei partiti, dei ministri e delle loro clientele. Altrimenti nulla vieta di fare rotta su Linate, Bergamo, Torino o Lugano. Dove Alitalia è poco presente ma le altre compagnie fanno soldi a palate ed incrementano ogni giorno di più le loro quote di mercato. Chissà perché.

Prodi “se lo aspettava”

S&P.jpg

Romano Prodi dice che se lo aspettava: le agenzie di rating S&P e Fitch hanno declassato, seppur di poco, il rating sui titoli di debito pubblico. Insomma, dicono che Prodi è peggio di Berlusconi. Il problema è conosciuto: la manovra si fonda su un insieme di misure di dubbia efficacia e sulle decisioni governative pende la mannaia di Bruxelles, soprattutto per ciò che riguarda il creativo escamotage di considerare il trasferimento della quota di TFR allo Stato come entrata invece che come debito.

La cosa più sconcertate è il commento del ministro del bilancio Tommaso Padoa-Schioppa il quale sostiene che la finanziaria “compie una correzione strutturale di una pesante situazione ereditata“. Un commento fatto in palese malafede. Come si può infatti sostenere che la situazione ereditata sia pesante quando il primo semestre mostra un incidenza del deficit sul PIL minore del 3%? E come può una persona preparata ed intelligente incolpare i predecessori quando le agenzie di rating sostengono che il problema sono proprio le misure adottate dal suo dicastero, appunto non sufficientemente “strutturali”?

Comunque non dobbiamo preoccuparci: Prodi se lo aspettava. Sapeva cioè che con questa manovra ci avrebbero declassati? Ma allora che dobbiamo pensare di quest’uomo? Che è un masochista? O pensa che l’eventuali maggiori uscite della spesa per interessi siano di beneficio per le casse dello Stato e quindi per le tasche dei cittadini?

L’outlook è rassicurante: Prodi dice che “il prossimo giudizio sarà positivo“. Ha ragione, la agenzie di rating daranno un giudizio positivo non appena se ne andrà.

Improbabili modelli religiosi

Ratzinger_2.jpg

In attesa di commentare l’intervento del Papa all’evento di Verona, presenti duemila e settecento delegati, ci pare interessante un passo dell’articolo apparso oggi in prima pagina sul quotidiano IlFoglio. Il sottotitolo recita: ” Religione e politica, il sociologo Diotallevi propone il modello americano e alla platea sembra un marziano“. Nell’articolo si continua così:

“…l’intervento che ha raccolto meno consensi nella base è stato quello sulla “cittadinanza” del sociologo Luca Diotallevi, docente alla Terza Università di Roma…molto vicino alle vedute ruiniane. Anzichè attenersi al mainstream dominante - l’accoglienza, i diritti, la legalità - Diotallevi ha detto anche cose non scontate. Ad esempio che nel rapporto tra religione e politica non c’è solo il modello della laicità “alla francese”, ne esiste uno che molto meglio si adatta al nostro contesto ed è quello americano”.

Siamo meravigliati che l’autore dell’articolo si meravigli. Altro che marziano il sociologo; il sociologo è un tantino fuori strada. Si è dimenticato che negli Stati Uniti il “modello” non prevede il Concordato.

Non tutte le aggressioni vengono per nuocere

Pansa Giampaolo.jpg

Nella vicenda dell’aggressione subita da Gianpaolo Pansa a Reggio Emilia in occasione della presentazione del suo libro “revisionista”, a molti è sfuggito un aspetto non di poco conto. Pansa non è stato attaccato tanto per in contenuti dei suoi scritti ma per ciò che la sua persona rappresenta e cioè l’incarnazione dell’intellettuale che cerca di riscrivere la storia in chiave obbiettiva, rompendo i tabù ed i blocchi ideologici della sinistra post-comunista.

Lo scrittore si è chiesto chi poteva sapere di questo marginale avvenimento, organizzato in un piccolo albergo, alla presenza di un numero limitato di ascoltatori e tenuto conto che i 12 facinorosi provenivano da Roma ed avevano fatto la trasferta a bordo di un pulmino. Il sospetto che dietro di loro si siano celati dei manovratori è più che legittimo, viste certe posizioni politiche di una parte delle sinistra, temeraria al punto da definire Bertinotti un venduto revisionista.

Il metodo usato ben lo conosciamo. Si è trattato di un’azione intimidatoria ed intollerante, con la quale questo gruppo di facinorosi ha tentato di chiudere la bocca a chi cerca da anni di aprire uno spiraglio di verità su uno dei capitoli più tristi della nostra storia contemporanea e lo fa da sinistra.

Le reazioni sono state immediate. A partire dai presenti che hanno risposto in coro all’intonazione di “Bella ciao” scadendo da alta voce la parola “libertà!”, per finire al Presidente della Repubblica, Giorgio Napoletano, solidale con Pansa. Ma tutto ciò non serve e non servirà a cambiare certi atteggiamenti, il cui utilizzo spazia dai più accaniti antisemiti che non permettono ad illustri intellettuali israeliani di apparire nelle aule universitarie, per finire agli islamofascisti, ben organizzati quando di tratta di censurare con le minacce qualsiasi tentativo di fornire un punto di vista obbiettivo all’osservazione delle violenza islamica. Per tutti questi intolleranti, i responsabili sono sempre “gli altri”, i provocatori. Se Pansa tocca la storia dei partigiani, lo fa a suo rischio e pericolo e se l’estrema destra vuole manifestare pacificamente per le vie di una città, se l’è andata a cercare. E se un occidentale cristiano sostiene che vi è una pericolosa deriva di violenza insita nella genesi del Corano, ci scappa subito il morto.

Azioni dimostrative che intimidiscono e non ci permettono di dimenticare i pericoli che corrono le democrazie, tanto solide quanto fragili se si tratta di difendere la libertà di espressione. Alla fine, comunque, chi ci guadagna, paradossalmente, è lo stesso Pansa, al quale questa vicenda ha portato un’insperata ascesa alla ribalta delle cronache, che gli frutterà un aumento immediato della sua popolarità ed un impennata delle vendite dei suo ultimo libro, la cui attrattiva si somma ora con la voglia di portargli solidarietà. Alla faccia degli anticapitalisti.

Trucchetti

Renato Farina.jpg

Siamo d’accordo che sospendere Renato Farina per 12 mesi è un atto ingiusto. Ma siamo anche d’accordo che mettersi al livelli di quei meschini dell’Ordine è peggio.

Chiudi
Invia e-mail