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Una bella giornata per Cesare Previti

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Uno dei processi farsa celebrati ai danni di Cesare Previti ma con l’intento di colpire Silvio Berlusconi, è stato oggetto di polemiche feroci durate molti anni. Inizialmente accusato di avere aggiustato la sentenza del processo iniziato nel 1985 per la mancata vendita della SME a Carlo De Benedetti, Cesare Previti, insieme ai giudici Renato Squillante e all’avvocato Attilio Pacifico, era stato condannato in primo grado dal Tribunale di Milano a 5 anni ma non per questa accusa, riconosciuta priva di fondamento, ma per un versamento di 410.000 dollari effettuato da un suo conto estero a favore del giudice Squillante. La motivazione della condanna era stata quindi di corruzione semplice e non di corruzione in atti giudiziari. La sentenza era stata sostanzialmente confermata in Appello.

Oltre all’innocenza dei condannati, sempre sostenuta dalla difesa, uno dei capisaldi della conduzione del processo da parte dei difensori di Previti era stata la tesi secondo la quale il Tribunale di Milano non aveva il diritto di svolgere questo processo perché non competente territorialmente.

Gli avvocati Sammarco e Perroni, difensori, avevano sempre sostenuto inoltre che la condanna era avvenuta per fatti che

«l’accusa non ha dimostrato, né al di là di ogni ragionevole dubbio, né al di sopra di un livello minimo di credibilità o di verosimiglianza»

anche perché non si capiva

«perché avrebbe ‘comprato’ i favori di un magistrato, senza che si sia mai neppure compreso quali atti o ’servizi’ abbia ‘acquistato’, in quale momento e per quali finalità.»

In altre parole, ammesso che quei soldi dati ai giudici fossero oggetto di corruzione non era mai stato dimostrato quale servigio avrebbero fornito ai corruttori.

Ora la Cassazione ha annullato il processo per “incompetenza territoriale, dando così ragione a chi ha sempre sostenuto il “fumus persecutionis” nei confronti dei Previti e, indirettamente, di Berlusconi. Il processo è rimandato al tribunale di Perugia che lo dichiarerà, verosimilmente, prescritto, visto che sarebbe necessario ripartire dalle indagini e che la prescrizione interverrebbe nell’Aprile del 2007.

Solidarietà al sen. Paolo Guzzanti

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Il senatore Paolo Guzzanti dichiara senza mezzi termini di aver paura per la sua incolumità. Oggi più che mai la scorta di secondo livello che lo protegge si rende necessaria, visti i metodi alquanti decisi e sbrigativi usati dal regime di di Putin per eliminare fisicamente i suoi nemici dalla scena.

Ieri sera l’emittente televisiva La7, nella trasmissione condotta da Giuliano Ferrara, Otto e Mezzo, ha ospitato Guzzanti, permettendogli in un contesto di acceso contraddittorio, di raccontare le sue vicende di politico, giornalista e responsabile della gestione della commissione parlamentare Mitrokhin. I fatti di questi ultimi giorni sono noti a tutti. L’eliminazione efferata di un ex colonnello dei servizi segreti russi, Alexander Litvinenko, ha riacceso i riflettori sulla serie di omicidi illustri le cui tracce portano inevitabilmente allo zar russo.

Il problema di Guzzanti è che i suoi peggiori nemici, paradossalmente, devono ora essere trovati in Italia, nell’ambito di quella stampa faziosa e pericolosa che sta cercando di dimostrare il suo coinvolgimento in loschi affari con i servizi segreti. E’ come se un eventuale incidente al senatore Guzzanti fosse preceduto da una sistematica opera di delegittimazione e dalla creazione ad arte di motivi plausibili che potrebbero giustificarla.

Ma Guzzanti, da lottatore quale egli è, non ci sta. Denuncia il

«Silenzio della politica: In Italia zero. Derisione e silenzio. Salvo che su questo Giornale e su Libero. Anche dal Foglio di Ferrara, derisione e silenzio»

e dice che

«Rimpiango di non aver urlato per l’assassinio di Anatoly Trofimov, generale del Fsb russo, superiore di Litvinenko che sconsigliò di venire in Italia perché “L’Italia è il nido degli agenti sovietici ieri e russi oggi, e dove il nostro uomo di fiducia - our man - Romano Prodi è alla guida del governo europeo“. Rimpiango di non essermi incatenato davanti alla Rai per la vergogna della seduta spiritica con cui lo stesso Romano Prodi dimostrò di sapere dove si trovava il quartier generale delle Brigate Rosse ma riuscì a fare in modo che le forze di polizia invece di andare a via Gradoli andassero a Gradoli paese, sicché i brigatisti si eclissarono. Rimpiango di non essermi incatenato davanti alle televisioni pubbliche e private quando gli ungheresi ci trasmisero le prove che alcuni brigatisti rossi, fra cui Savasta, erano perfettamente integrati nel sistema terroristico e militare sovietico attraverso la rete “Separat” gestita dalla Stasi e guidata dal terrorista Carlos, sotto il controllo generale del Kgb a Berlino Est.»

La cosa sconcertante è l’apparente indifferenza della sinistra e del suo capo Romano Prodi davanti a queste accuse, in un prevedibile ed astuto tentativo mediatico di insabbiare il grido di un veterano delle inchieste politiche. Insabbiare e delegittimare ci ricordano i peggiori metodi di una classe politica stalinista, che ha ben imparato ed importato certi metodi a tutti ben noti.

E’ anche di ieri l’intervento di Massimo D’Alema in Parlamento sulla vicenda. E la puntuale risposta di Paolo Guzzanti. Intanto il consulente del senatore, Mario Scaramella, deve schivare i primi schizzi, in un tentativo di attacco per interposta persona. A schizzare è sempre lei, l’emerita “Repubblica“, la macchina da guerra capace di provocare la decapitazione dei vertici dei servizi segreti. Forse un giorno scopriremo da chi prende ordini.

Round-up: LeGuerreCivili

Voglio anch’io essere poligamo

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Sembra che a questo governo di sinistra e alla maggioranza che lo sostiene, dei diritti civili delle donne non importi poi tanto. E dire che da quella parte le parlamentari appartenenti al gentil sesso abbondano così come i ministri e sottosegretari. Ma tant’è.

Il progetto di legge è pronto ed ha iniziato il suo iter di discussione in Parlamento. Si tratta delle nuove norme “Sulla libertà religiosa e abrogazione delle legislazione sui culti ammessi“. Nel tentativo ipocrita laicista e secolare che fa uso del concetto di libertà in modo criminale, si vuole permettere a tutti i culti religiosi di celebrare il proprio rito del matrimonio. E fin qui, tutto bene.

Ma grazie alla propensione dhimmica dei nostri politicanti buonisti e multiculturali, qualcuno ha pensato fosse una dimostrazione di intelligenza scopiazzare nel testo di legge alcune delle richieste furbesche fatte dall’Ucoii in sede di Consulta Islamica e vuole quindi togliere l’obbligo della pronuncia, da parte del ministro di culto, degli articoli 143,144 e 147 del codice civile, quelli che definiscono la parità dei diritti e doveri tra moglie e marito nel matrimonio. L’omissione sarà possibile “qualora la confessione abbia optato per la lettura al momento della pubblicazione“.

Questo atto, passato piuttosto inosservato, sarà utilizzato da una gran parte degli uomini musulmani immigrati nel nostro paese per legittimare la loro tutela sulle mogli e permetterà loro di averne più di una. E’ la prima vera introduzione nel nostro ordinamento di una consuetudine tipicamente musulmana che è espressa in termini di legge in molti paesi islamici. E dire che erano stati in molti (e continuano ad esserlo) quelli che tentavano di spiegare l’importanza della condizione della donna per scardinare le tendenze misogine, sessiste ed illiberali di quell’Islam che vorrebbe importare certi usi barbari i cui presupposti costituiscono la legittimazione della violenza verso le donne e verso la libertà.

Purtroppo, prova oggi prova domani, le profezie sventurate dei menagramo cominciano a mostrare qualche preoccupante contenuto di validità. L’Islam intollerante che vuole la donna coperta perché altrimenti non riesce a gestire la propria sessualità e che ne vuole disporre come un oggetto senza mente e senza cuore, mostra di avere un certo appeal nei nostri legislatori nostrani ed europei.

Evidentemente a nulla servono i sermoni del sempre coraggioso Magdi Allam, con i quali tenta quotidianamente di informare, sensibilizzare ed istruire gli indifferenti e sprovveduti cittadini liberi dell’occidente. Ci racconta delle menzogne e della mistificazione di migliaia di uomini devoti al loro Allah, proni alle prediche dei loro sedicenti imam. Ma ci racconta anche delle loro violenze e della volontà di inquinare la vita pacifica di una parte del globo. A tutto ciò, evidentemente, i nostri politici non danno la minima importanza.

A quando il colpo di stato in Turchia?

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Nel giorno in cui in Papa si reca in Turchia tra timori di attentati e proclami distensivi, vogliamo parlare brevemente di questo paese, uno dei più popolosi nella galassia musulmana, bastione dell’Islam che si proietta verso l’Europa. A Kemal Atatürk l’occidente deve il riconoscimento di avere trasformato una nazione islamica in un’isola laica, nella quale la separazione tra stato e Chiesa e l’imposizione rigida dell’osservanza dei principi laici dello stato, hanno permesso al paese di sviluppare per un secolo gli anticorpi verso l’islamizzazione delle masse e di raggiungere un sufficiente livello di sviluppo economico e di apertura verso il mondo libero.

Da molte parti si alzano le voci a sostenere l’inizio di negoziati definitivi per l’entrata della Turchia in Europa ma le resistenze sono forti e hanno buone ragioni d’essere. Dopo che il presidente Erdogan alla testa del partiro neo-islamico Akp è salito al potere, le cose non sempre sono come sembrano. L’immagine che il governo vuole dare all’opinione pubblica occidentale è quella di un paese che continua il suo cammino verso la modernità ma in realtà i burocrati islamici mostrano troppo spesso una celata volontà ad attuare una sorta di colpo di stato culturale strisciante.

Nonostante la proibizione di indossare il velo in tutti gli uffici statali sia ancora inviolata, l’islamizzazione strisciante del paese passa per altre vie. Le scuole religiose, gli Imam Hatips, una sorta di madrassa in versione turca, sono il veicolo con il quale Erdogan vorrebbe costruire una classe di burocrati islamisti da inserire nel cuore della vita pubblica del paese. Il suo è un tentativo subdolo, che passa dalla proposta di parificazione dei diplomi delle Imam Hatips con quelli dei licei, dando a tutti gli studenti dei seminari religiosi la possibilità di candidarsi ai posti di funzionari pubblici, senza alcuna preparazione sui fondamenti dello stato occidentale moderno. Inoltre la sua pressione sui rettori delle 85 università turche perché siano più tolleranti verso l’islam politico ha portato ad un rifiuto netto degli intellettuali del paese ma il suo partito pare non volere demordere e chiede la creazione di 15 nuovi istituti universitari, un escamotage per cambiare gli equilibri del Consiglio Superiore dell’Istruzione.

Un’altra astuta mossa che ha come obbiettivo quello di modificare i rapporti di forza dentro le élite della burocrazia, è stata l’approvazione di una legge, contrastata dal Chp laico, con la quale Erogan tenta di pensionare la metà dei magistrati turchi e solo il rifiuto del Capo dello Stato, custode del secolarismo, potrà bloccare la nomina di nuovi giudici più vicini al governo. Last but not least, il tentativo non riuscito di nominare un rappresentante della finanza islamica alla giuda della Banca Centrale turca.

Come spesso succede in molti paesi islamici nei quali, tutto sommato, vige uno stato di polizia, chi si oppone più fermamente a questa pericolosa deriva in senso integralista sono i militari. Come in Marocco o in Algeria, i generali turchi avvertono il pericolo e per voce del capo delle Forze Armate avvertono che contro il fondamentalismo “sarà presa ogni misura necessaria“.

Insomma chi è veramente Recep Tayyip Erdogan? E’ l’uomo politico che ha affermato quando era sindaco di Istanbul che “Trasformeremo tutte le nostre scuole in Imam Hatips” e poi che “La democrazia è come un taxi che si usa fino a destinazione e poi si scende”.

Chi in Europa vorrebbe negoziare farebbe bene a tenere presente questi fatti.

Chi in Vaticano vorrebbe distendere gli animi, farebbe bene a lasciar perdere le conclusioni del rapporto redatto per la Santa Sede dall’arcivescovo dell’Anatolia, monsignor Padovese con le quali sostiene che

l’orientamento verso una maggiore democraticità e una effettiva libertà religiosa appare comunque inarrestabile e troverà il suo compimento quando si diffonderà la convinzione che si può essere un buon cittadino turco anche se si è cristiani“.

Noi crediamo invece che il processo inarrestabile verso la libertà e la democrazia sarà compiuto quando si diffonderà la convinzione che si può essere un buon cittadino e basta.

Gli asini di Berlusconi

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Il malore di Silvio Berlusconi ha fatto balenare per un attimo nella mente di molti l’immagine di un Centro Destra senza il suo padre padrino. Intellettuali, politici e semplici uomini della strada si sono chiesti cosa succederebbe se, improvvisamente, i partiti che formano l’unica coalizione nostrana in grado di opporsi allo strapotere catto-comunista, fosse obbligata a serrare le fila e decidere chi sarà la persona adatta a prendere in mano il testimone di una leadership incontestata da più di 10 anni.

La risposta non si è fatta attendere. Si è parlato subito di Tremonti o di Fini e poi molti sono andati alla ricerca del volto di quel quarantenne del quale Silvio Berlusconi voleva parlare alla fine dei suo discorso, indicando una specie antropologica di politico inesistente che dovrebbe risultare adatto a vestire i panni di delfino.

O prima o poi succederà e l’unica cosa che ci auguriamo è che non succeda improvvisamente come sarebbe potuto essere questa volta. Se c’è una colpa da addossare al Cavaliere è proprio quella di non avere, fin qui, allevato un gruppo di giovani dalle spiccate qualità morali e capacità politiche ed avviarli alla sua successione in qualsiasi momento, anche in condizioni di emergenza.

D’altra parte non è facile allevare purosangue se si dispone di emeriti ronzini. E purtroppo il raglio degli asini eccheggia ogni giorno in mezzo alla campagna, gettando nello sconforto il povero elettore anti-comunista. Basterebbe osservare e riflettere con attenzione alle vicende di Betulla (il prode giornalista Renato Farina, sospeso per un anno dall’ordine dei giornalisti a causa delle sue leggerezze deontologiche) e leggere gli articoli a ricamo scritti, oltre che dai suoi nemici, anche dai suoi ex colleghi del quotidiano “ilGiornale”, bell’esempio di superficialità e tafazzismo.

E dire che Filippo Facci è abile nell’uso della mannaia, intrisa di satira intelligente la sua, di solito. Solo di solito perché nel caso di Farina la mannaia era intrisa di inaspettata acredine della quale ignoriamo l’origine ed il significato. La sua filippica contro Renato Farina è ospitata a tutta pagina il 18 novembre proprio da quel quotidiano nel quale lo stesso Betulla ha ricoperto per 5 anni la carica di vicedirettore. Lo accusa di tutto e di più, ne fa un quadro di uno psicopatico depresso, un povero cristo, lui che, nella sua ingenuità, si è prodigato a difendere gli interessi dell’Italia silenziosa.

Ma non basta. Il giorno dopo Vittorio Feltri con foglio e penna mette in campo il meglio di sé stesso e attacca Facci, definito non soltanto «giornalista piccolo piccolo, ma un omino e in questo caso si comporta come un vigliacco». Farina invece è un giornalista straordinario, persona sensibile e scrupolosa e la sua collaborazione con i servizi segreti è stata motivata da pura generosità. Feltri conclude: «sia come sia, chi tocca Farina sappia che deve fare i conti anche con me, prima o poi, e non solo con lui.» Minacce.

Mentre due dei più rappresentativi giornalisti dell’Italia di destra e moderata se la danno di santa ragione, facendo sprizzare veleno da ogni millimetro di carta e dando uno spettacolo degno del peggior avanspettacolo tafazzista, gli altri, i cuginetti di Vladimir Putin, i veri professionisti, piano piano e stando attenti a non dare troppo nell’occhio scavano la fossa a Paolo Guzzanti, altro direttore dello stesso “IlGiornale”. Loro sì che sanno come si fanno le campagne mediatiche di distruzione sistematica dell’avversario, altro che quel dilettante di Farina.

E quindi Repubblica pubblica interviste a raffica di tale Euvgenij Limarev, ex agente del Kgb ora agente di pubbliche relazioni dei vetero comunisti italiani e probabilmente al soldo di quei russi piuttosto irritati per le rivelazioni di Guzzanti sull’omicidio di Alexander Litvinenko e sui rapporti di Romano Prodi con la nomenklatura del Cremlino. Limarev fa rivelazioni scottanti sulle trame di Guzzanti e sul ruolo infido della commissione parlamentare Mitrokin, della quale rivela i veri obbiettivi: fare fuori Prodi e D’Alema, ovviamente. Guzzanti comincia a sentire puzza di bruciato e denuncia i tentativi di intimidirlo mentre illustri parlamentari della sinistra estrema, tra i quali Rizzo, Pecoraio Scanio e Monelli chiedono che «si faccia chiarezza sulle trame torbide e che venga sentito Guzzanti perché deve chiarire».

A sostenere il senatore di Forza Italia non è rimasto nessuno e lui accusa la sua parte politica «di non avere mosso un dito, di non avere emesso un fiato, di essere rimasta attonita e impassibile.» Il senatore ha ragione ad accusare e ne ha il sacrosanto diritto. Purtoppo le sue grida rimarranno senza seguito, coperte dai ragli degli asini.

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