Esselunga: per la libera determinazione dell’imprenditorialità

Bernardo Caprotti fonda l’Esselunga negli anni ‘50 insieme a Nelson Rockefeller ed altri imprenditori italiani e importa così la grande distribuzione alimentare in Italia. Dal primo punto vendita di viale Regina Giovanna, aperto nel 1957 a Milano (ancora oggi esistente), il gruppo è arrivato a fatturare € 4,3 miliardi, con 127 tra super ed ipermercati (soprattutto nel Nord Italia), circa 15mila dipendenti e € 107 milioni di utile netto.
Dopo essere stato affiancato dal figlio Giuseppe dalla fine degli anni ‘90 fino al 2003, l’anziano fondatore ha ripreso in mano le redini dell’azienda e si appresta ora a cederla, dopo averne scorporato all’inizio dell’anno il patrimonio immobiliare e avere ricevuto valutazioni delle attività commerciali pari a circa € 3,5 miliardi.
Le offerte in regime di concorrenza sarebbero ora al vaglio di Caprotti. Ad essere interessati pare siano il gruppo inglese Tesco, gli americani di WalMart ed i belgi di Delhaize. Ma c’è un altro acquirente palese, le Coop, intenzionate ad impossessarsi del gigante della distribuzione attraverso metodi degni del dittatore russo Vladimir Putin. Come molti ricordano, il buon Vladimir negli ultimi anni ha provveduto, a colpi di scandali, processi ed incarcerazioni, ad espropriare delle loro aziende alcuni dei più ricchi e potenti imprenditori russi.
Non vogliamo paragonare un qualsiasi Aldo Soldi, presidente di ANCC (Coop) al dittatore di una delle principali potenze mondiali ma è certo che i metodi usati dalle Coop e dai loro amici, presenti in quasi tutti i settori della vita sociale e politica italiana, non sono esattamente definibili come rispettosi delle regole di mercato e della libertà di concorrenza.
Caprotti però non ci sta. Dopo avere finanziato e sostenuto a viso aperto Forza Italia in tutte le battaglie elettorali degli ultimi anni, ora si trova senza appoggi governativi ed utilizza l’unico strumento adatto a sensibilizzare l’opinione pubblica verso gli attacchi più o meno palesi sferrati negli ultimi mesi dal colosso della distribuzione manovrato dalla politica di sinistra: i comunicati stampa. Sabato 4 novembre Esselunga ha iniziato la sua arringa di difesa dal tentativo di take over ostile (meglio definibile come esproprio) da parte di Coop e dei suoi amici e parenti: due pagine piene, rispettivamente sul Corriere e sul Sole24Ore, per spiegare la strategia delle cooperative della distribuzione.
Il piano è chiaro: qualcuno vuole che le Coop acquisiscano Esselunga perché è un patrimonio del paese e non può andare in mani straniere. È il solito ritornello della difesa dell’italianità, un teorema economico non presente nei testi di economia ma solo nelle menti dei burocrati di stato di sinistra e dei difensori dello status quo. Superburocrati come Antonio Fazio e Romano Prodi hanno già tenuto lunghe e noiose lezioni sull’argomento, estendendo l’importanza di questo concetto a vari settori economici, dalle banche, alle telecomunicazioni e ai trasporti. Ora è il turno della grande distribuzione alimentare.
Frasi dette da alti funzionari delle Coop, da banchieri o da ministri, sono veri attentati alla libertà ed alla libera concorrenza: «..ci sentiamo in diritto-dovere di comprare Esselunga. E ci siamo candidati ufficialmente…se l’Esselunga fosse messa in vendita, sarebbe un diritto-dovere per noi acquistarla.» Quindi non si parla solo di “doveri” ma di “diritti”, acquisiti in nome di un non-ben-identificata investitura ricevuta da non-ben-identificati padrini.
Ai diritti-doveri seguono poi le minacce: «…una possibile vendita di Esselunga a Tesco creerebbe problemi non a Coop ma alla piccola e media distribuzione del Paese…la distribuzione ha un impatto diretto sulle piccole e medie imprese nazionali. Nel senso che un supermercato straniero tenderà a vendere prodotti stranieri.» Cesare Geronzi, numero uno di Capitalia, dice poi: « …Hai mai fatto una visita al bancone di Auchan in Italia? Vada, vada di persona, guardi quanti sono i prodotti francesi esposti e quanti quelli italiani. Mi dicono che Caprotti voglia vendere, guai a perdere Esselunga, deve rimanere in mani italiane. Mi sono spiegato?» Fin troppo.
Caprotti si difende nel migliore dei modi da queste affermazioni demagogiche: con i numeri e i dati certificati contenuti negli inserti, con in quali è dimostrata l’indifferenza dell’offerta di prodotti italiani e stranieri sui banconi di Esselunga, Auchan, Carrefour o GS.
Interviene anche il primo ministro, Prodi: «... sono rimaste le Coop e c’è ancora l’Esselunga…il governo può metterle insieme…può fare una politica perché stiano assieme…» Già. Senza contare il ministro Paolo De Castro, al dicastero dell’Agricoltura: «…il rischio è che un supermercato straniero tenda a vendere prodotti stranieri oppure che strangoli i fornitori (cioè le piccole aziende agricole locali) con contratti usati normalmente altrove ma impossibili da gestire in Italia.»
A difendere Caprotti e il destino della sua società, scende in campo perfino Beppe Grillo:
«Caprotti venda alla Tesco. Portiamo in Italia i prezzi al dettaglio presenti negli altri Paesi europei. Importiamo la concorrenza. Evitiamo le tradotte familiari, il fine settimana in Francia e in Svizzera per comprare prodotti alla metà della metà. Il governo si occupi dei prezzi e non della Esselunga. E anche del fatto che tutta la distribuzione on line (il futuro) è già nelle mani degli stranieri.»
Noi, nel nostro piccolo, abbiamo già cominciato da tempo a sostenere Bernardo Caprotti. Nella nostra zona, a Milano, i supermercati abbondano. Ma la scelta è ora chiara: andiamo solo all’Esselunga di viale Piave, uno dei punti vendita storici, un incontro di due volti della Milano metropolitana. Un supermercato di confine tra il quartiere multietnico a ovest di Corso Buenos Aires e la centrale e ricca zona intorno a Corso Venezia. Un luogo dove, insieme a fiumane di immigrati egiziani, filippini o ucraini, si possono incontrare i Dolce, i Gabbana, i Fiorucci, Vittorio Feltri, Simona Ventura, Silvia Monti Donà delle Rose o lo stesso Bernardo Caprotti, tutti uniti nella difesa del loro portafoglio e della libera concorrenza. Di certo speriamo di non incontrare i Bersani o i D’Alema. Quelli li lasciamo bazzicare nelle (il)libere Coop.


Falkenberg ha scritto:
“Fare una politica” . Dicesi politica quella roba che si “fa su”, come la mortazza…
Pubblicato il 05-Nov-06 alle ore 20:36 | Permalink
Yoshi ha scritto:
ad onor del vero però non solo a sinistra si parla di “italianità”
Pubblicato il 05-Nov-06 alle ore 21:16 | Permalink
Cantor ha scritto:
A dire il vero, è vero. Io sono un patriota ma proprio per questo per me al primo posto vengono i diritti dei miei concittadini, che con questa italianità poco ci azzeccano.
Pubblicato il 05-Nov-06 alle ore 22:07 | Permalink