Mid-Term USA: il punto di svolta dei Democrats

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Il risultato indiscutibile delle elezioni di Mid-Term americane ha fatto ancora una volta emergere le posizioni della sinistra italiana, quasi sempre contrarie in linea ideologica a qualsiasi iniziativa politica intrapresa dal governo repubblicano di George W. Bush. Dopo la vittoria della coalizione capitanata da Romano Prodi, uno dei primi atti del nuovo governo è stato di smarcarsi dalla politica fino-atlantica del precedente governo, definita di “sottomissione” al demonio imperialista americano. Ed ecco ora, puntuali, le spiegazioni della vittoria dei Democratici date da chi, a sinistra, non può e non riesce a esprimere un giudizio impregnato da ideologie anacronistiche.

La causa della sconfitta sarebbe la guerra in Irak, la guerra falsa, il fallimento della dottrina dell’esportazione della democrazia, la manifestazione delle tendenze peggiori e più violente di quei satrapi americani prima invisi ai soviet, ora alle belle anime della sinistra vetero comunista e terzomondista.

La verità, come spesso succede in queste occasioni, è ben più complessa. Per gli americani l’Irak è solo uno (e non il più fondamentale) dei problemi, ma per comprenderli tutti bisognerebbe che molti dei nostri politici mettessero il naso al di fuori del loro giardinetto provincialista. Il primo e principale fattore di successo dei democratici è stato la forte sterzata verso destra espressa dalle scelte dei candidati fatte in molti stati. La maggior parte dei nuovi eletti del partito “liberal” sono chiaramente più a destra della sua leadership (a volte degli stessi repubblicani) e la loro posizione politica è stata in grado di intercettare quell’elettorato del ceto medio che, storicamente, ondeggia tra i due poli e che, in modo alternante, ha dato negli ultimi vent’anni il suo voto sia a Reagan che a Clinton che a Bush. Questi candidati democratici possono essere definiti conservatori, moderati e libertarian. Perfino nel Connecticut il candidato pacifista Ned Lamont è stato sconfitto dall’indipendente Joe Libermann e dalle sue posizioni pro-war. Basterebbe elencare i nomi di Chris Carney, Bob Casey, Brad Elworth, Jim Webb, per fare degli esempi e scoprire che si tratta di personaggi implicati in passato nei preparativi dei piani d’invasione dell’Irak, di anti-abortisti, contrari ai matrimoni omosessuali, alle amnistie per gli immigrati o al controllo sulle armi.

Cosa non è piaciuto agli americani della politica repubblicana? Gli esperti ci raccontano che la corruzione della maggioranza repubblicana l’incapacità politica e la tendenza a spendere in modo disinvolto aumentando il debito federale, l’hanno fatta da padrone. In particolare i casi di Tom Delay o Mark Foley hanno mostrato un volto della leadership repubblicana che agli americani puritani non piace.

Ovviamente la lotta al terrorismo e la guerra in Irak hanno avuto una importante influenza ma ora gli elettori non si aspettano che vi sia da parte della nuova maggioranza al congresso una spinta ad un ritiro o ad un disimpegno repentino. Al contrario i segnali che arrivano dai democrats sono di disponibilità a lavorare insieme per trovare tattiche diverse per affrontare la situazione irakena, molto compromessa, ragione per la quale non era più possibile mantenere Donald Rumsfeld nella sua posizione di Ministro della Difesa. La nomina di Bob Gates come suo sostituto, segna chiaramente la fine di un’era. Gates appartiene alla scuola dei realisti pragmatici di memoria kissingeriana e la sua è una visione opposta a quella di Rumsfeld, di stampo interventista unilaterale. Sarà interessante vedere ora quanto e come questo nuovo orientamento potrà portare risultati fruttuosi nella soluzione di problemi, quello della lotta al terrorismo e della guerra irakena, che in questo momento sono in una fase di stallo pericoloso. Si parla già di una possibilità di avvicinamento e di accordi con l’Iran e con altri paesi della regione, avversi a qualsiasi possibilità di pacificazione e fotremente motivati da una politica anti-occidentale e espansionistica.

Non siamo sufficientemente esperti per potere fare previsioni ma di una cosa siamo sicuri: gli Usa hanno decretato la fine del blocco comunista con una politica di deterrenza e di guerre per interposta persona. Ora forse pensano che la soluzione dei conflitti di stampo islamico siano possibili in un’ottica di accordi e di spartizioni. Con questo approccio il rischio è di sottovalutare il carattere unico e particolare delle velleità di personaggi come Ahmadinejad o dei sunniti irakeni, più motivati da una visione del mondo dominato dall’Islam anche in chiave apocalittica che da negoziati di tipo diplomatico, dai quali potrebbero pure ricavare concessioni territoriali e benefici economici.

Per il momento però i segnali di questa inversione di tendenza nella nuova maggioranza del Congresso non sono incoraggianti. Speriamo che in futuro non peggiorino.

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Commenti (1) lasciato to “Mid-Term USA: il punto di svolta dei Democrats”

  1. giulio ha scritto:

    tutto sommato la sconfitta può avere aspetti positivi. quando tra un pò si capirà che le linee della politica estera americana non cambieranno, pensate a quelli del manifesto…..

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