Al-Quaeda e l’Iran si fanno concorrenza?

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Dopo tutto l’obbiettivo di una strategia militare è quello di fare esattamente ciò che il nemico non vuole o non si aspetta. Fortuna vuole che il “Iraq Study Group Report” di James Baker è stato presto archiviato, anzi speriamo cestinato. Ora si scopre che la più potente organizzazione terroristica proprio quello vorrebbe, un dialogo, un’apertura. Essere riconosciuta come un’entità legittima.

Nel nastro del dott. Ayman Zawahiri, diffuso qualche giorno fa, il braccio destro di Osama Bin Laden manda due messaggi al partito Democratico americano:

«Il primo è che non siete stati voi a vincere le elezioni di mid-term né sono stati i Repubblicani ad averle perse. Piuttosto sono i Mujahideen - l’avanguardia della Ummah in Afghanistan ed Irak - ad avere vinto e le forze americane e i loro alleati crociati hanno perso.»

Zawahiri invita i Democratici a negoziare con Al-Quaeda e non con altri all’interno del mondo islamico e conclude:

«Se non smettete con questa politica folle di dare supporto ad Israele occupando le terre dell’Islam e rubando i tesori dei musulmani, farete la stessa fine.»

Il messaggio è chiaro: è l’ora di venire a patti, cari Democratici, se vincerete le prossime elezioni e visto che siete già in maggioranza alla Camera ed al Senato. Avete la possibilità di negoziare ma alle nostre condizioni: niente aiuti ad Israele (che non ha diritto di esistere e va eliminato). Se non farete ciò che vi diciamo, il vostro destino sarà quello di Bush e cioè perderete.

La cosa buffa di questo proclama è che se i Democratici non seguiranno le indicazioni di Zawahiri, possono stare certi di stare al potere per almeno due mandati. Lo stesso tempo di George W. Bush, il quale fino alle elezioni di mid-term non ha perso una tornata elettorale e ha visto il suo partito perdere la maggioranza alle camere non certo a causa della lotta al terrorismo ma per ben altri motivi.

L’altra cosa buffa è la coincidenza del nastro con il rapporto Baker (che invita ad una apertura ed al dialogo con la Siria e l’Iran, ma non con Al-Quaeda) e la visita al dittatore siriano Assad da parte di John Kerry. Questo potrebbe essere un segno evidente delle preoccupazioni da parte dell’organizzazione terroristica sannita verso la crescente influenza nell’area mediorientale della politica egemone di Ahmadinejad.

Un perfetto esempio di equilibrio tra domanda ed offerta di terrorismo.

Caso Welby: papismo e aspetti giuridici

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Dopo la decisione della Chiesa di non concedere i funerali religiosi a Piergiorio Welby, oggi si è svolta la cerimonia laica in sua memoria. Resta difficile comprendere il significato etico della decisione ecclesiale, apparentemente giustificata dai tecnicismi del catechismo, se non la si legge in chiave politica. Con una buona dose di cinismo e di aggressività, si sostiene che la volontà del “Dott. Welby” (sembra quasi la definizione di un personaggio dell’orrore) di porre fine alla sua vita era ormai troppo nota per potere essere legittimata e giustificata con una decisione caritatevole.

D’altra parte “caritas” non fa rima con politica, la quale tende invece a permettere qualsiasi atto adatto a mettere in difficoltà gli avversari. In questo senso la tesi emersa dal comunicato del Vicariato è chiara: la Chiesa considera il gesto di Welby alla stregua di un’eutanasia, anzi una auto-eutanasia, per di più annunciata con clamore e questo non è e non sarà mai ammesso. Al contrario, negli altri “…casi di suicidio nei quali si presume la mancanza delle condizioni di piena avvertenza e deliberato consenso“, l’attore potrà non incorrere nell’ira del clero; il suicidio “vero” riceve una strizzatina d’occhio e un giudizio più bonario, il rifiuto ad un trattamento sanitario con distacco del respiratore una bocciatura su tutta la linea.

Dopo avere archiviato questo penoso episodio, utile comunque per avere scoperchiato il vaso di Pandora, passiamo agli aspetti più seri e più laici della questione. Quelli giuridici. Marco Cappato dei Radicali ed il Dott. Mario Riccio, il medico che ha praticato l’iniezione e ha sedato Welby, rischiano in teoria una condanna al carcere.

La questione è regolata dall’art. 32, comma 2. e 3. della Costituzione Italiana, dove si dice che

Nessuno può essere obbligato ad un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge…la legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana.”

La legge è solo quella che obbliga un individuo a sottoporsi a determinati trattamenti per tutelare la salute degli altri (per esempio una vaccinazione in caso di pericoli di contagio); in ogni caso è l’individuo l’esclusivo titolare della valutazione del trattamento in rapporto al valore costituzionale protetto della salute.

Nel caso Welby si può sostenere che, non avendo potuto esercitare autonomamente il diritto attribuito dall’art. 32, il medico che lo ha aiutato ha commesso omicidio ai sensi dell’art. 579 del codice penale che recita: “Chiunque cagiona la morte di un uomo, con consenso di lui, è punito con la reclusione da 6 a 15 anni“. In realtà il medico ha agito solo per permettere a Welby di ottenere ciò che gli garantisce la costituzione.

La morale è che se processo ci sarà porterà a tre soluzioni: 1) un’ingiusta condanna, 2) una logica assoluzione, 3) un dibattito sul tema ed un’eventuale emanazione di leggi per meglio regolamentare la materia.

In questa confusione chi porta su di sé le maggiori responsabilità sono le maggioranze trasversali cattoliche, dai Mantovano, ai Volontè, ai Rutelli fino alle Binetti. Se non ci fossero loro e la loro sete di vedetta contro chi ha osato, con coraggio e spirito di disobbedienza, portare agli occhi dell’opinione pubblica una tema così delicato e scottante che potrebbe toccare tutti noi, uno Stato laico che si rispetti non avrebbe la necessità di sottostare a tecnicismi, bizantinismi e provvedimenti giudiziari per tutelare un diritto così fondamentale di ogni essere umano: quelli di decidere come, quando e dove morire.

Nel frattempo dovremo continuare a sorbirci i sermoni papisti e i medici saranno i soli a sopportare il peso di una responsabilità per atti e decisioni quotidiane alle quali non si possono sottrarre. Piergiorgio Welby ha aperto una strada nella quale ora speriamo che qualche partito o movimento politico posa giocare le sue carte. Sarebbe di fondamentale importanza per la vita del nostro paese.

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Caso Welby: l’ora degli sciacalli /2

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Torno sull’argomento Welby e come previsto il bello viene ora. Il Vicariato di Roma ha deciso: niente funerale religioso al defunto perché

era nota, in quanto ripetutamente e pubblicamente affermata, la volontà del Dott. Welby di porre fine alla propri vita, ciò che contrasta con la dottrina cattolica.”

Chi non è prono ai dogmi la paga. Chi non accetta il ruolo di traghettatore della Chiesa non ha diritto ai funerali religiosi. La Chiesa vuole decidere della vita e della morte, è l’unica che può decidere della salvezza e della resurrezione. Se invece qualcuno accetta la morte e decide della sua vita, il massimo che gli viene concesso è la preghiera per l’eterna salvezza. Insomma, ha fatto peccato ma preghiamo lo stesso, basta che non ci mostrino il cadavere. E la moglie ha deciso per la cremazione.

Il paradosso è la situazione nella quale si troveranno ora tutti i cattolici, appartenenti a famiglie cattoliche praticanti, malati e in condizioni simili a Welby. Devono sperare che il loro caso non abbia “rilevanza mediatica” e poi, se lo ritengono opportuno, togliersi la vita, ma di nascosto. Dio non li può vedere.

Nella stessa situazione si troveranno anche quelli in condizioni diverse da Welby ma solo perché possono decidere autonomamente se accettare o meno le cure dei medici. Loro potranno semplicemente uscire dall’ospedale ed attendere la morte senza medicinali, contro il parere di chi li avrebbe voluti curare.

In tutto questa confusione i Radicali non c’entrano nulla. La loro posizione è stata ingigantita dai media mentre tutti sappiamo bene che la battaglia di Welby è iniziata ben prima, è stata una battaglia sua, personale. Ha voluto andare incontro alla morte, scegliendo lui il come e quando e accettando questo evento imprescindibile.

Ma, si sa, l’accettazione della morte è come il demonio, toglie alla Chiesa il suo ruolo e le sottrae la possibilità di esercitare un controllo nei confronti degli individui nel momento in cui possono decidere in libertà. Chissà se ora la politica deciderà di svolgere il suo ruolo o preferirà ancora una volta, per opportunismo, di lasciare che su questa vicenda e su chi soffre si depositi la cenere dell’oblio.

p.s.: da leggere questo post di Bioetiche su “Renatino”!

Round-up: Phastidio TheMoteinGod’sEye, JimMomo, RadioRadicale, MassimoTeodori, MaurizioColucci (2), Joyce, Inyqua (2), Nullo, Sgembo, VivereeMorireaComo

Oggi ha vinto la giustizia giusta

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Apprendiamo oggi che la giustizia in Italia ha rimarginato una sua grave ferita. A provocarla è stato un manipolo di magistrati disonesti, invidiosi e spaventati dalla forza dell’esempio di un giudice garantista. Corrado Carnevale, laureato a 21 anni, magistrato a 23, immancabilmente primo a tutti i concorsi, giudice in tribunale, giudice di Corte d’Appello, giudice di Cassazione, a 53 anni presidente di sezione, a 55 il più giovane presidente titolare della storia della Cassazione. Era conosciuto più che altro come “l’ammazzasentenze”, perché lui le sentenze le macinava, le triturava. Scovava gli errori, le forzature logiche e metteva in risalto l’ignoranza e la superficialità dei suoi colleghi.

A partire dall’inizio degli anni ‘90, qualcuno decise che questo “cantore” della giustizia giusta, non doveva farla franca. Persecuzioni, accuse di collusione con i mafiosi e infine, come si fa un questi casi, ecco l’accusatore e il suo teorema. Durante il processo Andreotti, durante la sua presidenza all’antimafia, Luciano Violante riesce a coinvolgere Carnevale. Il teorema: Andreotti raccomandava i mafiosi amici di Salvo Lima e Carnevale aggiustava i processi.

Nonostante le inchieste di due ministri della Giustizia e il loro parere negativo, li processo a Carnevale si fa, a Palermo, 76 udienze, 65 testimoni: alla fine una piena assoluzione con formula piena perché “il fatto non sussiste“. Nonostante una commissione creata appositamente per lui e il processo d’appello (solo 5 udienze) che lo ha visto soccombere con una condanna a sei anni, alla fine la Cassazione l’ha cestinata, censurando severamente i Giudici della Corte d’Appello.

Cinque anni sono passati. L’11 Marzo 2004 il Parlamento italiano ha dato luce ad un legge con la quale ha sancito il sacro principio della riparazione dell’errore giudiziario, determinando il diritto al reintegro nei pubblici uffici. Due anni ci sono voluti al CSM per prendere una decisione, che è stata quella di ricorrere al Consiglio di Stato contro questo provvedimento, nel più palese spregio di fatto e di diritto delle istituzioni, della storia e del merito di questa vicenda. Una settimana fa il Consiglio di Stato si è espresso e ha dato definitivamente ragione a Carnevale, ordinando anche il reintegro del giudice in magistratura. Speriamo che, nonostante i suoi 76 anni, possa ancora vincere il prossimo concorso per primo presidente, come stava facendo prima del rinvio a giudizio.

Nel frattempo chi ha distrutto questa carriera e provocato al paese un danno difficilmente calcolabile, continua a sedere imperterrito in Parlamento, anche se ultimamente di lui si sente poco parlare. E, con questo, non ci vengano più a raccontare che una certa parte politica non abbia fatto uso dei giudici e della giustizia per dimostrare certi teoremi, anche si sono ormai vaporizzati.

(Grazie a Lino Jannuzzi)

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Welby è morto: è l’ora degli sciacalli

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Piergiorgio Welby quando stava bene

Dopo avere scritto un articolo su Giorgio Welby ma solo per manifestare la nostra solidarietà e per chiarire da che parte stiamo, avevamo pensato di attendere gli eventi. Che ora sono precipitati. Giorgio Welby è morto, aiutato da persone misericordiose, ma il bello viene ora. E’ l’ora degli sciacalli.

Grazie a Chiara Lalli e Giuseppe Rigalzi, a Inyqua e a Malvino, sappiamo che lo sciacallaggio in politica può arrivare a limiti inaspettati anche per un paese come l’Italia, dove la politica assomiglia più ad un’operetta da avanspettacolo.

Ora c’è la caccia al medico, dietro la quale si cela la caccia a chi potrebbe decidere che la morte di Welby non sia da dimenticare, che questo caso abbia fatto emergere una volta per tutte questioni da affrontare e non più da ignorare.

La questione Welby era semplice: se uno di noi è ammalato senza speranza ma può alzarsi ed uscire da un ospedale rifiutando le cure e anche contro il parere dei medici, nessuno potrà obbiettare qualcosa. Anche se questa decisione porta dritta alla tomba in tempi brevi e senza cure. Ma se qualcuno è sottoposto a dei trattamenti dai quali non si può sottrarre perché impossibilitato, come Welby, in barba ai suoi diritti individuali, sacri ed inalienabili, chiunque lo aiuti ad interrompere le cure ed a morire, è passibile di una condanna fino a 15 anni di carcere.

Ora che questo è successo ed invece di lasciare che, eventualmente, la giustizia segua il suo corso c’è chi ha deciso di fare opera di sciacallaggio politico sulla memoria di Pergiorgio Welby e di utilizzare questo caso come clava nell’arena politica. Evidentemente il fascino ed il sapore del voto cattolico superano qualsiasi ragionevolezza.

E quindi abbiamo Alfredo Mantovano (AN) che punta il dito contro i criminali che “uccidono per propaganda politica allo scopo di invocare una legge che generalizzi la morte” (generalizzi la morte, chissà poi che vuol dire…), oppure Domenico Di Virgilio, responsabile sanità di Forza Italia (il nuovo partito, la nuova Forza Italia, se continua così non li votiamo più), che sostiene la necessità di prendere provvedimenti contro il medico: “va sottoposto a procedimento da parte degli organi competenti, sia professionali che giuridici“. Nota, badate bene, sottoscritta anche dalla Gardini, la Ceccacci e la Carlucci, tra le altre (chissà perché tante donne, boh). Lasciamo stare la Binetti perché alla fine ci interessa di più lui, il sommo, “l’individuo dalla carità pelosissima“, come l’ha definito qualcuno: Luca Volontè, il quale chiede l’arresto dei “colpevoli di questo omicidio“.

E noi facciamo come hanno fatto gli amici Inyqua, Jinzo e Malvino: scriviamo una mail a Volontè, al suo indirizzo alla Camera dei Deputati, volonte_l@camera.it. Scrivete anche voi, anche se siete d’accordo con lui, alla fine facciamo la conta così forse, emigra. E non dimenticatevi di leggere questo articolo, altissimo, di Alexis.

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