Conti pubblici in miglioramento: stupidaggini sinistre in aumento

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Un fabbisogno in netto in miglioramento di 31 miliardi di euro rispetto ai 66 previsti ad Aprile dall’allora ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, non è cosa da poco. A parte le scaramucce di stampo mediatico innescate da questo risultato e la tristezza nel vedere un Ministro come Tommaso Padoa Schioppa smentire le sue dichiarazioni di bon ton sul contributo dato dalle misure di risanamento di fine 2005 del governo Berlusconi, giova analizzare brevemente le vere motivazioni dell’inatteso surplus.

Come spesso succede in queste circostanze, non si tratta di una sola causa da di una serie di concause. La prima è l’effetto sulle entrate dato dalla mini ripresa e dall’aumento della fiducia di imprese e consumatori; nei primi 10 mesi dell’anno il saldo dell’entrate fiscali è stato in crescita dell’11,5% rispetto agli stessi mesi del 2005. La seconda è stato l’effetto psicologico dovuto all’entrata in vigore delle misure anti-evasione e la campagna politica e mediatica iniziata su questo tema dal governo Prodi. La terza è l’effetto delle misure di risanamento introdotte dal governo Berlusconi alla fine dello scorso anno, sintomo di una certa serietà politica e dell’avere rinunciato alla tentazione di utilizzare fondi pubblici per interessi privati, quelli dei partiti.

Secondo il Ministro dell’Economia Padoa Schioppa, la situazione è lungi da essere stabilizzata e non si giustificherebbe nessuna politica lassista, anzi non si potrà parlare di essere usciti dal guado prima del 2008. Una politica ragionevole e prudente, sicuramente nei pensieri del Ministro, vede continuare l’opera di risanamento - magari con saldi meno dipendenti dagli aumenti delle entrate e l’introduzione di modifiche strutturali ad importanti capitoli di spesa - e la destinazione degli extra budget agli investimenti in infrastrutture e ricerca.

Purtroppo le cassandre già recitano le loro marce funebri. Ora che “i soldi ci sono e non siamo più nell’emergenza“, il “cadavere è ancora caldo ma già si pensa all’eredità“.

Tutti i rappresentanti delle diverse categorie sociali più parassitarie hanno cominciato a fare sentire la loro voce: «Ora la riforma delle pensioni non serve più» (Gennaro Migliore, capogruppo di Rifondazione Comunista alla Camera); «Incentivare gli accordi sulla produttività e destinare risorse agli ammortizzatori sociali» (Raffaele Bonanni, segretario della CISL); «Ripensare il taglio dei trasferimenti agli enti locali» (Anci, Associazione dei Comuni); «Rivedere la pressione fiscale e la strategia sulle pensioni» (Antonio Focillo, UIL).

Pur non sapendo ancora quanto sarà definitiva, duratura e solida questa tendenza di finanza pubblica, l’imprudenza e la demagogia di settori della sinistra massimalista - il partito della spesa pubblica “par exellence” - non riescono a trovare tregua. Non solo, ma da un’analisi neanche troppo sofisticata dei numeri, emerge chiaramente che l’incidenza della spesa pubblica sul PIL è arrivata al 44,6%, un dato impressionante, il record dal dopoguerra.

Le dichiarazioni dei rifondaroli e dei loro cugini sindacalisti sono piuttosto surreali. Sostenere che sia necessario l’abolizione dello scalone del 2008 della riforma Maroni, significa solamente togliere soldi dalle tasche degli italiani che producono per metterle in quelle dei pensionati. Il tutto in un sistema che strutturalmente presto non starà in piedi. Ma tant’è.

Romano Prodi ha detto che non vuole la si chiami Fase2. La chiami lui come vuole. Ma soprattutto eviti di parlarne, di sostenere la sua vocazione riformista e di cedere poi alle pretese di chi di finanza pubblica non ci capisce oppure fa finta di non capirci. Senza che la CONSOB c’entri un ACCA.

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