La spinta riformatrice liberale è in declino a sinistra

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Silvio Berlusconi critica duramente il governo Prodi per i risultati del conclave di Caserta. Lamenta, tra l’altro, che “i veri padroni sono i partiti comunisti” e che “hanno rinunciato alle riforme“.

Noi apparteniamo a quelli convinti che i mali antichi del nostro paese si possano curare solo con riforme liberali che incidano in profondità; che più mercato serva, oltre che a svecchiare rendite di posizione dell’asfittico capitalismo, anche a concentrare meglio le poche risorse dello Stato verso la “redistribuzione delle opportunità”, eliminando le distorsioni al nostro sistema sociale imposte dai grandi sindacati e dalle grandi imprese; crediamo nella forza creatrice dell’individuo, come diffidenza verso la pervasività dello Stato, come scommessa sul merito e sulla concorrenza.

I segnali di declino della spinta riformatrice all’interno del Centro Sinistra non sono di oggi. Erano cominciati con la mancata ricandidatura di Franco De Benedetti e continuati con il ridimensionamento delle posizioni critiche di economisti come Salvati o Ichino; più recentemente con la fuoriuscita dai DS di Nicola Rossi.

A Caserta l’opera è stata portata definitivamente a termine. Enrico Letta non si è visto, Pierluigi Bersani è stato zittito, mai un accenno ad istanze riformatrici; si è parlato solo di crescita del paese, senza indicazioni realistiche di come realizzarla. Da un punto di vista politico, si può tranquillamente sostenere l’inesistenza di qualsiasi tentativo di tagliare le radici, al quale si sono preferite i soliti accomodamenti, gli opportunismi e la mancanza di coraggio.

Piero Fassino ha sostenuto che i Ds sono e restano un partito riformista. Ma dimentica che fin’ora ciò che lo differenzia da un politico liberale autenticamente riformatore è il fatto che le riforme, quando si fanno, implicano il rischio di pagare un prezzo, di diventare vulnerabili e di mettersi in gioco. L’unico gioco, invece, preferito da Fassino, da tutti i Ds e dalla Margherita, è stato quello delle vittime, della finzione di avere perso. Ma la domanda è: si può sostenere di avere perso una battaglia mai veramente combattuta? Si può additare un nemico che non esiste? Si può indossare il vestito del riformista solo per dimostrare con gli slogan che si è più riformisti dei propri fratelli?

Certo, una politica di riforme deve fare i conti con ostacoli, resistenze e con le “furiose reazioni di molte categorie ed ordini“. Tuttavia sarebbe stata di fondamentale importanza l’assunzione di impegni ad intervenire per costruire nel paese le condizioni per seguire una ripresa che non si sa quanto potrà durare.

Invece la spinta riformatrice nella sinistra soffre ora della sindrome dello “sperduto”. I riformisti si sentono soli, incompresi, perdenti e qualsiasi iniziativa del governo è analizzata e radiografata nell’ottica delle riforme. Nonostante il fatto che l’eco sulla stampa di termini come “riformista“, “riformatore“, “liberale“, “liberalizzazione” abbia raggiunto livelli mai visti prima.

Infine, ci chiediamo se il riformismo a sinistra esista ancora o sia mai veramente esistito. O se, invece, con l’uscita dei De Benedetti e dei Rossi, siamo di fronte solo a dei commentatori che, in quanto tali, non devono neanche rispondere per quello che fanno: perché, appunto, non fanno niente.

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Comments (2) lasciato to “La spinta riformatrice liberale è in declino a sinistra”

  1. ephrem ha scritto:

    Anche Caldarola ammaina la bandiera del riformismo sui DS, non ha reso la tessera come Nicola Rossi, ma ha chiaramente detto che non participerà al congresso e dopo aprile, liberi tutti…

  2. Cantor ha scritto:

    Chissà se assoldandoli nel Centro Destra ci arrivi una boccata di ossigeno…

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