Nicolas Sarkozy incoronato. Con una nuova strategia

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Un trionfo nell’umiltà. Così ha scelto di vincere nell’investitura all’interno del suo partito Nicolas Sarkozy, eletto con il 98% delle preferenze ed ora candidato ufficiale della destra francese alle elezioni presidenziali del prossimo Aprile.

La novità di questa giornata trionfale è stata una nuova umanità espressa dal candidato dell’UMP nel suo discorso.

«Questa parte d’umanità l’ho nascosta in me per lungo tempo perché pensavo che per essere forti non si dovessero mostrare le proprie debolezze.»

Ha riconosciuto di avere avuto spesso paura e di avere conosciuto molte prove della vita. Ormai si sente ispirato dalla “forza dell’amore“.»

Gli osservatori hanno visto in questo mutato atteggiamento un cambiamento di strategia, necessario per fare fronte al lato debole di Sarkozy: non è un personaggio rassicurante per il 51% dei francesi anche se il 59% ritiene che abbia la statura di un Capo di Stato.

Bisogna ricordare che la sua avversaria, Ségolène Royal, è una donna. Il carisma della bella socialista è insito nel suo volto sentimentale e materno. Al contrario, Nicolas Sarkozy è stato spesso oggetto di critiche per il suo nervosismo, interventismo, brutalità e atteggiamento dominatore. Ora tutto pare essersi modificato. Il periodico Paris Match ha appena pubblicato una sua foto da bambino, con gli sci di legno ai piedi mentre sta per partire per una gita in montagna. Al contempo si sforza di mantenere un atteggiamento posato, parlare con voce bassa e profonda per “appartenere e rassicurare“.

Anche il primo manifesto pubblicitario pubblicato dopo la sua vittoria di domenica scorsa è stato concepito con lo stesso spirito. Il suo viso è disteso e sullo sfondo un paesaggio bucolico, un cielo blu ed un soave uccello bianco che vola non possono certo spaventare nessuno. Anzi, lo slogan è chiaro: «Ensemble, tout devient possible.» (Insieme tutto diventa possibile ndr)

Oltre al tentativo di scavalcare Ségolène Royal sul piano emotivo, Sarkozy ha proposto una seconda novità: i giovani e le minoranze etniche. Durante la manifestazione di domenica, sono stati artatamente disposti in gran numero nelle prime file, ben esposti alle telecamere. I cinesi voteranno per lui, sostenitore del lavoro la domenica.

Ora che i giochi sono fatti e che sembra definitivamente chiaro chi si batterà al secondo turno, i sondaggi si fanno sempre più fitti. Dopo le sue continue gaffes in politica estera (ha fatto apprezzamenti positivi sulla la celerità del sistema giudiziario cinese) ed in quella interna (il suo portavoce A. Montebourg ha iniziato una campagna contro gli stati che propongono bassi livelli di fiscalità), Ségolène Royal si trova ora in svantaggio: l’ultimo sondaggio Ifop/Paris Match vede in questo momento una vittoria del candidato della destra per 4 punti, 52% contro 48%. In tutto una perdita di 3 punti per la bella candidata socialista.

La politica estera di D’Alema: falsi storici e opportunismi

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Alle dure critiche verso il governo di Romano Prodi in politica interna, ieri Silvio Berlusconi si è espresso anche sul fronte estero. Sotto questo governo, il paese si è messo sulla strada per “diventare un pilastro nella strategia euro-araba” e “strizza l’occhio agli hezbollah e non lesina critiche ad Israele, unico vero avamposto della democrazia in Medio Oriente“. Secondo il Cavaliere, “prevale la logica della sinistra antiamericana e antioccidentale“:

Il Ministro degli Esteri, Massimo D’Alema, in visita a Riad in Arabia Saudita, aveva commentato così le critiche piovute da più parti alla presa di posizione contro le incursioni americane in Somalia:

«Non si può confondere il valore dell’alleanza storica con gli USA con il fatto di dissentire su atti dell’amministrazione americana…da parte mia e del Governo non c’è alcun atteggiamento di ostilità nei confronti degli USA ma solo diverse posizioni sull’attacco contro gli integralisti islamici…Nel raid aereo non è stato colpito nessun terrorista, ma sono morti molti civili…la polemica non ha fondamenti seri, è solo una questione italo-italiana…la politica di Washington in Medio Oriente comincia a pesare, specie nel triangolo Iraq-Iran-Libano, dove gli interessi sauditi sono diffusi. C’è infatti una forte preoccupazione per il rafforzamento della linea aggressiva iraniana, generata dalla politica statunitense nell’area…ai loro occhi la situazione in Iraq appare una messa al bando dei sunniti, fenomeno generato dalla forzata esclusione dalla vita politica dei membri del partito Baath.»

D’Alema era forse troppo giovane. Non ricorda che alla fine degli anni ‘70, con l’avvento degli ayatollah iraniani, questo paese era passato, nello spazio di un mattino, da una posizione filo occidentale a considerare gli americani e tutto l’occidente come l’impersonificazione del demonio. Né rammenta che gli Stati Uniti, a differenza dell’Italia, hanno già dovuto sopportare le ferite di atti terroristici, primo fra tutti quello dell’assalto alla loro ambasciata in suolo iraniano.

La nostra capacità di ascoltare le diverse opinioni e di lasciare a tutte le tesi il beneficio del dubbio, ha però qualche limite. Sostenere quindi che l’aggressività dell’Iran sia causata dalle recenti politiche americane in Medio Oriente e vedere nella guerra in Iraq o nella situazione libano-palestinese un effetto delle colpe della politica bushiana, è, quantomeno, suscettibile di essere interpretato come un atto di malafede.

Non vogliamo certo sostenere l’opportunità di essere sempre e comunque d’accordo con qualsiasi atto politico e militare americano, ma ormai non si può più parlare solo di “dissenso su alcuni atti” perché da quando questo Ministro ha preso la responsabilità degli Esteri, non ricordiamo una sola dichiarazione di accordo e di apprezzamento per la politica del Presidente Bush. L’unica espressione positiva sulla vita politica americana è stata la sconfitta repubblicana alle elezioni di mid term.

Quanto alle “diverse posizioni sull’attacco contro gli integralisti islamici“, nonostante i nostri sforzi, continuiamo a non capire. L’integralismo islamico ha assunto forme di pericolosità mai viste prima. La costituzione del califfato mondiale è il fine ultimo di questo movimento e questo pericolo riguarda tutti, Europa inclusa. Non riusciamo quindi a comprendere come si possano avere posizioni diverse quando un movimento determinato e organizzato sta per prendere il sopravvento in uno stato che non è in grado di contrastarlo e quando qualcuno decide di aiutarlo a recuperare la sua libertà, come nel caso degli Stati Uniti e dell’Etiopia. E decide poi di dare la caccia e di eliminare chi aveva cercato di rovesciarne le istituzioni, visto che non si tratta di persone particolarmente inclini ai negoziati.

Pur non riuscendo a comprendere, ci mettiamo nei panni dei sauditi i quali, più che essere ostili alle decisioni degli americani, loro alleati da più di 60 anni, sono forse più preoccupati per quegli stati, come l’Italia, che non riescono ad avere una linea politica chiara nei confronti degli stati canaglia. L’Arabia Saudita conosce bene i regimi vicini con i quali ha a che fare. Il Ministro pare di no. Non si rende conto che quando parla di preoccupazioni saudite per la possibile esclusione dei sunniti dalla vita politica irachena, straparla.

Ma evidentemente le sorti dell’Iraq e della Somalia lo interessano solo a livello di spot politico, a differenza di quelle serbe in cui fu coinvolto alcuni anni fa. Quando l’esigenza di proteggere i confini del suo paese lo aveva folgorato verso uno smisurato amore per il diavolo americano.

Le guardie forestali vanno in passeggiata

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Non che il lavoro delle guardie forestali ci interessi particolarmente. Al massimo ci piacerebbe farci accompagnare da uno di loro per una passeggiata in uno dei magnifici boschi di montagna della nostra penisola.

Probabilmente in alcuni casi ad accompagnarci potrebbero essere in molte guardie. Dipenderebbe dalle regioni. In Friuli è possibile che non troveremmo nessuno disponibile a rispondere alle nostre richieste turistiche, visto che ogni guardia forestale deve operare su 7.000 ettari di terreno. In Toscana, sarebbe più semplice, 1.409 ettari. In Puglia, quasi certo, 192 ettari.

In Sicilia, potremmo allietare con una passeggiata le giornate di molte guardie, che ci sarebbero grate per averle distolte dall’ozio e dalla noia di intere giornate passate a fissare il soffitto: 12 ettari. (fonte il Sole24Ore - 13 gennaio 2007, ndr)

Questo è il nostro Paese. Per la cronaca, quella Sicilia fa parte del piano da 100 miliardi annunciato dal Governo Prodi. Chissà se una parte di queste risorse saranno utilizzate per piantare un po’ di alberi?

La spinta riformatrice liberale è in declino a sinistra

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Silvio Berlusconi critica duramente il governo Prodi per i risultati del conclave di Caserta. Lamenta, tra l’altro, che “i veri padroni sono i partiti comunisti” e che “hanno rinunciato alle riforme“.

Noi apparteniamo a quelli convinti che i mali antichi del nostro paese si possano curare solo con riforme liberali che incidano in profondità; che più mercato serva, oltre che a svecchiare rendite di posizione dell’asfittico capitalismo, anche a concentrare meglio le poche risorse dello Stato verso la “redistribuzione delle opportunità”, eliminando le distorsioni al nostro sistema sociale imposte dai grandi sindacati e dalle grandi imprese; crediamo nella forza creatrice dell’individuo, come diffidenza verso la pervasività dello Stato, come scommessa sul merito e sulla concorrenza.

I segnali di declino della spinta riformatrice all’interno del Centro Sinistra non sono di oggi. Erano cominciati con la mancata ricandidatura di Franco De Benedetti e continuati con il ridimensionamento delle posizioni critiche di economisti come Salvati o Ichino; più recentemente con la fuoriuscita dai DS di Nicola Rossi.

A Caserta l’opera è stata portata definitivamente a termine. Enrico Letta non si è visto, Pierluigi Bersani è stato zittito, mai un accenno ad istanze riformatrici; si è parlato solo di crescita del paese, senza indicazioni realistiche di come realizzarla. Da un punto di vista politico, si può tranquillamente sostenere l’inesistenza di qualsiasi tentativo di tagliare le radici, al quale si sono preferite i soliti accomodamenti, gli opportunismi e la mancanza di coraggio.

Piero Fassino ha sostenuto che i Ds sono e restano un partito riformista. Ma dimentica che fin’ora ciò che lo differenzia da un politico liberale autenticamente riformatore è il fatto che le riforme, quando si fanno, implicano il rischio di pagare un prezzo, di diventare vulnerabili e di mettersi in gioco. L’unico gioco, invece, preferito da Fassino, da tutti i Ds e dalla Margherita, è stato quello delle vittime, della finzione di avere perso. Ma la domanda è: si può sostenere di avere perso una battaglia mai veramente combattuta? Si può additare un nemico che non esiste? Si può indossare il vestito del riformista solo per dimostrare con gli slogan che si è più riformisti dei propri fratelli?

Certo, una politica di riforme deve fare i conti con ostacoli, resistenze e con le “furiose reazioni di molte categorie ed ordini“. Tuttavia sarebbe stata di fondamentale importanza l’assunzione di impegni ad intervenire per costruire nel paese le condizioni per seguire una ripresa che non si sa quanto potrà durare.

Invece la spinta riformatrice nella sinistra soffre ora della sindrome dello “sperduto”. I riformisti si sentono soli, incompresi, perdenti e qualsiasi iniziativa del governo è analizzata e radiografata nell’ottica delle riforme. Nonostante il fatto che l’eco sulla stampa di termini come “riformista“, “riformatore“, “liberale“, “liberalizzazione” abbia raggiunto livelli mai visti prima.

Infine, ci chiediamo se il riformismo a sinistra esista ancora o sia mai veramente esistito. O se, invece, con l’uscita dei De Benedetti e dei Rossi, siamo di fronte solo a dei commentatori che, in quanto tali, non devono neanche rispondere per quello che fanno: perché, appunto, non fanno niente.

Il video integrale del cadavere di Saddam Hussein

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Evidentemente il video dell’impiccagione non aveva fatto un numero sufficiente di accessi. Evidentemente i desideri morbosi di milioni di persone non erano stati sufficientemente soddisfatti. Né quelli dei manipolatori delle masse musulmane.

Dopo la ripresa ufficiale e quella clandestina dell’impiccagione, Libero Video è felice di presentarvi quella ultima del cadavere di Saddam Hussein, ripreso da qualche fantomatico cameraman mediorientale, appena sceso dal cammello. Se volete guardarla, fate attenzione: ciò che vedrete intorno al collo non è un foulard portafortuna e potrebbe capitarvi una cosa del genere.

Di bene in meglio. Sempre più democrazia e civiltà, stiamo diffondendo.

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