Prodi è salvo. Abbasso la sinistra

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Il governo dell’italietta politica, quello di Romano Prodi e dei ministri antagonisti, è salvo. Da domani si rincomincia come se non fosse successo nulla. Parlano di una svolta a destra, ma in realtà andranno avanti sugli stessi binari, incerti, perché non hanno nulla da perdere. Basta tirare a campare.

Intanto Prodi è un mago per stare sulla bilancia. Troverà un modo per raccattare i voti quando sarà il momento di votare per la TAV, per la riforma delle pensioni e la missione in Afghanistan. Magari i voti glieli darà Berlusconi, al quale Prodi ha fatto il favore di non considerare più “inderogabile” il decreto Gentiloni (…). Misteri della politica.

Per noi si tratta di accanimento terapeutico. Il Centro Sinistra è malato, terminale. La sua malattia è lì sotto gli occhi di tutti. Si chiama “sinistra, il centro potrebbe anche risultare accettabile. Una sinistra che vuole ancora stare al di fuori del mondo occidentale, che non accetta la Nato, gli USA, le multinazionali, le infrastrutture, Israele, l’abolizione del privilegi dei pensionati baby e dei falsi invalidi, le privatizzazioni e le liberalizzazioni.

Non è una questione di numeri ma di cultura. Un paese come il nostro dovrebbe avere una sua collocazione naturale. Ecco, questa sinistra è contro natura. E’ come un humus pieno di batteri letali che pervadono tutta la società, le istituzioni, le Università e le fabbriche. E’ una sinistra che costituisce il naturale contesto per la rinascita del terrorismo rosso. E’ una sinistra che sfila tra le frange di chi grida contro i soldati di Nassirya e brucia le bandiere.

Non si può escludere questo schieramento dall’arco parlamentare. Lo si dovrebbe ricacciare nelle caverne. Ma ci vorrebbero altri personaggi politici. Veri leader, capaci di creare consenso trasversale, al di fuori e al di là delle etichette politiche. Altri che Prodi, Fassino o D’Alema. Ci vorrebbe gente come questo signore qui, nel video, uno che quando parlava in pubblico faceva venire i brividi.

Sègo risorge: ora siamo pari

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Incredibile ma vero. E’ bastata una settimana e Ségò ha riacchiappato Sarkò. Solo il 18 febbraio il distacco al secondo turno era di 10 punti, praticamente incolmabile. Adesso siamo tornati in parità. Che è successo?

Possiamo dire che è stato il trionfo della “mediaticità. Tutta la campagna elettorale dei principali candidati ruota attraverso l’utilizzo pesante di ogni mezzo di informazione. Ed è questa la vera chiave di successo. Lo sta a dimostrare il fatto che la Royal sia stata poco seguita nella prima parte della sua campagna, durante la quale ha molto viaggiato per il paese. Da quando, all’inizio di febbraio ha iniziato ad accelerare sul fronte mediatico, le sue quotazioni sono immediatamente aumentate.

Il 19 febbraio Ségolène è stata ospite della trasmissione “J’ai una demande a vous poser” (Ho una domanda da farle). La maggior parte dei critici non ha considerato la performance della bella candidata come particolarmente eccelsa. Il fatto però di potere comunicare direttamente davanti a quasi 9 milioni di spettatori, le ha permesso di rispondere all’aspettativa dei suoi elettori. Esattamente secondo il carattere impresso alla sua campagna elettorale, costellata da termini come “partecipazione” e “noi siamo la Francia“, per i quali spesso è stata accusata di demagogia e populismo.

La televisione non è stato l’unico mezzo con il quale la Royal (e non solo lei), si è rivolta al suo elettorato. Ha utilizzato in modo massiccio Internet come non aveva fatto nessuno candidato finora. Ha partecipato a trasmissioni radiofoniche dove ha parlato direttamente con gli ascoltatori. Dal canto loro gli esperti di comunicazione dell’UMP, il partito di Nicolas Sarkozy, non hanno esitato a mettere in linea i video “rubati” con le gaffes della Royal.

Oggi Ségolène Royal sembra, più che mai, in corsa, fianco a fianco con Sarkozy. Dietro di loro François Bayrou, sempre più arrabbiato con i media e ieri sera ospite, a sua volta, su TF1. Un tipo comunque deciso e battagliero, come testimonia questo video del 2002. Una dimostrazione di quanto sia difficile la vita di un politico in certi contesti francesi ed anche di quanto sia diverso il paese rispetto al nostro.

Sen. Andreotti, quanto costano i “Dico” al paese?

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Quando il governo Prodi non ha raggiunto la maggioranza in Senato la scorsa settimana, la prima cosa che abbiamo pensato era che il paese si trovasse in una situazione difficile e delicata dal punto di vista politico ed istituzionale. Ci siamo chiesti che genere si soluzione si sarebbe trovata, visto lo stato comatoso dell’attuale maggioranza e le incognite derivanti da nuove elezioni da tenere con questo assurdo sistema elettorale.

I giorni sono passati e, dopo le tesi di fantapolitica uscite su tutti i giornali, si sono chiariti i motivi che hanno portato senatori a vita e non a non appoggiare il governo. Le posizioni dei trozskisti o degli ondivaghi ci stanno tutte. Non sarebbero, di per sé, così scandalose in un paese come il nostro, lo diventano quando in palio c’è la stabilità del governo.

Leggendo e rileggendo le dichiarazioni a freddo del fine settimana, abbiamo invece trovato chi dovrebbe cominciare a riflettere seriamente a ritirarsi ed andare in pensione. Il senatore vita, Giulio Andreotti, ci delizia oggi con le ragioni che lo hanno indotto a mettere quasi 60 milioni di italiani sull’orlo del baratro, di una crisi istituzionale dopo appena 281 giorni di governo.

Le cose che hanno fatto agitare Andreotti sono due, entrambe assurde se paragonate al danno: la prima è di metodo e riguarda le modalità con le quali si è svolto il dibattito di politica estera. Pare che il ministro egli Esteri, Massimo D’Alema, non c’entri perché lui “sta conducendo bene la politica estera (…)“. Certo, agli occhi di Andreotti andare a braccetto con Hezbollah tra le macerie di Beirouth e quindi ripresentare lo spettro del filo-arabismo e dell’antisemitismo di memoria andreottiana, è un buon modo di mostrare la nostra fedeltà al Patto Atlantico (…). Ma non è questo di cui si parla.

Ciò di cui si parla è che nel dibattito D’Alema ha “escluso la continuità con il governo Berlusconi” e ad Andreotti questa impostazione sembra “una cosa abbastanza ridicola. A noi non sembra ridicolo, piuttosto sembra un indirizzo politico, condivisibile o meno. Ad ognuno il compito di giudicarlo. L’aspetto ridicolo è semmai che il senatore a vita abbia atteso 281 giorni per accorgersi di questa svolta in politica estera e abbia scelto proprio il momento buono per manifestare concretamente il suo dissenso. Dove è stato fin’ora?

Il secondo motivo di agitazione, è stato il disegno di legge sulla regolamentazione delle coppie di fatto. Giulio Andreotti è un cattolico e ora dichiara chiaramente la sua missione: difendere a tutti i costi gli interessi del Vaticano in Parlamento, anche mettendo il paese in crisi istituzionale. La prossima fiducia al governo avrà il voto di Andreotti perché

dal programma sono scomparse assurdità come…i matrimoni omosessuali. Le nozze gay sono inaccettabili non solo per chi ha il dono della fede ma per chiunque rispetti la Costituzione e le regole più normali“.

Affermazioni stupefacenti. Secondo lui i cittadini rispettosi della Costituzione non dovrebbero accettare i “Dico“. Figuriamoci quelli che rispettano le “regole più normali“. Per contro chi accetta i “Dico” sarebbe persona disposta a non accettare regole normali. Forse un “anormale“? Magari uno “psicopatico“? E che dovremmo dire allora dei politici europei di tutti i paesi della comunità (esclusi Austria, Grecia e Irlanda) che hanno da tempo varato leggi per regolamentare questo comportamento sociale che, solo in Italia, interessa oltre un milione di persone? E gli altri politici, quelli della dichiarazione di Nizza, che all’art. 9 prevede

il diritto di sposarsi ed il diritto di costituire una famiglia sono garantiti secondo le leggi nazionali che ne disciplinano l’esercizio“?

Secondo Andreotti tutta gente “non disposta ad accettare le regole Costitutive e più normali“.

Il bizantinismo e l’irresponsabilità dei nostri politici fanno sì che ora, semplicemente togliendo dal programmino di 12 punti il problema “Dico“, senatori come Andreotti voteranno di nuovo la fiducia al governo di Centro Sinistra. Troppo facile. Pensavamo che la politica fosse una cosa più seria e che in una situazione che vede un’opposizione disorientata e sgangherata e una maggioranza composta da un’accozzaglia d’interessi contrastanti, politici di lungo corso e provata esperienza ragionassero con più senno. Chissà quelli che di esperienza ne hanno poca.

Il programmino topolino

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Ci siamo. Il programma del Centro Sinistra e del suo nuovo governo, il Prodi bis, è stato partorito. E’ uscito ristretto. Solo 12 punti. Insomma, da un estremo all’altro. Oltre 200 pagine il programma pre-elezioni, ora una paginetta striminzita.

Forse è meglio così. Noi continuiamo a pensare che se si andasse alle elezioni, vincerebbe il Centro Destra. Il che, in questo momento, non sarebbe una gran cosa. Sperando sempre che questa parte politica, il Centro Destra, non sia rappresentato dalla vignetta qui sopra che troneggiava ieri sulla prima pagina del quotidiano Libero.

L’Italia statica

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Il Governo Prodi è caduto. Si proverà a fare un Prodi bis. Sono cominciate le trattative per accogliere i traditori provenienti dall’opposizione. Insomma, niente di nuovo. Sempre la stessa Italia.

Che il nostro paese fosse statico lo sospettavamo. Ce lo conferma anche un altro sport, vero, popolare nella nostra italietta: il calcio. E’ di oggi la notizia che i facinorosi incarcerati per i fatti di Catania, sono usciti di gattabuia. Nonostante il procuratore, Renato Papa, abbia dichiarato che

«Ritengo che provvedimenti come questi decisi dal Tribunale della libertà, siano istituti che vanno applicati solo in casi eccezionali, ma certamente non in presenza di gravi atti di violenza, come quelli scoppiati a Catania il 2 febbraio. Dove, non dimentichiamolo, ci sono accusati che possono reiterare in circostanze simili i reati commessi».

A Castellammare di Stabia, la continuazione della vicenda. Se andiamo avanti così, tra poco potremo dimenticarci di andare allo stadio. Anzi, già che ci siamo, potremmo chiedere al prossimo governo di prendere il primo provvedimento proprio su questo sport, mettendolo fuori legge definitivamente. Niente più stadi, squadre, giocatori, procuratori, presidenti, allenatori. Niente più pallone. Perché già ci siamo fatti “due palle” con queste storie. Comunque l’avevamo detto che non sarebbe cambiato niente, vedrete, è solo l’inizio.

Grazie ad Orpheus.

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