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L’ascesa del burka: ora è ripreso dalle telecamere

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Ultime novità sul fronte della moda islamica. Il burka è diventato ufficialmente un abito unisex. E pare avere molto successo tra i mujahiddin.

Yassin Omar, uno dei sei terroristi accusati di aver preso parte ai falliti attentati del 21 luglio del 2005 a Londra, pare sia fuggito dalla capitale britannica con addosso un burka. Il video della fuga è stato mostrato al tribunale di Woolwich dove è in corso il processo. Secondo gli inquirenti Omar, 26 anni, d’origine somala, fuggì da Londra a Birmingham travestito da donna musulmana dopo aver tentato, senza successo, l’attacco suicida. Le immagini, riprese da telecamere a circuito chiuso, mostrano Omar alla stazione dell’autobus di Golders Green, nel nord di Londra, mentre il 22 luglio, il giorno dopo il fallito attentato, sale su una corriera in partenza alle 18.20 per la stazione di Digbeth a Birmingham. Altre telecamere a circuito chiuso mostrano Omar coperto dal burka scendere dall’autobus alla destinazione d’arrivo, dove viene prelevato dopo circa 45 minuti da un’auto.” (fonte il Corriere.it)

Vediamo ora cosa diranno i difensori del burka e del niqab, quali libere espressioni della fede e dell’identità religiosa. Noi le chiameremmo libere uniformi di liberi terroristi.

Prodi: il miglior commento

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Oggi, a botta calda dopo la caduta di Prodi, leggendo quà e là, ho trovato la battuta più bella dal mio amico Cruman:

«…per nove mesi il governo ha litigato con l’opposizione, salvo poi rimanere in piedi grazie ai voti della Cdl e litigare con se stesso, poi sbatte contro un paio di senatori coerenti e qualche senatore a vita (che non è un politico col cacciavite) e riempie studi televisivi di altra gente che litiga. Che cosa si deduce da tutto questo? Deduzione numero A: in Italia comanda ancora Andreotti. Deduzione numero B: se qualcuno di quelli che hanno minato il governo aveva le azioni Mediaset, ha unito l’utile (netto) al dilettevole. Deduzione numero C: domani avrò sonno perché ho seguito tutti i dibatti sulle dimissioni di Prodi, ma il governo sarà come ieri. Quindi l’impatto sociale della politica si limita alle mie ore di sonno. Deduzione numero D: era meglio che guardavo Inter Valencia, andavo a dormire prima e mi divertivo di più. Deduzione finale: i governi non cadono mai.»

La famiglia non è in pericolo

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Fausto Carioti lo leggiamo spesso. A volte lo troviamo allineato alle nostra posizioni, altre molto distante. Quest’ultimo caso è quello dell’articolo scritto il 18 febbraio scorso su un argomento del quale volevamo scrivere da tempo. Grazie a Carioti di avercene dato l’occasione.

Vogliamo prima di tutto esprimere il nostro accordo con lui sul fatto che sia un’ipocrisia sostenere che ci possa essere un dialogo tra le posizioni di chi rifiuta, al di fuori della famiglia, qualsiasi forma di unione tra coppie (la Chiesa e molti cattolici) e chi invece legifera per istituire un nuovo tipo giuridico di coppia. Non c’è dialogo in assenza di un, purchè minimo, terreno comune di discussione. In questo caso la discussione non è possibile perché la Chiesa sostiene un dogma, quello che l’unica forma “naturale” e quindi possibile di unione tra coppie sia l’istituto della famiglia. Al contrario, chi vuole legiferare, sostiene che vi sia, da parte dello Stato, prima di tutto un’esigenza di regolare con provvedimenti legislativi dei comportamenti sociali rilevanti, la cui portata non può essere ignorata.

Ciò detto, siamo convinti che chi ha scelto di convivere meriti di essere giudicato sullo stesso piano di chi ha contratto matrimonio. Il valore assoluto della famiglia è invece espresso da Papa Benedetto XVI, quando sostiene che: «La famiglia merita la nostra attenzione prioritaria: essa può nascere solo dal matrimonio, che è l’unione stabile e fedele tra un uomo e una donna». Non crediamo all’attinenza di questo giudizio rispetto alla realtà. La fedeltà non si acquisisce dichiarandola verbalmente davanti ad un ministro di culto; né la stabilità è una realtà solo se promessa in Chiesa. Parliamo invece di intenzioni e dichiarazioni di volontà, implicite nel momento in cui si sceglie di condividere la propria vita con qualcun altro.

La famiglia non c’entra nulla. Lo stanno a dimostrare i divorzi, le infedeltà coniugali e i comportamenti opportunistici di molti coniugi. E lo stesso vale per chi convive. Allo stesso modo, vi sono coppie sposate che hanno celebrato le nozze d’argento e che vivono fedeli come il primo giorno di matrimonio. E lo stesso vale per chi convive.

Carioti esprime poi un altro punto fondante del suo discorso: il vero punto è l’attacco mosso dalla Chiesa che riguarda la tenuta della famiglia. Scrive:

«…la “questione gay” è importante e nel giudizio dei vescovi pesa, ma non meno dell’altro grande timore del Vaticano. E cioè che i Dico offrano alle coppie eterosessuali la possibilità di legarsi tramite un vincolo assai più debole del matrimonio, come tale molto più facile a rompersi appena qualcosa inizia a girare per il verso sbagliato…».

Questa affermazione è tendenziosa e ignora la realtà dei fatti. Siccome i Dico sono un vincolo più debole del matrimonio, sarebbe più semplice scioglierlo alla prima difficoltà. Ma dove vive Carioti? Forse in un quartiere dove non vi sono separati, divorziati, uomini scappati di casa, donne tornate dalla mamma e chi più ne ha più ne metta? Senza contare le donne che vorrebbero separarsi ma non ne hanno la possibilità economica.

Ma Carioti non finisce qui:

«…col risultato di rendere le coppie ancora meno stabili di quelle attuali, la comparsa dei figli un evento ancora più raro e il rischio che questi crescano senza avere accanto ambedue i genitori una eventualità sempre più frequente.»

Ora abbiamo compreso che il quartiere di Carioti è popolato solo da famiglie di sposati. Ci vorrebbe fare credere che non esistano già oggi coppie non sposate, conviventi, che già oggi potrebbero separarsi costringendo i figli a crescere senza avere accanto ambedue i genitori. Che c’entrano i Dico? L’unica spiegazione alle tesi di Carioti è che ci potrebbero essere più coppie che optano per i Dico anche se avevano intenzione di sposarsi. E chi l’ha detto?

Prodi e gli esponenti della maggioranza sostengono che i Dico non siano un attacco alla famiglia. E hanno ragione. Se avessero voluto attaccare la famiglia, avrebbero messo mano al diritto di famiglia e non avrebbero avuto tutti i torti. Per esempio riducendo i tempi per l’ottenimento del divorzio. Ma forse Carioti, vivendo in un quartiere di famiglie non divorziate, non sa cosa voglia dire divorziare in Italia. Bisognerebbe che qualcuno glielo spiegasse.

La famiglia non corre alcun pericolo. Lo dimostrano la realtà di altri paesi, come la Francia. E la Chiesa, Carioti e tutti i papalini, potrebbero dare un contributo più costruttivo alla difesa della famiglia, un istituto fondamentale nella vita di ogni paese, semplicemente promuovendolo. Invece preferiscono attaccare il nemico. Alla fine, non otterranno nulla, né loro né la famiglia. Un risultato piuttosto negativo.

Adieu Romano, non ci mancherai

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Oggi il governo Prodi è caduto. Massimo D’Alema lo aveva detto: se la mozione di politica estera non passa al Senato, andiamo tutti a casa. E così è stato. Si sono astenuti i senatori a vita Andreotti, Pininfarina e due dissidenti (Rossi, ex Pdci e Turigliatto, Rc) non hanno partecipato al voto. Oscar Luigi Scalfaro, ammalato, non ha potuto partecipare. Un colpo mortale.

Questa giornata è stata piena di situazioni paradossali. Prima di tutto perché lo scorso week-end aveva visto il successo della manifestazione di piazza a Vicenza, dalla quale la sinistra massimalista era uscita tronfia mentre ora si ritrova in pericolo; poi perché nel suo discorso al Senato, il ministro D’Alema ha fatto una sviolinata alla tradizione italiana in politica estera (antiamericana e filo araba), riferendosi al senatore Andreotti che l’ha poi ripagato mandandolo a casa; ed infine perché è bastata una situazione contraria al governo per trasformare il Senato della Repubblica in uno stadio della domenica: urla, tifo e insulti pur in una situazione di estrema gravità per il paese.

Questa è l’Italia.

Ancor prima che il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano accettasse le dimissioni di Romano Prodi, i centristi della Casa delle Libertà, il segretario dell’UDC Cesa e il professor Bottiglione, avevano svelato le loro vere intenzioni: la disponibilità ad entrare in una nuova maggioranza, perché “il paese ha bisogno di un governo di larghe intese per un periodo non troppo breve“. Vatti a fidare.

Il nostro apprezzamento, per quanto possa sembrare strano, va oggi a Massimo D’Alema, il quale paga la scelta di mantenere un livello minimo di fedeltà al Patto Atlantico. Lo ha fatto parlando chiaramente in Senato: dare una risposta negativa agli USA sulla nuova base di Vicenza, significherebbe un atto ostile dalle conseguenze controproducenti. E ora, probabilmente, non sarà più Ministro degli Esteri.

Il problema sta nel manico. Se il governo Berlusconi, seduto su una maggioranza schiacciante, non è riuscito a portare a compimento molte riforme, è stato perché partitini che in altri paese non esisterebbero neanche, lo hanno ricattato per cinque anni. Nel caso del Centro Sinistra, poi, si è trattato di mettere insieme partiti che su tempi delicati della politica estera, avevano poche cose in comune.

Il problema è di cultura politica. In Germania, la SPD ha rifiutato, prima delle ultime elezioni, di stringere una alleanza con i comunisti. E, le elezioni, le ha perse. In Italia invece l’importante è sedere in Parlamento e far finta di governare. Come ha detto stasera Giuliano Ferrara, “non è possibile tenere insieme riformisti e sfascia carrozze“.

Non sappiamo ora cosa ci aspetta. Probabilmente ci sarà un Prodi bis, con altri ministri e forse con una maggioranza allargata ai centristi dell’UDC. Massimo D’Alema non sarà più agli Esteri e dalla nomina del suo sostituto potremo capire molte cose. Aspettiamo.

Violenza alle donne nel nome del “politically correct”

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Leggiamo sul sito di Carlo Panella del rifiuto da parte della maggioranza parlamentare di sostenere la proposta di Isabella Bertolini (Forza Italia), per la costituzione di una nuova commissione parlamentare. In questo caso, l’organismo dovrebbe indagare sul problema delle violenze sulle donne causate da motivi religiosi.

Il problema esiste eccome, anche se la sua analisi dovrebbe essere fatta nell’ambito di una ricerca più generale che verta sulla violenza sulle donne, tout cour. Se ne vedrebbero delle belle e si scoprirebbe che l’Islam non è la sola religione che legittimi atti criminali contro il genere femminile. Ma tant’è.

La sinistra maggioritaria, ha rifiutato la commissione perché conta di più il “politically correct. Parlando con Panella, una volta, mi aveva detto che questo atteggiamento, piuttosto “sinistro” ma a volte trasversale, agisce come un partito. Spesso manda i suoi emissari in giro per il mondo a rappresentare i suoi interessi.

Non possiamo che appoggiare Panella nella sua denuncia. Tuttavia, siamo un po’ stupiti del fatto che un’esponente di Forza Italia proponga l’istituzione di una commissione parlamentare. Le esperienze della passata legislatura sono infatti state piuttosto fallimentari in questo ambito ma evidentemente occorre essere tenaci. Una tenacia un po’ tardiva, però.

Ci chiediamo i motivi che hanno impedito la Bertolini ed i suoi compagni di partito di istituire la stessa commissione – senza chiedere permessi – quando erano al governo. Invece di insistere sulla caccia alle tangenti che Prodi, D’Alema, Fassino e Rutelli avrebbero intascato da dittatorelli e servizi segreti. Le tangenti non sarebbero comunque mai state trovate perché c’è chi intasca tangenti senza lasciare tracce e chi le paga senza scampare le condanne ad anni di galera.

Sulla violenza alle donne, il Centro Destra ha ora ragione ed i rifiuti della maggioranza sono vergognosi. Ma le donne violentate devono, paradossalmente, ringraziare anche il Centro Destra se i loro violentatori restaranno impuniti.

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