Fidel Castro perde i medici

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Nel giorno in cui Fidel Castro tuona contro gli Stati Uniti ed i loro nuovi amici brasiliani, accusandoli entrambi di prepararsi ad affamare 3 miliardi di poveri nei prossimi 20 anni, cominciano ad emergere sempre più numerosi i casi di “diserzione” di medici ed allenatori cubani.

Il numero dei medici inviati dall’Avana verso i paesi amici dell’America Latina è di 13.000. Il paese che ne ha ricevuti il numero maggiore è il Venezuela ma numerosi sono stati gli invii verso la Bolivia, l’Honduras e Haiti. Tutti sono legati da un unico destino: non hanno scelta e, una volta arrivati nei paesi di destinazione, sono costretti a vivere segregati.

Non gli è resa possibile alcuna vita sociale, né contatti con i locali e, essendo sottoposti ad una costante sorveglianza, non appena sono scoperti a parlare di politica vengono rimpatriati. Il loro destino è poi segnato dalla “retrocessione” che significa il lavoro nei campi a vita e la perdita della loro professione.

I fuggiaschi sono in crescita. Chi decide di fare il grande passo sa che potrebbe ritrovarsi clandestino a vita. In genere il viaggio è lungo e pieno di insidie, soprattutto verso la Colombia. Una volta arrivati a destinazione, chiedono asilo politico che viene negato nella maggior parte dei casi. I più fortunati hanno appoggi nella comunità cubana in Florida e riescono ad avere il visto per entrare negli Stati Uniti.

Se queste vicende fossero raccontate a qualche giornalista come Gianni Minà, riceveremmo una risposta tanto convinta quanto convincente: questa gente non agisce per moto proprio; non pensa con le propria mente; non anela alla libertà perché si sente imprigionata. Si tratta invece di pura propaganda americana, di schiavi dell’imperialismo, vittime del materialismo capitalista. Quindi non fanno testo.

Ciò nonostante, noi testimoniamo la nostra solidarietà a questi medici, sperando che non entrino nelle file di Emergency.

Pragmatismo e semplicità: la via svizzera all’integrazione

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Doudou Diène è un funzionario dell’ONU responsabile dei rapporti speciali. La sua passione sono le situazioni razziste e di mancanza di rispetto dei diritti umani e i relativi comportamenti dei paesi in cui si realizzano. Essendo un “onusiano” e pure senegalese, è particolarmente interessato ai paesi più sviluppati, più democratici e più moderni. L’ultimo suo capolavoro è stato il rapporto sulla Svizzera, illustrato qualche giorno fa a Ginevra davanti al Consiglio dei Diritti dell’Uomo.

Secondo Doudou, gli elvetici sono percorsi da fremiti di razzismo e di tendenze discriminatorie e il paese, per arginare le tendenze xenofobe, dovrebbe fare urgentemente ricorso ad una nuova legge federale. Si rammarica del fatto che, ai massimi livelli della politica, non ci sia alcuna strategia.

Nelle ore in cui illustrava il rapporto, all’altra estremità del paese, Christophe Blocher, Consigliere Federale, Ministro della Giustizia e della Polizia e leader del principale partito svizzero, l’UDC, diceva la sua in tema di immigrazione ed integrazione degli stranieri. Il primo commento al rapporto onusiano, è stato che «in una società multiculturale, le leggi non sono una condizione sufficiente per combattere le tendenze razziste». E’ evidente il riferimento alla necessità di attuare e fare rispettare provvedimenti finalizzati ad evitare all’origine le cause del razzismo e della xenofobia, cause da ricercare soprattutto nella mancata integrazione degli stranieri.

Il razzismo è un sentimento comune in tutti i paesi ed in tutte le civiltà. Fa parte di quel meccanismo di reazione che scatta davanti al “diverso, a qualcuno o qualcosa rappresentante una minaccia per il nostro stile di vita e le nostre abitudini. Nessuno ne è immune e Blocher ha ragione da vendere quando rifiuta una visione statalista e burocratica per la soluzione del problema. Il fenomeno, diventa una minaccia per la convivenza civile quando assume connotati esagerati e per evitarlo occorre semplicemente introdurre delle misure per aiutare chi ha difficoltà ad integrarsi o chi preferirebbe restare diverso.

La miglior risposta di Blocher alle obiezioni onusiane è stato quindi, in questi giorni, la presentazione dei regolamenti di applicazione delle nuove norme in tema di immigrazione. Il teorema Blocher è semplice: il razzismo è più presente laddove ci sono problemi di integrazione. L’integrazione si ottiene dando lavoro alle persone straniere, evitando quindi che vivano da criminali e aiutandoli a crescere sotto il profilo professionale attraverso la formazione.

Per raggiungere questi obbiettivi Blocher indica una via forzata che passa attraverso l’apprendimento della lingua. A questa vanno aggiunte le conoscenze del sistema giuridico del paese, dei suoi stili di vita e dei suoi valori. Nella migliore tradizione elvetica, con l’eccezione degli stranieri in cerca d’asilo, il problema sarà di competenza dei cantoni. Il Consiglio Federale pensa di devolvere ad ogni cantone una somma di 6.000 franchi per straniero, a condizione che i corsi di lingua e formazione ottengano dei risultati.

Per kossovari o marocchini, non si tratterà quindi di una “vacanza studio“, ma di un vero e proprio impegno, al quale saranno chiamati dai funzionari cantonali, quest’ultimi stimolati anche dal bonus. La conoscenza delle lingua del paese ospitante è senza dubbio il chiavistello che apre le porte alla possibilità di vivere secondo “l’ordine stabilito” nel paese. Allo stesso modo, le chiude ai pericoli di ghettizzazione, purtroppo già presenti in alcuni (pochi) casi anche in Svizzera.

Le conseguenze di questo provvedimento, in caso di insuccesso, mostrano ancora una volta il carattere deciso e pragmatico della politica svizzera. Karin Keller-Sutter, parlamentare del Partito Radicale (un partito liberale di destra) e vice presidente della Conferenza Cantonale di Giustizia e Polizia, parla chiaro: le normative del suo cantone di appartenenza, quello di San Gallo, dovrebbero fare testo. Lì non sono rari i casi di ritiro del permesso di soggiorno e di espulsione di stranieri colpevoli di avere commesso reati gravi. Un modo semplice di evitare anche il sovraffollamento delle carceri. Un occhio particolare è dato alle violenze coniugali, per le quali nel 2003 è stata emanata una regolamentazione ad hoc.

Inoltre, da due mesi, il cantone, sulla base di una direttiva federale, non dà più permessi di soggiorno ad imam giudicati troppo conservatori dalla comunità musulmana, che non abbiano una sufficiente conoscenza della lingua nazionale e non abbiano seguito dei corsi di integrazione.

La politica in Svizzera è una cosa molto più seria che in Italia. Perché? Perché è più pragmatica. Ovviamente ogni partito cerca di affermare le proprie visioni politiche, ma il bizantinismo unito alle posizioni ideologiche assurde tipiche di quasi tutti i partiti italiani, in Svizzera non esistono. I problemi sono chiamati sempre con il loro nome e il linguaggio usato dai politici è comprensibile. Nel nostro paese, si è visto quanto sia controproducente introdurre norme che leghino la validità di un permesso di soggiorno ai processi di integrazione. Quando il ministero dell’Interno ritira un permesso o espelle, spesso si trova la strada sbarrata dalla magistratura, un organismo dello Stato che dipende da un altro ministero. Ma in Svizzera sia questi problemi sono di competenza esclusiva del Ministero della Giustizia, responsabile anche delle attività di polizia.

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I blogger tramano e impacchettano Mastella

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Il ministro della giustizia, Clemente Mastella, si trovava all’estero quando ha ricevuto la notizia dai suoi addetti stampa: lo scandalo di vallettopoli-politicopoli lo stava colpendo con tutta la sua virulenza. Dopo le ammissioni e gli interrogatori del suo caro amico Diego Della Valle, Mastella era stato indicato da alcune testate come il politico presente sullo yacht dove si erano consumati festini a base di cocaina e fiumi di alcool, allietati da due giovani ragazze senza freni. A queste presenze era stato poi aggiunta quella di un trans e, così facendo, si erano confermati i sospetti circa uno dei vizietti più amati da chi si occupa di politica. La trasgressione con i transessuali pare essere assurta ai vertici dell’immaginario collettivo ed avere superato altri schemi, ormai noiosi e demodè.

Ecco quindi Mastella impacchettato. Dopo il caso Sircana, il filone dei politici mesta quanto mai nel torbido, tra vene moralistiche e possibili ricatti, questi ultimi pronti a riverberarsi su un intero schieramento. Non si sa se a colpire siano gli amici o i nemici. Forse entrambi, uniti nel caso di Mastella da un sentimento di risentimento e di vendetta. Già, la vendetta. E’ proprio a questo che il Ministro della Giustizia ha pensato. Non potendo trovare altre giustificazioni plausibili allo scoppio di questa mina, preoccupato e sbigottito, ha riflettuto con il suo staff ed è arrivato una conclusione: l’obbiettivo sono i DICO, il provvedimento finalizzato alla regolamentazione delle coppie di fatto; un tema al quale Clemente Mastella si oppone in modo risoluto.

La conclusione alla quale il Ministro è arrivato è stata dichiarata pubblicamente in diretta alla televisione, durante la trasmissione Porta a Porta. Durante la discussione con Vespa e gli ospiti non è stata però approfondita la domanda fatidica: chi avrebbe tanta forza e potere da riuscire a veicolare uno scandalo contro un ministro con tanto di annunci falsi, foto inesistenti e trans compiacenti? Chi è tanto temerario da rischiare un’inchiesta della magistratura e mettersi contro il Ministro della Giustizia e i suoi alleati?

La risposta è ovvia: visto che si tratta dei Dico, dobbiamo guardare verso chi trarrebbe il maggior profitto dall’approvazione di questo provvedimento: i GAY! L’evidente ovvietà non ci ha fermati dall’effettuare una analisi più approfondita del fenomeno e di indagare per arrivare alle origini del complotto. Il risultato è stato sorprendente.

Le menti, gli architetti, gli inventori, quelli che tirano le fila nell’oscurità, che hanno manovrato fotografi, giornalisti e opinione pubblica, sono i gay ma non i gay qualunque, ma i “blog gay. La cupola è costituita da personaggi come Daw, ilMegafono e Cadavrexquis. Non hanno agito da soli ma, da maghi della blogsfera quali sono, hanno imbarcato altri blogger etero, complici e difensori della loro causa: JimMomo, Inyqua, 1972, Bioetiche, Malvino, l’Estinto, Grendel, Sgembo, Nullo, Rolli, Formamentis.

Le analisi fin qui effettuate circa la forza delle blogsfera impallidiscono davanti a questo fatto. Ormai i blogger non si limitano ad un ruolo di cicale o ad essere citati di quando in quando durante una trasmissione televisiva o in un articolo di giornale. Ora muovono i media, li condizionano, formano lobby trasversali, tessono ragnatele nell’ombra, nascondendosi dietro improbabili testate virtuali.

Siamo solidali con Clemente Mastella e anche noi cominciamo a temere per la democrazia in questo paese, come lui teme e come ha chiaramente dichiarato. I sostenitori dei DICO, con in testa i gay, sono ormai una realtà dalla quale non si può prescindere, pronti a tutto pur di vedere l’approvazione di questo provvedimento. Anche a creare falsi scandali con conseguenza difficilmente prevedibili. Ora aspettiamo la loro prossima mossa e temiamo per la sorte di qualche altro ministro. Le conseguenze di questo primo atto non si faranno attendere e, statene pur certi, Vladimir Luxuria otterrà il placet del Parlamento per accedere ai bagni delle donne.

La cannabis e le verità svelate

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Il TAR del Lazio, dopo avere sospeso il decreto del ministro Livia Turco che aumentava da 500 mg. a 1000 mg. il quantitativo massimo di cannabis che può essere detenuta ad uso esclusivamente personale, ha ora decretato la cancellazione dei suoi effetti. Il partito del proibizionismo esulta. Noi non esultiamo né critichiamo la decisione. Anzi, non ci scomponiamo proprio.

Pochi giorni fa è apparso un articolo sul quotidiano britannico “The Independent“, nel quale si fa ammenda delle posizioni tenute per anni sulla (non) pericolosità della cannabis. La sostanza è: chiediamo scusa perché allora non sapevamo. Ora che sappiamo che l’uso di questa droga - perché di questo si tratta - può aprire le porte alla psicosi, “we apologise. Ottimo esempio di laicismo. Anche qui il partito del proibizionismo esulta. Noi, idem come sopra. Era una cosa nota.

Questi due eventi, succedutisi in pochi giorni, provocano esultanze per noi incomprensibili. Detenere 100 o 200 o 1000 mg. di cannabis, non cambia nulla. Chi vuole drogarsi lo fa, indipendentemente dalle norme. Sapere che la cannabis può provocare disturbi psicotici, non cambia nulla. Chi fuma spinelli continuerà a farlo, correndo il rischio.

A nostro avviso sia chi è stato su posizioni “ignoranti” dal punto di vista medico e ha sostenuto la “giustezza” di una fumata di cannabis, sia chi si illude che proibendo la detenzione di droghe per uso personale si risolva il problema, sbagliano.

Le droghe fanno male, tutte. Sia dal punto di vista psicologico che fisico. Sono come il fumo di sigaretta o le bevande alcoliche, ma i loro effetti sono peggiori. Le politiche proibizioniste non servono, non hanno successo. Non lo dice il sottoscritto ma l’osservazione della realtà. Il probizionismo verso le droghe è come quello verso l’alcool e le sigarette. E la storia ci ha dimostrato che non ha funzionato. Anche la recente proibizione di fumare nei locali pubblici (doverosa e salutare), dopo due anni di assestamento, non ha fatto diminuire il consumo di fumo. Anche Milton Friedman, sosteneva che qualsiasi politica proibizionista aveva il solo effetto di fare diventare ricchi gli spacciatori.

Invece di dibattere sterilmente su posizioni ideologiche e di schierarsi tra i “liberalizzatori” o i “proibizionisti“, preferiamo osservare che ci troviamo oggi in una posizione di vantaggio data dal progresso della scienza e della medicina. Invece di investire risorse ingenti per reprimere, dovremmo investirle in campagne di informazione e di prevenzione, visto che ora sappiamo di cosa parliamo: le droghe, l’alcool e il fumo fanno male, molto male e cercare di risolvere il problema proibendole non funziona. E’ cosi difficile? Sembra di sì.

Ratzinger non piace ai magistrati

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Dopo che il Vaticano ha invitato medici, infermieri e politici ad esercitare l’obiezione di coscienza per difendere la vita e dopo che nessuno ha protestato (se non blandamente), ieri i giudici, rappresentati dal Consiglio Superiore della Magistratura, hanno ritenuto opportuno prendere le contromisure.

Il plenum della magistratura ha decretato che non c’è spazio per un’obiezione di coscienza del magistrato chiamato a decidere di questioni sulla bioetica, come il diritto di vivere o di morire. L’unica tavola dei valori cui il giudice deve far riferimento nell’esercizio delle sue funzioni è la Costituzione, alla quale ha giurato fedeltà.

La decisione è venuta dopo che tutti i componenti togati del CSM avevano chiesto l’apertura di una pratica per organizzare al più presto un corso di formazione e aggiornamento professionale su questo delicatissimo fronte. Il punto di riferimento, in campo giuridico, è la sentenza della Corte Costituzionale n. 196 del 1987 che esclude il diritto del magistrato all’obiezione di coscienza nel caso di aborto di una minorenne. Anche l’Anm ricorda, in un suo documento, che «la sola obiezione possibile per un giudice nei confronti del diritto positivo è l’eccezione di legittimità costituzionale» di una legge rispetto ai valori della Costituzione.

Da parte nostra, speriamo vivamente che non siano i giudici l’ultimo baluardo verso la pressione ideologica delle gerarchie vaticane sui temi etici. D’altro canto, non possiamo far altro che dare il nostro appoggio su questo argomento alla lobby dei magistrati. Nostro malgrado, ci dobbiamo adeguare alla visione da “tifoseria” di molti, che dà legittimità alle lobby, di cui la Chiesa cattolica è un’illustre esponente. Non riusciamo comunque a comprendere questa lobby, in quanto tale, cosa voglia ottenere.

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