Pragmatismo e semplicità: la via svizzera all’integrazione

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Doudou Diène è un funzionario dell’ONU responsabile dei rapporti speciali. La sua passione sono le situazioni razziste e di mancanza di rispetto dei diritti umani e i relativi comportamenti dei paesi in cui si realizzano. Essendo un “onusiano” e pure senegalese, è particolarmente interessato ai paesi più sviluppati, più democratici e più moderni. L’ultimo suo capolavoro è stato il rapporto sulla Svizzera, illustrato qualche giorno fa a Ginevra davanti al Consiglio dei Diritti dell’Uomo.

Secondo Doudou, gli elvetici sono percorsi da fremiti di razzismo e di tendenze discriminatorie e il paese, per arginare le tendenze xenofobe, dovrebbe fare urgentemente ricorso ad una nuova legge federale. Si rammarica del fatto che, ai massimi livelli della politica, non ci sia alcuna strategia.

Nelle ore in cui illustrava il rapporto, all’altra estremità del paese, Christophe Blocher, Consigliere Federale, Ministro della Giustizia e della Polizia e leader del principale partito svizzero, l’UDC, diceva la sua in tema di immigrazione ed integrazione degli stranieri. Il primo commento al rapporto onusiano, è stato che «in una società multiculturale, le leggi non sono una condizione sufficiente per combattere le tendenze razziste». E’ evidente il riferimento alla necessità di attuare e fare rispettare provvedimenti finalizzati ad evitare all’origine le cause del razzismo e della xenofobia, cause da ricercare soprattutto nella mancata integrazione degli stranieri.

Il razzismo è un sentimento comune in tutti i paesi ed in tutte le civiltà. Fa parte di quel meccanismo di reazione che scatta davanti al “diverso, a qualcuno o qualcosa rappresentante una minaccia per il nostro stile di vita e le nostre abitudini. Nessuno ne è immune e Blocher ha ragione da vendere quando rifiuta una visione statalista e burocratica per la soluzione del problema. Il fenomeno, diventa una minaccia per la convivenza civile quando assume connotati esagerati e per evitarlo occorre semplicemente introdurre delle misure per aiutare chi ha difficoltà ad integrarsi o chi preferirebbe restare diverso.

La miglior risposta di Blocher alle obiezioni onusiane è stato quindi, in questi giorni, la presentazione dei regolamenti di applicazione delle nuove norme in tema di immigrazione. Il teorema Blocher è semplice: il razzismo è più presente laddove ci sono problemi di integrazione. L’integrazione si ottiene dando lavoro alle persone straniere, evitando quindi che vivano da criminali e aiutandoli a crescere sotto il profilo professionale attraverso la formazione.

Per raggiungere questi obbiettivi Blocher indica una via forzata che passa attraverso l’apprendimento della lingua. A questa vanno aggiunte le conoscenze del sistema giuridico del paese, dei suoi stili di vita e dei suoi valori. Nella migliore tradizione elvetica, con l’eccezione degli stranieri in cerca d’asilo, il problema sarà di competenza dei cantoni. Il Consiglio Federale pensa di devolvere ad ogni cantone una somma di 6.000 franchi per straniero, a condizione che i corsi di lingua e formazione ottengano dei risultati.

Per kossovari o marocchini, non si tratterà quindi di una “vacanza studio“, ma di un vero e proprio impegno, al quale saranno chiamati dai funzionari cantonali, quest’ultimi stimolati anche dal bonus. La conoscenza delle lingua del paese ospitante è senza dubbio il chiavistello che apre le porte alla possibilità di vivere secondo “l’ordine stabilito” nel paese. Allo stesso modo, le chiude ai pericoli di ghettizzazione, purtroppo già presenti in alcuni (pochi) casi anche in Svizzera.

Le conseguenze di questo provvedimento, in caso di insuccesso, mostrano ancora una volta il carattere deciso e pragmatico della politica svizzera. Karin Keller-Sutter, parlamentare del Partito Radicale (un partito liberale di destra) e vice presidente della Conferenza Cantonale di Giustizia e Polizia, parla chiaro: le normative del suo cantone di appartenenza, quello di San Gallo, dovrebbero fare testo. Lì non sono rari i casi di ritiro del permesso di soggiorno e di espulsione di stranieri colpevoli di avere commesso reati gravi. Un modo semplice di evitare anche il sovraffollamento delle carceri. Un occhio particolare è dato alle violenze coniugali, per le quali nel 2003 è stata emanata una regolamentazione ad hoc.

Inoltre, da due mesi, il cantone, sulla base di una direttiva federale, non dà più permessi di soggiorno ad imam giudicati troppo conservatori dalla comunità musulmana, che non abbiano una sufficiente conoscenza della lingua nazionale e non abbiano seguito dei corsi di integrazione.

La politica in Svizzera è una cosa molto più seria che in Italia. Perché? Perché è più pragmatica. Ovviamente ogni partito cerca di affermare le proprie visioni politiche, ma il bizantinismo unito alle posizioni ideologiche assurde tipiche di quasi tutti i partiti italiani, in Svizzera non esistono. I problemi sono chiamati sempre con il loro nome e il linguaggio usato dai politici è comprensibile. Nel nostro paese, si è visto quanto sia controproducente introdurre norme che leghino la validità di un permesso di soggiorno ai processi di integrazione. Quando il ministero dell’Interno ritira un permesso o espelle, spesso si trova la strada sbarrata dalla magistratura, un organismo dello Stato che dipende da un altro ministero. Ma in Svizzera sia questi problemi sono di competenza esclusiva del Ministero della Giustizia, responsabile anche delle attività di polizia.

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Commenti (1) lasciato to “Pragmatismo e semplicità: la via svizzera all’integrazione”

  1. Augusto ha scritto:

    E bravi gli Svizzeri! pieno centro.
    E dire che tra il canton Ticino, Lugano (Svizzera) e Como (Italia) ci sono 32Km.

    Da noi, nò.
    Ho visto da poco a Tg2Dossiè la storia di un immigrato illegale che lavorava, in nero, in un cantiere.
    Ha avuto un grave incidente, è stato curato, è stato espulso (un anno fa) ed ancora vive, senza lavorare, in lombardia.
    Quasi NON parla italiano.

    Allora, dico, se lo hanno ripreso, intervistato, ecc allora si sà dove vive, allora ogni giudice (ma anche ogni singolo Carabiniere o Poliziotto) venendo a conoscenza di un reato ( evitare la espulsione) dovrebbe procedere d’ufficio, andarlo a prendere e costudirlo in attesa di espulsione. Oppure nò?

    Oppure, visto che ha ancora bisogno di cure, diamogli un visto, un corso di italiano ed un lavoro.
    È un comportamento “umanitario” ed evita maggiori problemi.

    L’amico dice che adesso si guadagna la vita tagliando i capelli ad altri immigrati clandestini.
    Vogliamo credergli?

    Ciao

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