Henry Kissinger è un realista?

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Henry Kissinger è un realista? Certamente sì, ma non nel senso che molti vorrebbero. A Bruxelles, durante i recenti lavori della Commissione Trilaterale - un gruppo di dirigenti americani, europei e giapponesi che si riuniscono due volte l’anno dal 1974 - l’ex Segretario di Stato sotto Richard Nixon, ha concesso un’intervista esclusiva al “Soir“. L’argomento principale sul quale ha risposto alle domande, è stata la situazione in Medio Oriente.

Kissinger sostiene che non si possa, allo stato attuale, prevedere una vittoria completa. Secondo lui, gli Stati Uniti lo sanno e sono pronti a trarne le conseguenze e cioè un compromesso. Questo deve includere sia la presenza delle truppe americane sul suolo irakeno che la sicurezza di altri paesi nell’area.

La situazione in Irak è sicuramente migliorata anche grazie al rovesciamento del regime di Saddam. Kissinger ricorda la risoluzione del Congresso Americano del 1998, firmata dal presidente Bill Clinton, con la quale si era votato a favore di un cambiamento di regime. La politica di Bush nella regione non è quindi considerata da Kissinger una novità e il rovesciamento della dittatura saddamita è giudicata positivamente. In altre parole, la guerra non è stata un errore. I problemi sono iniziati dopo. Ci sono stati innumerevoli errori e la situazione è diventata molto più complessa di quanto si potesse immaginare.

Nell’ambito dei problemi legati alla proliferazione nucleare, Kissinger rivela la sua ferma opposizione alle ambizioni dell’Iran e della Corea del Nord. E’ chiaro che il governo americano, non solo nelle parole ma anche nei fatti, non opterà per l’intervento militare. Ma, allo stesso tempo, Kissinger non ritiene saggio che gli americani sostengano che “una guerra non si farà mai” (…)

Il grande ritorno

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Nel chiasso degli scandali nostrani e esteri, quasi passava inosservato un evento importante per la vita del paese. Corrado Carnevale tornerà ad occupare il posto che gli spetta legittimamente e che un sistema giuridico e politico gli hanno sottratto con infamia.

«Dopo anni di processo ed una condanna in primo grado il giudice è stato assolto con formula piena il 30 ottobre 2002: una decisione fondamentale che ha preso atto dell’assoluta estraneità di questa persona rispetto ai fatti che gli venivano contestati. Ora però chi potrà restituire a Corrado Carnevale tutti i torti subiti? Chi potrà risarcirlo moralmente, professionalmente ed economicamente rispetto ai sette anni nei quali è stato sospeso dal servizio e dallo stipendio? Quale istituzione potrà mai restituire a lui la dignità e l’onore perso a causa di quel terribile ed annichilente circo mediatico-giudiziario che per anni gli ha affibbiato l’etichetta di “ammazzasentenze”, di colluso con la criminalità organizzata di matrice mafiosa?… Dopo anni di lotta ora Carnevale tornerà a salire lo scalone di Piazza Cavour, quello della Corte di Cassazione, nel ruolo di presidente di collegio. Tutto questo però non può essere tollerabile: in altri termini non è possibile che in uno Stato di diritto (o sedicente tale) una persona debba subire danni permanenti alla propria carriera (il giudice era destinato, visto il suo curriculum, alla poltrona di primo presidente della Suprema Corte e la vicenda nella quale è stato ingiustamente coinvolto gli ha, di fatto, tagliato le gambe). Ecco allora che la vicenda di Carnevale diventa lo specchio della giustizia italiana, vero e proprio bubbone che nessuno sembra voler incidere con decisione ed in maniera definitiva. Un’escrescenza tumorale che continua esponenzialmente ad ingrandirsi nell’indifferenza generale della politica italiana… Quello che più spaventa oggi del comportamento dell’attuale classe dirigente (in realtà il problema coinvolge anche quella passata) è la totale incapacità di mettere mano seriamente al problema della giustizia: un silenzio colpevole rispetto al quale nessuno pare voglia assumersi le proprie responsabilità.» (grazie a GiustiziaGiusta)

Meglio perdere la fede che l’identità

Non che fosse molto difficile immaginarlo. Il divino Joseph Nicolosi e il suo NARTH, nonché il loro megafono nostrano Claudio Risè, sono personaggi facili da sbugiardare. E d’altra parte solo chi ha perso il buon senso potrebbe dare credito ad un’organizzazione e a chi la fiancheggia quando si sostengono, a latere, la legittimità delle deportazioni schiaviste solo perché “quelli deportati, per certi versi stavano meglio che nella giungla“.

Chi ragiona così può mistificare tutto. Leggesi l’Estinto. Ora spuntano i testimoni, dei quali abbiamo già parlato: i cattolici doppiamente in crisi. Prima, per avere subito la pressione educativa di una famiglia religiosa dove l’omosessualità era vista in modo problematico. Dopo, per avere perso la fede grazie all’intervento dei gruppi terapeutici di Nicolosi.

Il personaggio nel video ha avuto, in un certo senso, un destino fortunato. Persa la fede ha eliminato il problema alla radice ed ha potuto ritrovare la normalità della sua condizione sessuale. Che succede invece a chi è in crisi e la fede non vuole perderla? L’unica via di uscita è il suicidio.

Nonostante il suo esilio, liberamente scelto, Daw è puntualmente sul pezzo. Da leggere perché, come fu già detto, è un genio!

Round-up: Inyqua, JimMomo, Exgay.com

La verità sulla farsa afghana

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Quando Daniele Mastrogiacomo è apparso in cima alla scaletta dell’aereo che lo aveva riportato in Italia, ha gioito con un gesto di vittoria. E’ ovvio che l’ingenuo spettatore abbia inconsapevolmente pensato che la sua fosse una manifestazione di soddisfazione per essere tornato, per avercela fatta. Ma non è così. Mastrogiacomo ha gioito per i 5 talebani liberati. Vediamo perché.

Sappiamo che nel nostro paese la maggioranza di governo riesce ancora a sostenere una linea di politica estera con la quale è sancita la partecipazione del nostro esercito alle operazioni militari della NATO in Afghanistan. Contemporaneamente, alla prossima “conferenza di pace“, molti vorrebbero una partecipazione dei “taliban”, quale elemento necessario per riportare sotto controllo una situazione compromessa. Si è resa dunque necessaria una mossa politica verso i taleban, per cercare di ottenere il loro consenso alla conferenza e per avere il monopolio nella gestione politica del rapporto con le loro gerarchie. Ed è qui che entra in scena Gino Strada.

Il lettore, ingenuo e ignaro, non sa che Strada è un personaggio dai due volti. Oltre a svolgere attività umanitarie, ha da tempo instaurato rapporti “cordiali” con gruppi dell’estremismo islamico. Le finalità di Strada sono di potere oltre che motivate da una profonda avversione ideologica verso gli USA e, più in generale, verso chi li appoggia. Molti non escludono che vi siano stati episodi di collusione tra l’organizzazione di Strada ed i taliban.

Gli emissari del governo italiano hanno quindi contattato Strada. Grazie ai suoi rapporti ed alla fiducia di cui gode negli ambienti dell’estremismo islamico afghano, è stato possibile fare un accordo. Gli italiani hanno inviato un giornalista “amico” nell’area occupata dai talebani nel sud dell’Afghanistan allo scopo di inscenare un finto rapimento. Con l’appoggio diplomatico italiano, il governo ufficiale afghano sì è reso consenziente al rilascio di 5 membri delle milizie talibane, sotto la minaccia da parte degli emissari italiani di non rinnovare l’appoggio militare. Il che sarebbe più che sostenibile, vista la situazione tesa e turbolenta nel parlamento italiano, intorno alla vicenda afghana. Il tutto si è svolto dietro la farsa del rapimento vero, inscenata con dovizia di particolari dai servizi segreti militari italiani.

Mastrogiacomo non è quel giornalista di sinistra che si vuol far credere. Dietro alla sua immagine di professionista navigato, nasconde un insospettabile animo antioccidentale e terzo mondista e nutre un profondo odio verso gli Stati Uniti. La sua vena estremista non conosce limiti, al punto che non si è tirato indietro quando si è accorto che durante il rapimento un uomo sarebbe stato barbaramente assassinato. Questo episodio, per quanto tragico, assume una valenza tanto più decisiva quanto si inquadrano gli eventi nell’ottica del finto rapimento.

Mastrogiacomo non è mai stato legato né ha mai patito durante la prigionia. La durata della sua avventura è stata sufficiente a convincere Karzai. Gli unici ad avere capito la strategia italiana, sono stati gli americani, i primi a reagire con critiche ferme. Gli hanno fatto eco i britannici e i tedeschi, tutti preoccupati per l’eventuale deriva filo talebana dell’Italia, paese membro della task force NATO.

Ora la partecipazione del talebani alla conferenza è possibile. E’ costata un morto sgozzato, una vergognosa piazzata e le solite sceneggiate italiote con ritorno del figliol prodigo. Al solito, il comportamento in politica estera del nostro paese si caratterizza con il doppiogiochismo e la mancanza di affidabilità. Evidentemente Andreotti, a forza di frequentare i cinema infarciti da pericolosi pedofili omosessuali, ha sviluppato una capacità di coercizione dei ministri degli Esteri superiore ad ogni possibilità umana.

Cesare Battisti affonda Ségolène Royal?

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Si possono sostenere molte cose sulla campagna presidenziale francese per l’elezione del Presidente della Repubblica, non certo che sia noiosa. Fino a poche settimane fa il risultato del primo turno era chiaro: Sarkozy e Royal. Ma François Bayrou ha mischiato le carte di un’elezione che lascerà il segno nella storia della “République”. Oggi, se il candidato dell’UDF dovesse andare al secondo turno, i sondaggi lo vedrebbero vincente contro qualsiasi avversario. E le probabilità che ciò accada, crescono ogni giorno: a scapito di Ségolène Royal.

La bella candidata del PS non sa più che fare. Il suo partito non le sta dando il supporto dovuto, il suo ex consulente per l’Economia, uscito dallo staff sbattendo la porta, pubblica un libro nel quale la copre di insulti e dichiara apertamente che non la voterà. Si inventa perfino la “VIa Repubblica“. Se pure avessimo avuto qualche dubbio, anche noi, da oggi, avremmo deciso di non votarla. Grazie ad un certo Cesare Battisti.

Per uno scherzo del destino, questo assassino, condannato all’ergastolo dalla giustizia italiana, porta il nome di uno dei più illustri personaggi dell’irredentismo italiano del ‘800. Eppure la differenza tra i due è abissale. Mentre il patriota, eroe nazionale, ha affrontato il processo a testa alta ed è stato giustiziato gridando “Viva l’Italia libera”, il Battisti terrorista rosso, è scappato in Francia per tempo, per bere champagne ai circoli della sinistra intellettuale, protetto da un editto dell’allora presidente, François Mitterand.

La giustizia francese, dopo avere respinto per vizio di forma una prima richiesta di estradizione nel 1991, aveva accolto quella presentata nel 2004 dal governo Berlusconi. La storia, iniziata con questo accoglimento, aveva portato alla luce un volto della sinistra intellettuale francese erroneamente dato per scomparso. La nostalgia per le emozioni sessantottine è stata ed è ancora troppo forte in chi vorrebbe proiettare nella lettura delle azioni e dei libri di Battista, una stagione da considerare ormai sepolta.

Invece, il comitato capeggiato da Fred Vargas inizia nel 2004 la battaglia di solidarietà e di sostegno alla libertà di Battisti. Quest’azione prende piede anche all’interno dell’opinionismo transalpino e trascina la maggioranza dei giornalisti a prendere le difese dell’ex-terrorista, chiedendo, per lo meno, un nuovo processo. Ma la cosa più grave è che buona parte dello staff del Partito Socialista decide di impegnarsi in prima persona per evitare che venga estradato. François Hollande, segretario del partito, va nel carcere e manifesta la sua solidarietà. Il sindaco di Parigi, Bertrand Delanoe, dichiara di “avere messo Battisti sotto la protezione della Città di Parigi“. I Verdi chiedono che gli sia riconosciuto il titolo di “cittadino onorifico“. Bernard-Henry Lévy, Guy Bedos e Georges Moustaky mettono sullo stesso piano i guai giudiziari di Silvio Berlusconi con l’ergastolo di Battisti.

Ora la vicenda dell’ex-terrorista esplode nel mezzo della campagna elettorale, costringendo la Royal e Bayrou a giocare di rimessa nei confronti dell’artefice di questa cattura, il Ministro dell’Interno, Nicolas Sarkozy. I socialisti non hanno di meglio da fare che insinuare senza mezzi termini che la cattura sia stata abilmente orchestrata dal candidato dell’UMP per avvantaggiarsi nella corsa all’Eliseo. François Bayrou fa il prudente alla francese e cioè non senza pronunciare qualche affermazione stupidamente azzardata:

«Qualsiasi siano stati gli orrori di quel periodo, di quelle azioni, non sapendo se quell’uomo è colpevole o meno, il nostro diritto francese, europeo, occidentale, prevederebbe che ogni persona abbia diritto ad un processo in sua presenza

Se non fosse francese, rimarremmo sbalorditi davanti a tanta “prudenza” idiota. Chissà se Bayrou pensa che siano gli apparati della giustizia a sottostare all’obbligo di traslocare laddove si trova il processato. O se, invece, ricorda che l’assenza di Battisti al processo sia stata una sua scelta, della quale, oltre che dei delitti, deve obbligatoriamente prender su di sé la responsabilità.

E Sègolène Royal? Dopo avere amabilmente pranzato poche settimane fa con il tutore di Battisti, Fred Vargas, (incontro organizzato dall’avvocato Jean-Pierre Mignard, vicino alla Royal e difensore storico dei brigatisti fuoriusciti), non commenta. Suo marito, segretario del partito, è contrario all’estradizione e l’apparato del partito è in maggioranza sulla sua linea. Per questo, anche se avessimo avuto un dubbio, non li voteremmo.

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