L’Europa davanti alla crisi della Turchia

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Il popolo turco si è espresso in modo inequivocabile. Oltre 1 milione di persone sono scese nelle piazze ad Ankara per manifestare in favore della laicità dello Stato. Nonostante la dura presa di posizione dei militari e le manifestazioni, il ministro degli affari Esteri, Abdullah Gül ha deciso che non si ritirerà dalla candidatura di Presidente.

La novità della situazione è che, accanto ai militari, sono la popolazione, gli intellettuali e la magistratura a scendere in campo per proteggere il paese dalla possibilità di una deriva islamista. L’esercito aveva già presentato il conto ai partiti partigiani della sharia quando negli anni 1960, 1971 e 1980 aveva evitato la loro presa del potere con un colpo di stato. Nel 1997 era stato il primo governo filo-islamico a dare le dimissioni a causa delle pressioni militari.

Ora con il “memorandum di mezzanotte“, i generali turchi hanno accusato con termini duri il governo di non difendere i principi laici della Repubblica e hanno ricordato che sarebbero stati pronti a farlo in sua vece. Questa volta però, anche la reazione del governo è stata ferma e, escludendo qualsiasi dimissione, il portavoce ministeriale ha ricordato che lo Stato Maggiore dell’esercito è sottoposto agli ordini del Primo Ministro.

Recentemente, sulle pagine di Panorama, Enzo Bettiza ha riproposto il tema dell’ingresso della Turchia in Europa come possibile antidoto verso una deriva islamista:

«La Turchia non resta ferma. Se non entrerà si sposterà ad Oriente, tornerà all’Asia, reislamizzandosi e minacciando di diventare con tutto il suo peso demografico e strategico una delle più importanti e insidiose componenti dell’Islam contemporaneo.»

Ma la domanda da porsi è: cosa sarebbe realmente in grado di fare l’Europa per evitare la deriva e per aiutare il paese a mantenere i principi fondanti della sua democrazia tanto cari al suo fondatore Ataturk? Che tipo di barriere sarebbe in grado di costruire verso la pressione dell’islamismo integralista? Che capacità avrebbe di trasmettere alle popolazioni musulmane turche il valore dei suoi principi inviolabili?

Non dobbiamo scordare che stiamo parlando di un continente esso stesso sostanzialmente in balia dell’onda islamica. Un complesso di paesi nei quali non vi è una univocità nelle politiche di immigrazione e nella percezione del problema demografico legato all’immigrazione dai paesi musulmani.

Paesi come l’Inghilterra permettono che in molte scuole si cancelli dai libri di testi qualsiasi riferimento alla Shoah. In Italia il denaro pubblico è speso per la costruzione di moschee e cioè per i principali luoghi di propaganda del terrorismo e delle dottrine finalizzate al rovesciamento dell’ordine costituito dello Stato. In Olanda la burocrazia di stato ha costretto ad espatriare l’esponente politica e scrittrice Ayan Hirsi Ali, un simbolo della lotta contro i crimini ed i costumi fondamentalisti dei musulmani. In Francia è stato sufficiente che un qualsiasi professore di scuola scrivesse un articolo contenente alcune sacrosante osservazioni sull’Islam per scatenare una reazione alla quale buona parte dell’opinione pubblica ha reagito trasformando la vittima in carnefice. In Germania un giudice ha tollerato le violenze causate da un marito alla propria moglie perché fatte nel contesto di costumi per i quali ciò non costituisce reato.

Spesso l’incapacità a comprendere il fenomeno dell’estremismo islamico e di come e quanto questo sia capace di fare presa su una larga fascia degli immigrati, senza lavoro e con problemi di integrazione, caratterizza la società ed i politici europei. Ne sono testimoni i fallimenti di quasi tutti i modelli di integrazione, sia che si parli di quello francese, inglese o spagnolo. L’Italia non è da meno anche se non ancora investita dai numeri dei flussi migratori degli altri paesi ma si prepara ad affrontare l’onda solo con fantomatici inviti al dialogo, Consulte e diritti di voto.

In questo contesto cosa può realmente offrire il continente europeo ad un paese come la Turchia, popolato da 70 milioni di persone? Come possiamo pesare di costituire un baluardo politico per un paese con dei movimenti filo islamici potenti e una vicinanza geopolitica verso il medio oriente musulmano? Siamo realmente certi di essere meglio dell’esercito turco per preservare la laicità dello Stato? Saremmo in grado di affrontare le ambiguità di personaggi come il Presidente turco, Tayyip Erdogan e degli esponenti del suo partito?

Noi crediamo che, seppur a medio termine la Turchia possa iniziare un processo di avvicinamento verso il nostro continente, ma che prima di spalancare le porte sia necessario tenerle ben chiuse e guardare al nostro interno con occhi meno ignoranti o ingenui e senza le lenti delle ideologie buoniste. Potremmo vedere qualcosa di poco piacevole.

Update: tanto per stare in tema

Scandalose risoluzioni

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Il Parlamento europeo ha approvato a larga maggioranza una risoluzione sulla condanna dell’omofobia. In particolare nel mirino di Bruxelles sono

le dichiarazioni discriminatore dei leader politici e religiosi che prendono di mira gli omosessuali, perché alimentano l’odio e la violenza, anche se successivamente ritirate“.

Il riferimento alla Polonia e alla Chiesa cattolica emergono chiaramente, anche se non esplicitamente.

Si è sfiorato l’incidente diplomatico, evitato all’ultimo momento togliendo dal documento un riferimento diretto alle parole dell’arcivescovo Angelo Bagnasco. I commenti sui giornali nostrani non si sono fatti attendere. Quello più insinuante e sottile è stato del ilFoglio che commenta:

Dietro al paragrafo 7 della risoluzione sull’omofobia in Europa, che si vota oggi, c’è un attacco al Vaticano e alla sua libertà di espressione”.

Il quotidiano di Giuliano Ferrara fa da sponda alla reazione dei megafoni vaticani: SIR, Avvenire, Conferenza Episcopale Europea, Radio Vaticana deplorano con parole forti il tentativo di una minoranza di parlamentari europei, “di esportare immondizia, il deliberato spaccio di menzogne che alla fine sono falliti“.

Ci saremmo aspettati, accanto a queste rimostranze, una solidarietà del clero verso una risoluzione sacrosanta ma tutti sappiamo con chi abbiamo a che fare. D’altra parte se anche il Foglio contrappone una risoluzione di condanna verso atti discriminatori con la libertà di espressione del Vaticano, significa che il problema esiste e che il Vaticano sul tema dell’omosessualità vuole continuare a sostenere posizioni forti, anche in vista della battaglia finale sulla regolamentazione delle coppie di fatto.

Alcuni commentatori hanno fatto notare la stranezza della forte reazione Vaticana, come se la risoluzione contenesse in modo esplicito il nome di Bagnasco invece di essere stato omesso. La realtà è che l’omissione c’è stata e si parla in modo generico di “leader religiosi“, in ciò contemplando tutti le religioni. Ma c’è chi invece vede nella risoluzione una specificità alla quale la Chiesa reagisce.

Il nostro giudizio è che qui qualcuno reagisca perché ha già fatto l’uovo. Nonostante i distinguo, le ritrattazioni e le accuse di manipolazione delle dichiarazioni, la condanna è legittima nei confronti di chi considera, come la Chiesa, gli omosessuali esseri “affetti da un disordine morale“. Parole indelebili e non ritrattabili. Ha ragione ilFoglio quando si scandalizza perché

se approvato il testo di Strasburgo accuserà implicitamente il Vaticano di ricorrere ad un linguaggio aggressivo o minaccioso o a discorsi improntati all’odio“:

infatti il linguaggio del Vaticano è scandaloso.

Silvio Berlusconi e le 5 bagatelle

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Berlusconi è stato fotografato con le dita nella marmellata. Lui minaccia azioni penali anche se il suo portavoce, Paolo Bonaiuti, lo soccorre prontamente in un pessimo intervento di excusatio non petita:

« Che dire? Quel giorno c’era il solito via vai di tutte le feste, in particolare quelle di Pasqua. Gente che va a vederlo, a salutarlo; giovani di Forza Italia, ragazze e ragazzi; simpatizzanti di Berlusconi e del partito… Le foto, come si può vedere, sono scherzose, quasi fossero messe in posa, e ci immaginiamo i sorrisi e le battute… Insomma, una visita normale in un giorno di festa, con Berlusconi contento e orgoglioso di mostrare agli ospiti le meraviglie del suo parco: i fiori, le piante, le cascate…».

Tutto normale, quindi.

Nel nostro paese ormai nulla è più anormale. Ci stiamo assuefando a tutto. Proviamo ad immaginarci Angela Merkel, nel “solito via vai di tutte le feste” durante il Carnevale di Colonia o la Oktoberfest di Monaco, a spasso da qualche parte con 5 ragazzotti e fotografata in atteggiamenti simili a quelli di Berlusconi. Oppure immaginiamoci il Re di Spagna o Tony Blair o magari Nicolas Sarkozy. Che sarebbe successo?

Di certo da noi non succederà niente. Non vogliamo certo censurare i comportamenti del Cavaliere in quanto tali. E’ padrone di fare ciò che vuole con le 5 ragazzotte e magari non stava facendo niente. Anzi, è sicuramente così. Tuttavia proviamo a metterci per un attimo nei suoi panni e immaginiamo di avere le sue stesse ambizioni di riuscita nella vita politica, di identificazione nel ruolo di un leader che vorrebbe trascinare le folle nella realizzazione di un paese nuovo, nel compimento di una impresa dai nobili ideali.

Ci pare invece che ultimamente (ci dicono, non solo ultimamente), l’ideale del Cavaliere sia soprattutto la “fica. Scusateci per il termine, ma visto che l’abbiamo votato e che vorremmo rivolgerci a lui in modo affettuoso ma diretto, occorre chiamare le cose con il loro nome. Silvio Berlusconi tiene famiglia e quindi ha una moglie, dei figli e dei famigliari ai quali deve rispetto, tanto più che i suoi comportamenti sono inevitabilmente osservati da milioni di persone e presi ad esempio.

Se noi avessimo le sue ambizioni e se fossimo così ossessionati da quella cosa là, ci faremmo un esame di coscienza. Probabilmente arriveremmo a due conclusioni: o rinunciare alla carriera oppure fare qualche sacrificio ed evitare di scivolare in certe tentazioni (evitabilissime), per rispetto verso noi stessi e verso gli altri, sia in pubblico che in privato.

Ma noi non siamo il Cavaliere e non possiamo neanche lontanamente immaginare cosa scatti nella sua mente quando sente un certo profumo. Rinunciamo quindi a continuare questo esercizio di fantasia e ci rassegniamo nella constatazione triste ma inevitabile che ormai siamo assimilati, assuefatti. Nonostante le foto, le pose e gli atteggiamenti, non succederà nulla. Anzi, potrebbe pure prendere qualche voto in più. Dipende se gli elettori giudicheranno grandi gnocche quelle bagatelle.

Caso Mastrogiacomo: c’è ancora chi non ha perso la testa

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Scrive un illustre giornalista su un illustre periodico d’opinione:

«Se la strategia dell’ostaggio di estenderà, le missioni militari italiane vedranno moltiplicarsi i rischi…L’estensione dei sequestri farebbe emergere un’arma tra le più pericolose del terrorismo internazionale. In teoria, chiunque può essere rapito. Per restare in Italia, che cosa accadrebbe se Bin Laden facesse sparire un politico o un religioso importante, e poi pretendesse qualcosa?…Nel 1978 le Br uccidevano già da quattro anni…Stavano seminando di morti l’Italia: poliziotti, carabinieri, manager, capi operai, magistrati, persone qualsiasi. Trattare con loro la libertà di Moro, un politico di rango, avrebbe causato una sollevazione civile. La Repubblica sarebbe stata spazzata via da una congrega di becchini eversivi…Per non precipitare in una spirale maligna e senza fine, il nostro governo ha una sola strada davanti a sé: dichiarare che non tratterà più per nessun ostaggio. E tenere il punto anche davanti a molte prevedibili proteste. Sono sicuro che avrà il consenso degli italiani qualunque che, in caso di sequestro, di vedono bloccare i beni. Tutti si sentirebbero più tutelati da una linea ferma, non dettata dal caso per caso.»

L’illustre giornalista argomenta in modo impeccabile, a nostro parere. Nel suo ragionamento la sola cosa mancante sono le cause che hanno spinto questo governo a trattare e a fare lo scambio. Ricerca facile, per altro: in questo governo c’è una fazione pronta a barattare un errore che porta morti e disonore al paese per fare entrare in gioco il suo satellite, Emergency.

L’illustra giornalista, peraltro, ha posizioni politiche allineate a quelle dell’attuale maggioranza. Eppure non sembrerebbe. Non ha perso il lume della ragione per correre dietro ad una poltrona o per seguire ciecamente una linea ideologica. Noi lo leggiamo spesso sull’illustre periodico d’opinione e ci troviamo quasi sempre d’accordo con le sue posizioni. Il che non significa che per questo cambieremmo casacca. Significa piuttosto che gli stereotipi di schieramento così come sono definiti ora non contano. Quando ci si schiera occorrerebbe farlo usando il buonsenso. L’illustre giornalista, è Giampaolo Pansa.

C’è del marcio in Danimarca

Vignetta Maometto

Tahar Ben Jelloun fa parte di quella schiera di “musulmani moderati” dei quali diffidiamo. Scrive per laRepubblica e l’Espresso e è stato insignito con il Global Tolerance Award personalmente dall’ex-Segretatio dell’ONU, Kofi Annan. Quindi ce n’è abbastanza.

Recentemente è apparso un suo articolo sull’Espresso. Parla della Danimarca e racconta l’episodio dello sgombero e conseguente abbattimento dell’Ungdomshuset, un edificio che ha ospitato per anni giovani “sostenitori di una cultura alternativa e antirazzista“. In sintesi, l’edificio può essere paragonato ad una sede di un centro sociale italiano, “un rifugio di una cultura anticonformista e sede di associazioni diverse“.

La cosa strana è che un musulmano come Ben Jelloun non dovrebbe nutrire simpatie per questi luoghi in quanto centri di malcostume e popolati da apostati o da puttane infedeli. Vedremo invece la cause di cotanto interesse.

L’edificio è stato acquistato da una “chiesa cristiana integralista (pure omofoba…) e la polizia “ha invaso il centro, espellendone gli occupanti e aggredendo fisicamente chi opponeva resistenza“. Quindi

per reazione, i giovani hanno incendiato alcune automobili, dei bus e, secondo alcuni, anche una biblioteca… più di 600 giovani sono stati arrestati e tenuti in stato di fermo per qualche ora, mentre gli stranieri senza documenti sono stati espulsi dalla Danimarca“;

scene già viste, trite e ritrite e versioni già sentite.

Ben Jalloun si lamenta del fatto che “la chiesa fondamentalista ora è libera di costruire la sua sede“, dimenticando che l’Europa pullula di moschee infestate di frequentatori e imam ultra fondamentalisti ma siamo certi che questo argomento non potrebbe essere oggetto di discussione con un intellettuale come lui.

Dal centro sociale alle politiche reazionarie e razziste del governo danese, il passo è corto. Colpevole di ospitare nella sua maggioranza un partito di estrema destra, attivo nella lotta contro i pericoli di islamizzazione del paese, Ben Jalloun parla della condizione dei musulmani in Danimarca, “danneggiati” dalla vicenda della vignette di un anno fa. Come se il danno fosse, implicitamente, stato causato dai danesi e dal loro governo, passati quindi da vittime a carnefici. La domanda da porre a chi denuncia questa condizione “non piacevole” per i musulmani, sarebbe: dove erano quando l’emerito imam di Copenaghen Achmed Abu Ladan ha deciso di fare il suo tour propagandistico attraverso mezzo Medio Oriente per sollevare le masse islamiche contro l’Occidente? Abbiamo forse sentito qualche parola di solidarietà per gli sventurati giornalisti del Jyllands Posten, oggetto di minacce e censure da parte di mezzo mondo musulmano? Non ci pare. Non c’è quindi da meravigliarsi se i danesi non nutrano particolari simpatie per i musulmani.

Ancora: Ben Jalloun parla di insensibilità verso i musulmani e i “paesi del Sud” e sostiene che, in fondo, si tratta di una piccola minoranza: solo 390.000 persone, il 7,4% della popolazione. In Italia gli immigrati, in proporzione alla popolazione, sono molti di meno e già si vedono.

La colpa dell’occidente è “la diffidenza e l’ostracismo, specie dopo gli attentati dell’11 settembre“, dei quali nessun musulmano porta alcuna responsabilità, ovviamente. Nelle librerie ci sono quasi esclusivamente libri anglosassoni ma Ben Jalloun dimentica di ricordarci che, anche se i librai danesi fossero amanti della letteratura arabo-islamica, non saprebbero cosa mettere negli scaffali, visto che negli ultimi 200 anni sono stati tradotti in lingue straniere più libri in Grecia che in tutto il mondo islamico. Dimentica anche di ricordare la proibizione in seno all’Islam della carta stampata dopo le invenzioni di Gutenberg, fattore primario per l’arretratezza culturale e scientifica del mondo arabo musulmano.

L’articolo si conclude con una citazione del re danese, che

aveva indossato la stella gialla per solidarietà con gli ebrei durante il nazismo, portato spesso ad esempio per il suo rispetto dei diritti umani“.

Insomma: un esempio da accogliere per il mondo musulmano che è grande amico del popolo di Israele e campione del rispetto dei diritti umani. Chissà chi spiegherà a questo illustre intellettuale, antirazzista, quanto è profondo il solco che divide il mondo occidentale e quello islamico in tema di rispetto delle razze e delle diversità. Chi lo farà sappia fin d’ora che si macchierà di peccato.

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