Sindacati alla ribalta
 
Oltre ai manager ed ai politici, in queste ultime ore sono i sindacati a stare sulla ribalta. Il sindacato del “no”, come lo ha definito Carubba sul Sole24Ore, sta svolgendo un ruolo di fondamentale importanza nella definizione della geografia italiana in due importanti settori: i trasporti e le banche.
Alitalia, la compagnia di bandiera, starebbe per essere privatizzata. Diciamo “starebbe” perché ormai i pretendenti si sono ridotti ad uno: la compagnia aerea privata Air One, assistita da Banca Intesa – San Paolo IMI.
Mentre l’ultimo degli altri pretendenti si ritirava (la compagnia russa Aeroflot), Air One presentava un cosiddetto piano industriale ai sindacati: 2.350 esuberi, il 23% dell’organico, da mandare a casa nel 2008. Un cittadino normale dovrebbe tifare per il cavaliere bianco e sperare che le sue proposte siano accettate dai sindacati e dal governo: sennò cosa succederà ai vetusti MacDonnelDouglas Md80? Sarebbe un’offesa privare i passeggeri del privilegio di volare con queste carrette dei cieli.
Noi non siamo cittadini normali e quindi tifiamo per i sindacati, sperando che si mettano di traverso e non accettino il licenziamento di neanche un dipendente Alitalia. Ohibò, come mai? Semplice: sarebbe forse l’unico motivo a convincere Carlo Toto, patron di Air One ed i suoi soci di Lufthansa, a lasciare la presa. E, forse, Alitalia sarebbe trattata come tutti ci auspichiamo: i suoi libri andrebbero dritti dritti in tribunale. E con loro, andrebbero in pensione pure gli Md80. Ma non andrà così, statene certi, i nostri illustri politici troveranno una soluzione per gli incapaci ed arroganti dipendenti del carrozzone italico.
L’altro settore nel quale il sindacato sta giocando un ruolo decisivo è quello bancario, protagonista negli ultimi mesi di un processo accelerato di aggregazione. Ieri la maggioranza del Cda della Banca Popolare di Milano, i membri eletti dai dipendenti e controllati dal sindacato, hanno posto il veto alla fusione con la Banca Popolare dell’Emilia Romagna. L’operazione era praticamente conclusa, mancava solo il parere del Cda. In una governance bizantina, nella quale i voti in assemblea non si contano sulla base delle azioni possedute ma delle teste che partecipano alla votazioni, la Banca Popolare di Milano è controllata dai dipendenti. La cosa non sarebbe lecita, visto che si tratta di una società quotata, ma tant’è.
Questo modello partecipativo, tanto caro ad illustri economisti, mostra le sue debolezze. Gli unici a partecipare ai fasti dell’istituto sono i dipendenti e, più recentemente, pure gli azionisti, anche grazie all’opera del nuovo Direttore Generale, Fabrizio Viola.
Ma quando si tratta di attuare dei cambiamenti strategici, gli azionisti non contano più una cippa. Contano solo i funzionari ed i loro protettori sindacalisti. Grazie alle formule anacronistiche di governance che non trovano alcuna coerenza in un settore, quello bancario italiano, dove chi non riesce a scrollarsi di dosso lo status quo, è destinato alla crisi.
Politici, manager di stato, dipendenti protetti e sindacati, sono sempre lì, a braccetto a curare le loro convergenze di interessi. Noi, derelitti appartenenti al popolo dei produttori, continuiamo a viaggiare sui vetusti Md80 ed a subire le angherie di arroganti funzionari di banca.

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