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Testa il lavoratore che ti passa

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Qui si parla di

mansioni che per loro natura sono rischiose e che se svolte in condizioni mentali e fisiche alterate possono mettere in pericolo non solo la salute dello stesso lavoratore ma anche di altre persone.

Si dirà che è diritto inalienabile dell’individuo decidere cosa sia o non sia pericoloso per sé stesso. E vabbè, su questo argomento ci sarebbe molto da discutere.

Meno discutibile è la responsabilità da parte dello Stato di regolare e limitare quanto possibile i pericoli ai quali sono esposti i terzi da parte di chi svolge mansioni rischiose.

D’altra parte, perché vi sono norme generali che regolano i comportamenti sul luogo di lavoro, atti a ridurre gli infortuni, se poi sono disattese dallo stato mentale alterato da alcool o dalle droghe?

Amici e nemici saranno scandalizzati nel leggere che dei “liberali laici di destra” come noi siano favorevoli ai test anti droghe sui lavoratori che svolgono mansioni a rischio. E già il concetto di rischio è riduttivo. Non crediamo infatti che un imprenditore potrebbe approvare un qualsiasi comportamento alterato e quindi per definizione scorretto, da parte di uno qualsiasi dei suoi collaboratori: questo rischia di fare danni a tutta la comunità di chi lavora all’interno ed all’esterno dell’azienda, anche se non con conseguenze penali ma solo civili.

Ebbene sì, siamo favorevoli. Non vogliamo con ciò minimamente mettere in discussione il diritto individuale di ognuno a scegliere se consumare o meno sostanze che alterano la coscienza, le percezioni, la capacità motorie e il funzionamento dell’apparato neurologico. Per carità.

Mettiamo in discussione le conseguenze potenziali che questo diritto, se abusato, può avere sulla comunità, su chi ci sta vicino e, soprattutto, su chi potrebbe sopportare conseguenze gravi a causa dei nostri comportamenti scorretti. La nostra libertà ha un limite là dove lede i diritti inalienabili degli altri individui, come i diritti alla vita, alla sicurezza e così via.

Insomma, che ne direste di un operatore addetto alla manovra di una gru il quale, ubriaco o fatto di hashish, decide che lasciar cadere un carico di cemento sul marciapiede sia una cosa divertente? Noi diremmo che è responsabilità di tutti e quindi anche di chi legifera di evitare cose del genere. Ma vorremmo sapere chi non la pensa a modo nostro, per quali ragioni lo faccia.

Automobilisti tra paradiso ed inferno

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Se è falso affermare che l’uomo ha creato Dio a sua immagine e somiglianza, allora è vero il contrario. Quindi, è Dio che ha creato l’uomo a sua immagine e somiglianza. Ma se l’uomo è così come è, se ne deduce che Dio sia simile all’uomo.

Per esempio, gli uomini sono spesso distratti. Speriamo che Dio non lo sia. Sennò, da qualche giorno girare sulle strade con un mezzo di locomozione, seppur rispettando le regole, potrebbe rivelarsi letale. Nel caso in cui Dio si distragga, beninteso.

Lo deduciamo dalle nuove disposizioni per i viaggiatori, (o meglio, i nuovi comandamenti), presentati in Vaticano dal cardinale Renato Raffaele Martino e da monsignor Angelo Marchetto, presidente e segretario del Pontificio consiglio della Pastorale per i migranti e gli itineranti. Insomma, mica gente qualunque.

Come nella prassi più corretta, quando si tratta di legiferare, alle leggi seguono le norme applicative. Anche il Vaticano non è da meno.

E quindi: tutti a farci il segno della croce e guai a chi si tocca le palle quando si mette in viaggio con la famiglia, men che meno se una suora gli attraversa la strada; e il rosario, senza il quale l’incidente è garantito, quello lo devono recitare tutti i viaggiatori, anche chi guida, sperando che abbia un auto con il cambio automatico, sennò al primo albero…; i veicoli, poi, devono servire solo al loro scopo, altro che fare gli sboroni, chi ha lo spider non pensi di potere rimorchiare ai semafori, al massimo può abbassare la capote per farsi pettinare la chioma dal venticello estivo; i gestacci? le bestemmie? Proibite, pena la scomunica. Ora vaglielo a dire ai napoletani cattolici che non potranno più mandarsi a fanc…! Saranno contentissimi; le Citycar? Smart e compagnia bella? Assolutamente proibite, sono pericolosissime, molto più dei trattori, dei camion e dei pullman.

Ma non preoccupiamoci più di tanto. Se anche Dio dovesse distrarsi per un attimo, magari guardando una bionda mentre sfreccia sul suo veicolo spaziale, da oggi ci sono le cappelle disseminate sulle autostrade a ricordarci la sua misericordia. E se non dovessero bastare neanche quelle, al primo pieno saremo sorpresi nel vedere che il benzinaio non veste la tuta ma una veste nera. E sarà pure dotato di catechismo per i viandanti. Il motociclista che andrà ai raduni, da ora in poi dividerà le salsicce alla griglia con un monsignore, sempre presente in questi luoghi di perdizione.

E lo Stato che fa? Per il Vaticano poco, anzi, l’invito è chiaro: deve fare di più, molto di più. Con i soldi dei contribuenti, ovviamente, perché il Vaticano, nel caso in cui il capo si distragga, non è assicurato e non paga. Al massimo, i morti poco rispettosi dei propri comandamenti della strada, li manda all’inferno.

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Vive la Bulgarie!

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Siamo reduci da un viaggio di lavoro in Bulgaria. Domenica scorsa, mentre il nostro povero MD-80 Alitalia (almeno 20 anni di vita…), rullava sulla pista accingendosi al decollo, Air Force One era già parcheggiato al terminal VIP dell’aeroporto di Sofia.

Per tutta la giornata la capitale e i sobborghi avevano pullulato di poliziotti ad ogni angolo delle strade. Sicurezza, innanzitutto, per il Presidente americano. Il paese balcanico è stato dominato per 5 secoli dai turchi. Alla fine dell’800 i russi hanno liberato i bulgari che per 40 anni sono poi stati governati da una monarchia sottomessa alla Germania. Tant’è che durante la seconda guerra mondiale, il paese è stato alleato di Hitler.

Poi un’altra dominazione, quella comunista bolscevica. Più di 40 anni passati alla socializzazione ed industrializzazione di una nazione agricola, popolata da miti contadini abituati alle dominazioni. Dopo la caduta del muro, i russi hanno continuato ad esercitare un influenza economica e politica della quale il paese non riesce a sbarazzarsi.

Forse è per questo che George W. Bush è stato accolto come un eroe, un liberatore. Noi, invece, abbiamo una specie di democrazia che data dalla metà degli anni ’40 del secolo scorso. I comunisti, quelli puri e feroci, non li abbiamo mai conosciuti. E quindi pensiamo che sia Bush l’origine di tutti i mali. Scendiamo nelle strade per ricacciarlo dove è venuto, spacchiamo le vetrine e feriamo i poliziotti.

Dovremmo balcanizzarci.

Siamo gli spettatori dell’inferno mediorientale

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Se si potesse definire con una metafora la soluzione finale ai problemi che affliggono il Medioriente, questa sarebbe senza dubbio l’”Inferno”.

E’ lì che quella zona del pianeta, tanto ricca quanto dannata sta sprofondando. Agli occidentali non resta che aspettare e stare a guardare. Tanto prima o poi, sprofonderanno. Gli indizi ci sono già e molto chiari.

L’Iran, stato che ambisce ad una posizione egemone di potenza nucleare, tra pochi anni sarà popolato solo da analfabeti. Ogni anno 150.000 laureati lasciano il paese. L’economia è sull’orlo del baratro. La disoccupazione ufficiale è al 20%, quella ufficiosa ben più alta. L’inflazione accelera velocemente e raggiungerà il 20% entro la fine dell’anno.

L’esplosione demografica e le politiche assistenzialiste stanno provocando, paradossalmente, degli effetti perversi, probabilmente irreversibili. Il parco di veicoli circolanti è aumentato vertiginosamente negli ultimi anni anche grazie al prezzo politico applicato ai carburanti e questo sta causando il collasso dei conti pubblici. Infatti dall’inizio dell’era Ahmadinejad, nessuna compagnia petrolifera straniera ha firmato contratti in Iran e il paese è costretto a importare carburanti e a pagare una bolletta petrolifera che nel 2010 arriverà a 100 miliardi di dollari.

Fin’ora, nel corso del 2007, il paese ha dovuto importare 40.000 tonnellate di grano e spendere oltre 50 milioni di euro per acquistare frutta, carne ed uova. I parchi di Tehran sono popolati soprattutto da tossicodipendenti mentre il mercato immobiliare cresce a ritmi del 30% all’anno.

Gli iraniani stanno sul ciglio dell’inferno asiatico. Su quelli mediterraneo ci sono invece i Palestinesi e i libanesi. L’82% dei vicini di Israele dichiarano di vivere in un paese senza futuro e il 92% si sentono in una insicurezza permanente. Dall’inizio dell’Intifada nel 2000, 80.000 persone sono emigrate dalla Cisgiordania, sapendo che non vi ritorneranno mai. Nel 2007 questo fenomeno ha avuto una accelerazione impressionante, raggiungendo, ad oggi, la cifra di 10.000 persone in meno di 6 mesi. Va da sé che a emigrare sono i cittadini appartenenti alle classi più istruite.

La Striscia di Gaza sta ancora peggio. Nel solo 2007 sono state 200.000 (15% della popolazione locale) le persone a fuggire in Egitto. Il fenomeno è facilmente interpretabile tenendo conto che, a differenza della Cisgiordania, gli Israeliani hanno lasciato alle milizie avversarie il compito di mantenere la sicurezza…

Oggi sostenere che il problema Palestina sia causato dalla nascita dello Stato di Israele è un eufemismo. Le stragi alle quali assistiamo in questi giorni non sono altro che l’espressione della ferocia tribale tipica di fazioni racchiuse in una cultura medioevale. Paradossalmente, l’unica via di uscita potrebbe essere proprio il contrario degli obbiettivi dei quali il popolo palestinese ha sognato per decenni.

C’è chi sostiene che annettere ad Israele tutti i territori riporterebbe sicurezza e tranquillità. Qualcun altro si spinge più in là e ipotizza una rinuncia definitiva alla creazione di uno stato palestinese.

Noi abbiamo rinunciato da un pezzo a sostenere l’ipotesi degli accordi e del “regime change”. L’evidenza dei fatti non dà più spazio a questa possibilità. Si tratta invece di navigare a vista, cercando di evitare il tracollo dell’una o dell’altra parte. A spese della popolazione. Ammesso che rimanga qualcuno.

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