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Alla difesa del Liechtenstein

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A forza di leggere i j’accuse dei cacciatori di evasori e i tentativi di qualche astuto politico nostrano di manipolare una lista tanto misteriosa quanto inutile, cominciavamo a pensare che questa gente avesse ragione. Cominciavamo a farci assorbire dal mainstream del momento, secondo il quale chiunque favorisca l’utilizzo di strumenti giuridici atti a proteggere la propria privacy, sia condannabile a priori e debba essere cacciato dalla comunità finanziaria internazionale.

Il destino del Liechtenstein ci pareva così segnato ed eravamo pronti a cancellare il post di qualche giorno fa. Poi, continuando a scavare nei meandri dei notiziari, abbiamo letto due notizie interessanti che ci hanno fatto cambiare idea.

La prima è che il Ministro danese delle Finanze, Kristian Jensen, ha dichiarato la sua ostilità ad utilizzare informazioni acquisite da un informatore che le aveva rubate. Il Ministro ha sostenuto che questa forma di “etica” non sia il modo corretto di assicurare il pagamento delle imposte da parte dei cittadini. Chapeau!

Crediamo sia un errore e molto pericoloso giustificare il comportamento della Germania nel caso in questione. Se lo si fa è solo perché ad essere stato coinvolto è un piccolo stato europeo il quale, assieme al Principato di Monaco e ad Andorra, non è di alcun interesse strategico per gli stati dominanti. Anzi, utilizzando delle normative interne che favoriscono il mantenimento della privacy, risultano molto fastidiosi. In futuro però, potremmo trovarci noi al posto di uno di questi stati e l’interferenza di una Germania o di un altro paese nelle questioni legali verso un paese estero sarebbe altrettanto legittimo? Certo che no. Ma contro il Liechtenstein lo è.

Le altre notizie sono contenute in questo articolo apparso sul Wall Street Journal. Da leggere. Tra l’altro, il cronista nota la contraddizione nella quale è caduta nientemeno che Angela Merkel. Lei accusa il Liechtenstein di “favorire la mancanza di rispetto delle leggi” ma si può tranquillamente sostenere la stessa cosa parlando dello stato tedesco, protagonista di un atto di corruzione con il quale ha acquistato informazioni rubate che, probabilmente, non saranno neanche utilizzabili in un tribunale. Da notare, aggiunge il WSJ, che dal 1999 esiste in Germania una legge secondo la quale la corruzione nei paesi esteri da parte di un cittadini tedesco è considerata un atto criminale (vedi lo scandalo Siemens). Evidentemente in questo caso lo Stato si è posto al di sopra delle proprie leggi.

Più in generale, il WSJ fa emergere una questione di fondo: che si tratti o meno di leggi legate ad aspetti fiscali, è legittimo che un paese emani degli editti sulla congruità delle leggi di un altro paese rispetto alle proprie? In particolare: è legittima la caccia alle streghe nei confronti del Liechtenstein dovuta al diverso modo di trattare le frodi fiscali rispetto alla Germania?

Purtroppo in Italia questi eventi sono andati in pasto alla speculazione politica. Se c’è una lista di nomi, che la si pubblichi così può essere usata come una clava. La solita figura da peracottai.

Segreto bancario e sovranità

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È stato definito uno scandalo, quello della scoperta dell’esistenza di centinaia di conti correnti di tedeschi, celati dietro le fondazioni del Liechtenstein e parcheggiati in banche del principato e svizzere. A scoprirli sono stati nel 2002 i servizi segreti tedeschi, grazie ad un atto di corruzione costato al contribuente quasi 5 milioni di euro, andati nelle tasche di un infedele funzionario della società fiduciaria LGT, appartenente all’omonimo gruppo bancario, il cui proprietario altro non è che il principato stesso.

Troviamo buffo che si parli di scandalo per la scoperta di conti nascosti, la cui esistenza tutti conoscono, potendo supporre che qualsiasi cittadino del mondo possa avere rapporti con banche del Liechtenstein. Non è un mistero l’utilizzo dei privilegi del minuscolo Stato fatto da molti per nascondere soldi, o perché non dichiarati al fisco del paese di residenza o per tenerli al riparo di creditori, eredi o di chiunque non debba conoscerne l’esistenza.

Secondo noi, il vero scandalo è la violazione de,lla privacy del settore bancario di un paese, ottenuta ricorrendo alla corruzione di un funzionario, quindi con metodi criminali. Pensiamo a cosa sarebbe successo se gli agenti tedeschi avessero agito nello stesso modo in Francia, Gran Bretagna o negli Stati Uniti! Va da sé che un piccolo principato non ha gli stessi mezzi e lo stesso peso per difendere la sua sovranità.

L’altra cosa scandalosa è che con il ritrovamento dei conti si sia immediatamente evocato un gigantesco scandalo fiscale. I titoli roboanti, le conseguenti invettive contro i paesi che proteggono il segreto bancario e le dimissioni immediate di personaggi come Klaus Zumwinkel, capo di Deutsche Post, alzano un gran polverone e mistificano la realtà, dietro la quale non c’è altro che un’inchiesta dalla quale si dovranno appurare eventuali frodi fiscali o altri reati.

Per ora, il coinvolgimento del Liechentstein provoca molto rumore per nulla. E dire che i tedeschi avevano inizato bene, lamentando inizialmente un problema di etica interno al paese. Gli scandali Neue Heimat, Siemens, Volkswagen e le colpe di manager corrotti, evidenziano come l’essere apparentemente tutti di un pezzo non significhi nulla. Dalle buone intenzioni, si è poi passati alla retorica. Incolpando i paesi “poco trasparenti nella lotta all’evasione fiscale“, ministri ed ex ministri, giornalisti, intellettuali e personalità renane, hanno incominciato a tuonare contro i responsabili dell’eventuale gigantesca evasione fiscale.

Invece di interrogarsi sui motivi per i quali ci sia chi evita in modo illecito il pagamento delle imposte - in un paese che tassa con una aliquota marginale massima di oltre il 47% i redditi delle persone fisiche - e concentrarsi sui loro problemi interni, i teutoni vogliono mettere le colpe sulle spalle del piccolo principato e della Svizzera.

Sarebbe come dire che qualsiasi banca è colpevole di offrire alla propria clientela le cassette di sucurezza nelle quali nascondere soldi contanti non dichiarati; oppure criminalizzare i produttori di letti e materassi perché sono oggetti che possono servire a nascondere un tesoretto.

Oltre alle accuse, poi, arriva ora l’ora delle menzogne. Peer Steinbrück, socialdemocratico e Ministro delle Finanze tedesco in carica, dichiara al Bild am Sonntag la guerra a tutti i paradisi fiscali in Europa, Svizzera, Austria e Lussemburgo compresi. Lui non sa o fa finta di non sapere che il segreto bancario nulla c’entra con una bassa pressione fiscale e che paesi come la Svizzera tutto sono fuorché un paradiso fiscale. Si illude che le sue invettive impregnate di ideologismo possano distogliere l’attenzione del povero contribuente tedesco dalla pesante pressione fiscale del suo paese e, anzi, farlo sentire orgoglioso di stare dalla parte di chi paga molto e non da quella di chi paga poco.

Senza arrivare a definire i metodi e la posizione tedesca “degni della Gestapo“, come ha fatto il Presidente dell’Associazione delle Banche Svizzere, siamo a fianco della ministra elvetica, Doris Leuthard, la quale ricorda l’accordo finalizzato alla lotta contro la frode fiscale, fatto tra il suo paese e la UE (oltre 500 milioni di euro di introiti per i paesi UE). Secondo lei deve rimanere intatta la sovranità di qualsiasi paese a definire la proprie norme interne sul segreto bancario e la fiscalità.

Concludendo, ha ragione il presidente del PDC svizzero, Christophe Darbellay, quando parla della gelosia tedesca verso la piazza svizzera: i teutoni non sono i primi né saranno gli ultimi. In genere, chi è geloso, vede sempre problemi nel giardino del vicino, invece di guardare l’erba matta del proprio.

UPDATE: pare che le informazioni ottenute dalla Germania, corrompendo il funzionario della LGT, siano state “girate” ad un numero considerevole di altri paesi europei. Così ora tutti i governi degli stati “vampiri” potranno giustificare imposizioni fiscali insopportabili perché la caccia all’evasore non ha quartiere ed arriva oltre i patri confini…(sempre che i titolari dei conti siano evasori).

D’alema sempre più a braccetto

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In un paese normale, un tipetto come Imad Mughniyeh, esponente di spicco di Hezbollah, criminale, assassino, artefice di attentati che hanno causato decine di morti, sarebbe ricercato per mari e monti. Sarebbe sulla lista nera, con una bella ricompensa per chi fornisce notizie utili alla cattura. Sarebbe braccato, senza la speranza di vivere una vita normale. Vivrebbe nell’ombra, nel sospetto e avrebbe attorno a sé uno stuolo di “assaggiatori”, come quelli del Cesare nel film “Asterix alle Olimpiadi”.

Tutto ciò sarebbe o dovrebbe essere in un paese normale. Ora che Mughniyeh è saltato in aria nella sua auto a Damasco e non si sa chi sia stato, l’umanità può tirare un sospiro di sollievo. La sua morte permetterà a molti - non sapremo mai a chi, ovviamente - di sopravvivere; una moltitudine di persone che sarebbero morte se lui fosse rimasto in vita. Certo, per una questione di principio e anche di opportunità, lui come tutti i terroristi, sarebbe dovuto essere catturato e giudicato per i suoi crimini da un tribunale internazionale. Sarebbe stato condannato e incarcerato a vita, senza potere più nuocere. Invece è morto, pace all’anima sua.

La nostra anima, invece, comincia ora a dannarsi. Le elezioni prossime venture del nostro paese potrebbero portare ad una sorpresa, cioà alla riconferma della sinistra, cioè del PD. Se così fosse, probabilmente ci ritroveremmo tra i ministri un certo signor D’Alema. Quello che, tanto per non smentire le sue simpatie, dichiara che l’eliminazione di Imad Mughniyeh è un atto di terrorismo, così come lo sono le eliminazioni mirate.

Non avevamo dubbi su questa dichiarazione. Ora sappiamo che se qualcuno uccidesse Osama Bin Laden o nel passato avesse ucciso Hitler o Stalin, il suo atto sarebbe stato deplorevole. Il che ci fa pensare che D’Alema non abbia ancora capito cosa stia succedendo e non abbia afferrato la gravità della sfida militare iniziata dal terrorismo di stampo islamico. Anzi, tornando indietro in un passato non troppo lontano, qualcosa ci ricordiamo e pensiamo di avere capito. Qualcuno qui fiancheggia.

Disperazione

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L’Italia è il paese occidentale e industrializzato dove succedono le cose più incredibili. A partire dallo scandalo dei rifuiti campani, per finire agli scandali politici. Questi ultimi quasi quotidiani. Gli italiani si disperano e allibiscono. Lo fanno soprattutto quando una certa categoria di giornalisti porta a conoscenza di tutti certi fatti inquietanti e questo li rincuora perché così percepiscono l’esistenza di qualcuno ancora onesto e altruista.

Il solito Filippo Facci, ci documenta invece che anche chi denuncia le cose più incredibili non è credibile. Ora gli italiani non possono fare altro che disperare.

Attenti a quei mafiosi

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Tristemente ci accingiamo a scrivere gli ultimi articoli su questo blog. Presto sarà chiuso, con un provvedimento di qualche giudice clericale, uno di quelli che applica la giustizia divina e rifiuta quella statuale. Abbiamo definito Alois Ratzingeril capo di un’altra mafia” e per questo saremo condannati. Nella sentenza, il giudice sosterrà la nostra colpevolezza nell’avere fatto un paragone tra un’organizzazione criminale e la Chiesa e, in un improvviso vuoto di memoria, ignorerà che il termine mafia o mafioso fa parte da sempre, e oggi più che mai, di un vocabolario quotidiano.

Ignorerà anche che qualche illustre linguista definisce la mafia come un

gruppo di persone strettamente solidali fra loro allo scopo di conseguire, lecitamente o illecitamente, determinati vantaggi e difendere con ogni mezzo gli interessi della propria categoria“?

Va da sé che i vantaggi e gli interessi difesi dalla Chiesa (solo quelli economici valgono in Italia oltre 1 miliardo di euro di 8 per mille…), lo sono in modo lecito. Almeno così speriamo che sia. Magari potremmo sostenere che indagini e provvedimenti verso i preti pedofili perseguiti solo all’interno di contesti ecclesiastici siano meno lecite, ma non per questo criminali. Sono solo “non permesse” dalle leggi statuali, ma tant’è.

Un altro atteggiamento della Chiesa, mafioso solo in questo senso è ovvio, è il vizietto di fare cadere i governi della Repubblica Italiana. Dopo essersi scordati Porta Pia, la Cei, il Cardinale Ruini e il Papa stesso hanno sicuramente giocato un ruolo preminente nella caduta dell’ultimo governo Prodi. Lo hanno fatto strizzando l’occhio alla destra, all’UDC e permettendo al buon Mastella di imboccare la strada dell’apparentamento con il Pdl di Fini e Berlusconi.

In questo oggi il Vaticano e la Destra si incamminano a braccetto verso le elezioni, probabilmente concertando la scelta dei temi elettorali. Berlusconi e Fini contano sul voto cattolico e per questo hanno deciso di affiancare la Chiesa, in un abbraccio mortale che rischia di provocare la rimonta di Veltroni. L’elettorato liberale di destra, prima o poi, riscoprirà la vocazione vaticana anti-modernista, anti-occidentale, anti-liberale, terzo-mondista e finto-pacifista, temi per altro comuni alla sinistra massimalista con la quale il Vaticano continua ad andare a braccetto nella migliore tradizione del catto-comunismo in salsa italiana.

Potremmo definire Berlusconi, Fini e il Vaticano una banda di mafiosi? Se pensiamo che il loro scopo sia quello di chiedere il pizzo ai cittadini, sicuramente no. Ma se siamo convinti, come lo siamo, che abbiano stretto rapporti solidali per difendere i loro vantaggi elettorali e politici, sicuramente sì. Per questa nostra ammissione, dovremo chiudere il blog. Prima di farlo però, continuiamo ad ammettere.

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