Segreto bancario e sovranità

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È stato definito uno scandalo, quello della scoperta dell’esistenza di centinaia di conti correnti di tedeschi, celati dietro le fondazioni del Liechtenstein e parcheggiati in banche del principato e svizzere. A scoprirli sono stati nel 2002 i servizi segreti tedeschi, grazie ad un atto di corruzione costato al contribuente quasi 5 milioni di euro, andati nelle tasche di un infedele funzionario della società fiduciaria LGT, appartenente all’omonimo gruppo bancario, il cui proprietario altro non è che il principato stesso.

Troviamo buffo che si parli di scandalo per la scoperta di conti nascosti, la cui esistenza tutti conoscono, potendo supporre che qualsiasi cittadino del mondo possa avere rapporti con banche del Liechtenstein. Non è un mistero l’utilizzo dei privilegi del minuscolo Stato fatto da molti per nascondere soldi, o perché non dichiarati al fisco del paese di residenza o per tenerli al riparo di creditori, eredi o di chiunque non debba conoscerne l’esistenza.

Secondo noi, il vero scandalo è la violazione de,lla privacy del settore bancario di un paese, ottenuta ricorrendo alla corruzione di un funzionario, quindi con metodi criminali. Pensiamo a cosa sarebbe successo se gli agenti tedeschi avessero agito nello stesso modo in Francia, Gran Bretagna o negli Stati Uniti! Va da sé che un piccolo principato non ha gli stessi mezzi e lo stesso peso per difendere la sua sovranità.

L’altra cosa scandalosa è che con il ritrovamento dei conti si sia immediatamente evocato un gigantesco scandalo fiscale. I titoli roboanti, le conseguenti invettive contro i paesi che proteggono il segreto bancario e le dimissioni immediate di personaggi come Klaus Zumwinkel, capo di Deutsche Post, alzano un gran polverone e mistificano la realtà, dietro la quale non c’è altro che un’inchiesta dalla quale si dovranno appurare eventuali frodi fiscali o altri reati.

Per ora, il coinvolgimento del Liechentstein provoca molto rumore per nulla. E dire che i tedeschi avevano inizato bene, lamentando inizialmente un problema di etica interno al paese. Gli scandali Neue Heimat, Siemens, Volkswagen e le colpe di manager corrotti, evidenziano come l’essere apparentemente tutti di un pezzo non significhi nulla. Dalle buone intenzioni, si è poi passati alla retorica. Incolpando i paesi “poco trasparenti nella lotta all’evasione fiscale“, ministri ed ex ministri, giornalisti, intellettuali e personalità renane, hanno incominciato a tuonare contro i responsabili dell’eventuale gigantesca evasione fiscale.

Invece di interrogarsi sui motivi per i quali ci sia chi evita in modo illecito il pagamento delle imposte - in un paese che tassa con una aliquota marginale massima di oltre il 47% i redditi delle persone fisiche - e concentrarsi sui loro problemi interni, i teutoni vogliono mettere le colpe sulle spalle del piccolo principato e della Svizzera.

Sarebbe come dire che qualsiasi banca è colpevole di offrire alla propria clientela le cassette di sucurezza nelle quali nascondere soldi contanti non dichiarati; oppure criminalizzare i produttori di letti e materassi perché sono oggetti che possono servire a nascondere un tesoretto.

Oltre alle accuse, poi, arriva ora l’ora delle menzogne. Peer Steinbrück, socialdemocratico e Ministro delle Finanze tedesco in carica, dichiara al Bild am Sonntag la guerra a tutti i paradisi fiscali in Europa, Svizzera, Austria e Lussemburgo compresi. Lui non sa o fa finta di non sapere che il segreto bancario nulla c’entra con una bassa pressione fiscale e che paesi come la Svizzera tutto sono fuorché un paradiso fiscale. Si illude che le sue invettive impregnate di ideologismo possano distogliere l’attenzione del povero contribuente tedesco dalla pesante pressione fiscale del suo paese e, anzi, farlo sentire orgoglioso di stare dalla parte di chi paga molto e non da quella di chi paga poco.

Senza arrivare a definire i metodi e la posizione tedesca “degni della Gestapo“, come ha fatto il Presidente dell’Associazione delle Banche Svizzere, siamo a fianco della ministra elvetica, Doris Leuthard, la quale ricorda l’accordo finalizzato alla lotta contro la frode fiscale, fatto tra il suo paese e la UE (oltre 500 milioni di euro di introiti per i paesi UE). Secondo lei deve rimanere intatta la sovranità di qualsiasi paese a definire la proprie norme interne sul segreto bancario e la fiscalità.

Concludendo, ha ragione il presidente del PDC svizzero, Christophe Darbellay, quando parla della gelosia tedesca verso la piazza svizzera: i teutoni non sono i primi né saranno gli ultimi. In genere, chi è geloso, vede sempre problemi nel giardino del vicino, invece di guardare l’erba matta del proprio.

UPDATE: pare che le informazioni ottenute dalla Germania, corrompendo il funzionario della LGT, siano state “girate” ad un numero considerevole di altri paesi europei. Così ora tutti i governi degli stati “vampiri” potranno giustificare imposizioni fiscali insopportabili perché la caccia all’evasore non ha quartiere ed arriva oltre i patri confini…(sempre che i titolari dei conti siano evasori).

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Comments (11) lasciato to “Segreto bancario e sovranità”

  1. » dagli altri media » I soldi, le banche ed il Lichtenstein ha scritto:

    […] Segreto bancario e sovranità […]

  2. Maurizio ha scritto:

    La concorrenza fiscale tra gli stati è l’unica cosa che limita la vessazione dei cittadini da parte dello stato. Il fatto che gli stati definiscano un conto in Lichtenstein “scandalo fiscale” non è sorprendente e non implica niente di interessante. Illegittimo e scandaloso, semmai, è l’atto di espropriare a un cittadino del denaro che gli è stato dato volontariamente da un’altra persona, o come regalo o come pagamento per un servizio fornito. Se alla Germania non piace che i cittadini aprono conti all’estero, abbassi le tasse al livello del Lichtenstein.

  3. Cantor ha scritto:

    Esatto Maurizio. Che abbassino le tasse. E che la smettano di dare la caccia agli evasori con dei metodi poco confacenti alla loro fama di “corretti”.
    Cosa deve pensare un cittadino tedesco di uno stato che per stanare gli evasori ricorre a pratiche di corruzione, per di più nei confronti di persone residenti in stati esteri?

    Dobbiamo forse concludere che, sommando gli scandali di corruzione di Siemens, Volkswagen e questo del Liechtenstein i tedeschi siano amanti di questa pratica?

  4. roberto ha scritto:

    ma ci sei o ci fai ??
    lascia perdere i metodi , la sostanza è che la lotta all’evasione fiscale è un dovere/diritto di tutti gli stati democratici .
    In Italia l’evasione è una vera indecenza .
    ben vengano questa e altre scoperte .

  5. Jessica Moh ha scritto:

    L’evasione fiscale va combattuta in ogni caso e con i metodi possibili …ovviamente il carico fiscale deve essere reso più equo.
    by

  6. Cantor ha scritto:

    @ Roberto

    Mai detto che la lotta all’evasione fiscale non sia un dovere diritto.

    Quello che contesto è il modo con il quale sono stati ottenuti questi dati, violando la sovranità di uno Stato e corrompendo un funzionario di un istituto finanziario.
    E poi contesto e critico il modo in cui è stato montato il caso dai media e da certi politici.

    I metodi c’entrano eccome. Se è vero che in Italia l’evasione raggiunge livelli intollerabili, è pur vero che il rispetto delle norme da parte dei cittadini è influenzato da metodi vessatori in uso da parte dell’amministrazione dello Stato.

    Quando il rapporto è conflittuale, sia a causa delle leggi in vigore che dei comportamenti, l’evasione aumenta.

  7. Marco ha scritto:

    Il furto di dati appartenenti alla banca LGT è penalmente perseguibile in ogni stato dell’UE, infatti la procura del Liechtenstein ha richiesto per rogatoria la collaborazione della procura tedesca.

    L’acquisto di beni e proventi di reato, come la famosa lista, è penalmente perseguibile anche in Italiana (Codice Penale art. 648 “Ricettazione”).

    La democrazia si basa sull’applicazione della Legge, non solo quella fiscale, tutta la Legge e tutti siamo uguali davanti alla Legge. Evidentemente gli Stati si ritengono “meno uguali” dei cittadini.

  8. Maurizio Colucci ha scritto:

    Le tasse sono un crimine, in quanto appropriazione violenta di beni ottenuti mediante uno scambio volontario. Ne segue che l’evasione fiscale non è un crimine, è semplicemente legittima difesa. La democrazia, poi, non ha nulla di legittimo, in quanto è imposizione violenta del volere della maggioranza sulla minoranza. Anche la folla che pratica il linciaggio è una maggioranza nel suo ambito, ma questo non implica nulla di interessante.

    In genere la gente capisce inuitivamente tutte queste cose, ma considera la tassazione come una necessità, o come “il male minore”, perché “altrimenti lo Stato crollerebbe e si tornerebbe alla dittatura o all’anarchia o al far west”. Niente di tutto questo è vero: tutte le funzioni oggi svolte dallo Stato, compresa la produzione della legge e l’applicazione della legge, possono essere svolte meglio da privati. Consiglio di leggere il libro “L’ingranaggio della libertà” di David Friedman. Che lo Stato e la tassazione siano necessità è semplicemente un mito.

  9. Marco ha scritto:

    Interessante la visione della società di Maurizio. Parliamone …
    Resta che per il momento viviamo in una società dove il diritto si basa sulle Leggi votate da un parlamento eletto secondo regole definite democratiche.

    Ma se gli organi dello Stato, che dovrebbero difendere quelle Leggi, le infrangono trasgredendole, perchè i cittadini dovrebbero comportarsi in maniera differente?
    Soprattutto perchè dovrebbero rispettare le Leggi fiscali, dove la componente di “danno economico percepito” dal cittadino contribuente è importante.

    Se lo Stato scusa la trasgressione della Legge da parte di propri agenti in nome di un ipotetico “recupero di entrate fiscali evase”, perchè il singolo non può trasgredire la Legge lui stesso, in nome del “recupero di fondi che altrimenti sarebbero sequestrati dallo Stato”?

  10. MattBeck ha scritto:

    Sul fatto che la tassazione sia una forma di coercizione (non ultimo perché il rifiuto di non corrispondervi comporta una sanzione, alla faccia della teoria del “patto sociale”…) sono d’accordo.

    Ancora non ho letto il libro segnalato da Maurizio, purtroppo.

    Ma se il concetto di libertà è sintetizzabile nella formula “la mia libertà finisce dove inizia quella altrui”, ne consegue che è difficile ottenere giustizia di fronte ad un privato che si trova in una oggettiva posizione di superiorità (economica, sociale, psicologica…). Da quel che possiamo capire ed intuire della nascita delle forme sociali organizzate pre moderne, le leggi (ed in seguito le strutture prestatale, assemblee, monarchi, tribunali ecc.) sono nate per regolare una serie di problematiche che si creavano fra privati, i quali potevano appellarsi a queste istituzioni per regolare i contenziosi in modo non violento.

    Uno stadio intermedio alla nascita di questi istituti era una specie di patriarcato clientelare, ossia la persona socialmente od economicamente debole chiedeva il sostegno di un potente (Calcante presso Achille o il signor Buonasera presso don Corleone); questi sistemi esistono ancora adesso, ma il rischio dell’allargamento di questo sistema in previsione di una privatizzazione di alcune problematiche tipicamente stat(u)ali è, a mio parere, fondato, storicamente oltre che filosoficamente.

    Più semplice e sbrigativo ottenere ragione (o la propria ragione) chiedendo il sostegno di un potente (che magari agisce in modo inaccettabile), piuttosto che adoperando quella serie di regole e leggi e procedure (l’estrinsecazione talvolta cavillosa e fine a se stessa della sostanza del diritto) nate dallo sviluppo storico.

    Ho dei dubbi anch’io sull’idea che il mio potere di agire (che comprende la mia libertà di ammazzare qualcuno o danneggiarlo) debba essere almeno parzialmente ceduto ad un ente non fisico (lo stato) che spesso abusa infliggendomi ciò da cui mi promette di salvarmi; ma mi chiedo se davvero sia possibile trovare un equilibrio delle libertà di tutti in un sistema a statale.

  11. Maurizio ha scritto:

    @ Cantor:

    Potresti cominciare da qui (o da qui, se hai più voglia di leggere). Ciao

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