Ratzinger non piace ai magistrati

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Dopo che il Vaticano ha invitato medici, infermieri e politici ad esercitare l’obiezione di coscienza per difendere la vita e dopo che nessuno ha protestato (se non blandamente), ieri i giudici, rappresentati dal Consiglio Superiore della Magistratura, hanno ritenuto opportuno prendere le contromisure.

Il plenum della magistratura ha decretato che non c’è spazio per un’obiezione di coscienza del magistrato chiamato a decidere di questioni sulla bioetica, come il diritto di vivere o di morire. L’unica tavola dei valori cui il giudice deve far riferimento nell’esercizio delle sue funzioni è la Costituzione, alla quale ha giurato fedeltà.

La decisione è venuta dopo che tutti i componenti togati del CSM avevano chiesto l’apertura di una pratica per organizzare al più presto un corso di formazione e aggiornamento professionale su questo delicatissimo fronte. Il punto di riferimento, in campo giuridico, è la sentenza della Corte Costituzionale n. 196 del 1987 che esclude il diritto del magistrato all’obiezione di coscienza nel caso di aborto di una minorenne. Anche l’Anm ricorda, in un suo documento, che «la sola obiezione possibile per un giudice nei confronti del diritto positivo è l’eccezione di legittimità costituzionale» di una legge rispetto ai valori della Costituzione.

Da parte nostra, speriamo vivamente che non siano i giudici l’ultimo baluardo verso la pressione ideologica delle gerarchie vaticane sui temi etici. D’altro canto, non possiamo far altro che dare il nostro appoggio su questo argomento alla lobby dei magistrati. Nostro malgrado, ci dobbiamo adeguare alla visione da “tifoseria” di molti, che dà legittimità alle lobby, di cui la Chiesa cattolica è un’illustre esponente. Non riusciamo comunque a comprendere questa lobby, in quanto tale, cosa voglia ottenere.

Saddam perderà la testa e con lui anche noi

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Pare proprio che Saddam Hussein sarà presto giustiziato. D’altra parte da quando nel 2004 il governo iracheno ha reintrodotto la pena di morte, alcune organizzazioni umanitarie stimano in centinaia il numero di esecuzioni alla pena capitale. Soldati americani hanno più volte trovato camere di tortura all’interno degli edifici ministeriali, gestite da squadroni della morte il cui compito principale è quello di porre in atto la vendetta contro i sunniti.

I processi sono sommari, poi segue l’appello ma, a condanna confermata, i condannati finiscono subito sulla forca. Nel solo mese di Dicembre sono stati 11 i filmati di detenuti giustiziati mostrati in pubblico. Si tratta chiaramente di mosse politiche, con le quali il governo e la polizia vogliono mettere a disposizione del popolo i “frutti” del loro lavoro per reprimere la criminalità e gli attentati.

Si dirà che nei confronti del mondo islamico, spesso troppo attraversato da sussulti tribali, l’occidente debba astenersi dall’intromettersi nell’uso di una pratica ritenuta normale, appartenente ad una cultura. Ma allora perché vogliamo esportare la democrazia in quei luoghi?

Il paradosso è che, ragionando con l’accetta, chi politicamente sostiene la guerra preventiva e la democrazia è più incline a sostenere la pena di morte per Saddam; chi invece è contro le strategie americane in Medio Oriente, vorrebbe che Saddam fosse salvato.

Sono patetiche le affermazioni degli editoriali del ilFoglio, quando affermano che non bisogna commettere “l’errore di trasferire in una società islamica una concezione occidentale del rapporto tra politica e morale», perchè «se in pressoché tutti gli stati islamici è vigente la pena di morte, una ragione ci sarà». C’è sempre una ragione, logica o meno, per tutte le barbarie. Non ce n’è mai una per giustificarle.

La morte e la pena di morte fanno perdere la testa. Non potrebbe essere altrimenti, visto che parliamo dell’evento più terrificante della vita di un uomo, che gli provoca uno shock continuo ogni volta che ci pensa. E’ l’immancabile incapacità di andare incontro alla nostra fine che ci fa proiettare ogni sorta di comportamenti, convincimenti e nevrosi, quasi tutti nocivi per noi e per gli altri. Fuggiamo dalla morte e cerchiamo una ragione per rassicurarci della nostra immortalità. Quindi, siamo irrazionali, ridicoli, patetici.

Anche Magdi Allam, esempio sempre encomiabili di lucidità e chiarezza, stavolta è scivolato sul tema della morte, prendendo lucciole per lanterne. Senza mai nominarli, anche lui mette in croce i Radicali. Si chiede:

«…come mai il valore supremo della sacralità della vita dovrebbe valere nel caso di Saddam, mentre viene violato nel caso di Piergiorgio Welby? Come è possibile che coloro che hanno immaginato che l’esistenza di una persona più che vitale potesse essere sacrificata per accreditare il diritto all’eutanasia, siano gli stessi che ora difendono il diritto alla vita di un tiranno che per 35 anni ha esercitato l’eutanasia forzata nei confronti di un milione di iracheni?»

Che dire? C’è solo da rimanere basiti, visto che l’ha scritto Magdi Allam. L’avesse scritto Luca Volontè, non ci saremmo sorpresi. Ma che Allam riuscisse a mettere sullo stesso piano Welby e Saddam, proprio non ce lo aspettavamo. Forse non ha seguito la vicenda e forse non sa che Welby chiedeva disperatamente che gli venisse evitata una vita di sofferenze, che la vicenda Welby non ha nulla a che fare con l’eutanasia e che bisognerebbe chiedere a Saddam il premesso di appenderlo ad un cappio, se lo si vuole accomunare all’eroico Piergiorgio. Il che non ci risulta sia mai stato neanche pensato.

Non ha considerato neanche gli opposti risvolti dell’applicazione ad entrambi del principio dell’inviolabile diritto individuale a decidere della propria vita: Welby lo ha potuto esercitare, Saddam anche se volesse, non potrebbe.

Ora attendiamo e l’unica cosa che ci interessa, a questo punto, è vedere se ed in quale modo Saddam Hussein diventerà un simbolo e un martire per il mondo islamico. Noi non ci crediamo né pensiamo che la sua esecuzione abbia fatto fare un passo avanti alla storia. Semmai ne ha fatto uno indietro.

Update!: manco a farlo apposta, anche Luca Volontè ha detto quella cosa. Sarà lui che ha scimmiottato Magdi Allam o viceversa?

Round-up: MaurizioColucci Bioetica

Caso Welby: papismo e aspetti giuridici

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Dopo la decisione della Chiesa di non concedere i funerali religiosi a Piergiorio Welby, oggi si è svolta la cerimonia laica in sua memoria. Resta difficile comprendere il significato etico della decisione ecclesiale, apparentemente giustificata dai tecnicismi del catechismo, se non la si legge in chiave politica. Con una buona dose di cinismo e di aggressività, si sostiene che la volontà del “Dott. Welby” (sembra quasi la definizione di un personaggio dell’orrore) di porre fine alla sua vita era ormai troppo nota per potere essere legittimata e giustificata con una decisione caritatevole.

D’altra parte “caritas” non fa rima con politica, la quale tende invece a permettere qualsiasi atto adatto a mettere in difficoltà gli avversari. In questo senso la tesi emersa dal comunicato del Vicariato è chiara: la Chiesa considera il gesto di Welby alla stregua di un’eutanasia, anzi una auto-eutanasia, per di più annunciata con clamore e questo non è e non sarà mai ammesso. Al contrario, negli altri “…casi di suicidio nei quali si presume la mancanza delle condizioni di piena avvertenza e deliberato consenso“, l’attore potrà non incorrere nell’ira del clero; il suicidio “vero” riceve una strizzatina d’occhio e un giudizio più bonario, il rifiuto ad un trattamento sanitario con distacco del respiratore una bocciatura su tutta la linea.

Dopo avere archiviato questo penoso episodio, utile comunque per avere scoperchiato il vaso di Pandora, passiamo agli aspetti più seri e più laici della questione. Quelli giuridici. Marco Cappato dei Radicali ed il Dott. Mario Riccio, il medico che ha praticato l’iniezione e ha sedato Welby, rischiano in teoria una condanna al carcere.

La questione è regolata dall’art. 32, comma 2. e 3. della Costituzione Italiana, dove si dice che

Nessuno può essere obbligato ad un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge…la legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana.”

La legge è solo quella che obbliga un individuo a sottoporsi a determinati trattamenti per tutelare la salute degli altri (per esempio una vaccinazione in caso di pericoli di contagio); in ogni caso è l’individuo l’esclusivo titolare della valutazione del trattamento in rapporto al valore costituzionale protetto della salute.

Nel caso Welby si può sostenere che, non avendo potuto esercitare autonomamente il diritto attribuito dall’art. 32, il medico che lo ha aiutato ha commesso omicidio ai sensi dell’art. 579 del codice penale che recita: “Chiunque cagiona la morte di un uomo, con consenso di lui, è punito con la reclusione da 6 a 15 anni“. In realtà il medico ha agito solo per permettere a Welby di ottenere ciò che gli garantisce la costituzione.

La morale è che se processo ci sarà porterà a tre soluzioni: 1) un’ingiusta condanna, 2) una logica assoluzione, 3) un dibattito sul tema ed un’eventuale emanazione di leggi per meglio regolamentare la materia.

In questa confusione chi porta su di sé le maggiori responsabilità sono le maggioranze trasversali cattoliche, dai Mantovano, ai Volontè, ai Rutelli fino alle Binetti. Se non ci fossero loro e la loro sete di vedetta contro chi ha osato, con coraggio e spirito di disobbedienza, portare agli occhi dell’opinione pubblica una tema così delicato e scottante che potrebbe toccare tutti noi, uno Stato laico che si rispetti non avrebbe la necessità di sottostare a tecnicismi, bizantinismi e provvedimenti giudiziari per tutelare un diritto così fondamentale di ogni essere umano: quelli di decidere come, quando e dove morire.

Nel frattempo dovremo continuare a sorbirci i sermoni papisti e i medici saranno i soli a sopportare il peso di una responsabilità per atti e decisioni quotidiane alle quali non si possono sottrarre. Piergiorgio Welby ha aperto una strada nella quale ora speriamo che qualche partito o movimento politico posa giocare le sue carte. Sarebbe di fondamentale importanza per la vita del nostro paese.

Round-up: Phastidio JimMomo RetoricaeLogica Bioetica TheMoteinGod’sEye

Caso Welby: l’ora degli sciacalli /2

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Torno sull’argomento Welby e come previsto il bello viene ora. Il Vicariato di Roma ha deciso: niente funerale religioso al defunto perché

era nota, in quanto ripetutamente e pubblicamente affermata, la volontà del Dott. Welby di porre fine alla propri vita, ciò che contrasta con la dottrina cattolica.”

Chi non è prono ai dogmi la paga. Chi non accetta il ruolo di traghettatore della Chiesa non ha diritto ai funerali religiosi. La Chiesa vuole decidere della vita e della morte, è l’unica che può decidere della salvezza e della resurrezione. Se invece qualcuno accetta la morte e decide della sua vita, il massimo che gli viene concesso è la preghiera per l’eterna salvezza. Insomma, ha fatto peccato ma preghiamo lo stesso, basta che non ci mostrino il cadavere. E la moglie ha deciso per la cremazione.

Il paradosso è la situazione nella quale si troveranno ora tutti i cattolici, appartenenti a famiglie cattoliche praticanti, malati e in condizioni simili a Welby. Devono sperare che il loro caso non abbia “rilevanza mediatica” e poi, se lo ritengono opportuno, togliersi la vita, ma di nascosto. Dio non li può vedere.

Nella stessa situazione si troveranno anche quelli in condizioni diverse da Welby ma solo perché possono decidere autonomamente se accettare o meno le cure dei medici. Loro potranno semplicemente uscire dall’ospedale ed attendere la morte senza medicinali, contro il parere di chi li avrebbe voluti curare.

In tutto questa confusione i Radicali non c’entrano nulla. La loro posizione è stata ingigantita dai media mentre tutti sappiamo bene che la battaglia di Welby è iniziata ben prima, è stata una battaglia sua, personale. Ha voluto andare incontro alla morte, scegliendo lui il come e quando e accettando questo evento imprescindibile.

Ma, si sa, l’accettazione della morte è come il demonio, toglie alla Chiesa il suo ruolo e le sottrae la possibilità di esercitare un controllo nei confronti degli individui nel momento in cui possono decidere in libertà. Chissà se ora la politica deciderà di svolgere il suo ruolo o preferirà ancora una volta, per opportunismo, di lasciare che su questa vicenda e su chi soffre si depositi la cenere dell’oblio.

p.s.: da leggere questo post di Bioetiche su “Renatino”!

Round-up: Phastidio TheMoteinGod’sEye, JimMomo, RadioRadicale, MassimoTeodori, MaurizioColucci (2), Joyce, Inyqua (2), Nullo, Sgembo, VivereeMorireaComo

Welby è morto: è l’ora degli sciacalli

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Piergiorgio Welby quando stava bene

Dopo avere scritto un articolo su Giorgio Welby ma solo per manifestare la nostra solidarietà e per chiarire da che parte stiamo, avevamo pensato di attendere gli eventi. Che ora sono precipitati. Giorgio Welby è morto, aiutato da persone misericordiose, ma il bello viene ora. E’ l’ora degli sciacalli.

Grazie a Chiara Lalli e Giuseppe Rigalzi, a Inyqua e a Malvino, sappiamo che lo sciacallaggio in politica può arrivare a limiti inaspettati anche per un paese come l’Italia, dove la politica assomiglia più ad un’operetta da avanspettacolo.

Ora c’è la caccia al medico, dietro la quale si cela la caccia a chi potrebbe decidere che la morte di Welby non sia da dimenticare, che questo caso abbia fatto emergere una volta per tutte questioni da affrontare e non più da ignorare.

La questione Welby era semplice: se uno di noi è ammalato senza speranza ma può alzarsi ed uscire da un ospedale rifiutando le cure e anche contro il parere dei medici, nessuno potrà obbiettare qualcosa. Anche se questa decisione porta dritta alla tomba in tempi brevi e senza cure. Ma se qualcuno è sottoposto a dei trattamenti dai quali non si può sottrarre perché impossibilitato, come Welby, in barba ai suoi diritti individuali, sacri ed inalienabili, chiunque lo aiuti ad interrompere le cure ed a morire, è passibile di una condanna fino a 15 anni di carcere.

Ora che questo è successo ed invece di lasciare che, eventualmente, la giustizia segua il suo corso c’è chi ha deciso di fare opera di sciacallaggio politico sulla memoria di Pergiorgio Welby e di utilizzare questo caso come clava nell’arena politica. Evidentemente il fascino ed il sapore del voto cattolico superano qualsiasi ragionevolezza.

E quindi abbiamo Alfredo Mantovano (AN) che punta il dito contro i criminali che “uccidono per propaganda politica allo scopo di invocare una legge che generalizzi la morte” (generalizzi la morte, chissà poi che vuol dire…), oppure Domenico Di Virgilio, responsabile sanità di Forza Italia (il nuovo partito, la nuova Forza Italia, se continua così non li votiamo più), che sostiene la necessità di prendere provvedimenti contro il medico: “va sottoposto a procedimento da parte degli organi competenti, sia professionali che giuridici“. Nota, badate bene, sottoscritta anche dalla Gardini, la Ceccacci e la Carlucci, tra le altre (chissà perché tante donne, boh). Lasciamo stare la Binetti perché alla fine ci interessa di più lui, il sommo, “l’individuo dalla carità pelosissima“, come l’ha definito qualcuno: Luca Volontè, il quale chiede l’arresto dei “colpevoli di questo omicidio“.

E noi facciamo come hanno fatto gli amici Inyqua, Jinzo e Malvino: scriviamo una mail a Volontè, al suo indirizzo alla Camera dei Deputati, volonte_l@camera.it. Scrivete anche voi, anche se siete d’accordo con lui, alla fine facciamo la conta così forse, emigra. E non dimenticatevi di leggere questo articolo, altissimo, di Alexis.

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