Guai a chi tocca, le gomme

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Lo sciopero dei trasporti è stato revocato, almeno pare. Non sapremo mai fino in fondo se ci siano state responsabilità governative e quali siano state. Forse questa brutta giornata si poteva evitare, fatto sta che costerà 70 milioni di euro al cittadino per i nuovi fondi introdotti in finanziaria e un ammontare non calcolabile per i disagi e i danni causati al paese.

Vogliamo essere magnanimi e riconoscere anche a chi trasporta merci il diritto a scioperare. Questo è un argomento delicato perché nella società in cui viviamo si potrebbe sostenere che qualsiasi trasporto di qualsiasi merce sia ormai un servizio essenziale. Ma ammettiamo pure che anche il camionista possa esercitare il suo sacrosanto diritto.

Non possiamo invece essere magnanimi quando questo diritto è esercitato prevaricando quello di chi, pur alla giuda di un camion, non vuole o non può scioperare. I documenti fotografici e le riprese di scene raccapriccianti, le violenze fisiche e psicologiche e i danni ai veicoli stanno a testimoniare quanto la furia rivendicativa e in taluni casi criminale abbia obbligato tutti i camionisti a lasciare i loro mezzi nei depositi. Chi ha provato a ribellarsi a questo diktat ha spesso pagato un prezzo altissimo.

L’economista di sinistra Pietro Ichino ha ieri rilevato quanto episodi di questo genere siano un pericolo per la democrazia e come dimostrino la preoccupante mancanza dello spirito delle regole condivise, fondamento per una convivenza civile. Non possiamo che allinearci a questa posizione ed ammonire i nostri governanti delle conseguenze alle quali vanno incontro se al rispetto delle regole antepongono i giochi del palazzo, facendo improbabili concessioni per poi annunciare trionfalmente il ritorno alla normalità.

Non è certo loro il merito mentre è certa la loro condivisione delle responsabilità per ciò che è accaduto. Gli italiani non sono come i francesi. I cugini transalpini hanno sopportato stoicamente il blocco dei trasporti pubblici per 10 giorni perché il governo non ha ceduto a chi voleva perseverare nel mentenimento di privilegi ormai obsoleti. Gli italiani devono invece sopportare le mancanze della politica, quella economica, e le mancanze della politica, quella che governa la giustizia e l’ordine pubblico. Gli italiani non sono stoici ma, prima poi, si stufano.

Ahi, ahi, Caprotti!

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Non è un mistero che questo blog abbia sostenuto l’Esselunga e Bernardo Caprotti. Abbiamo perfino citato Beppe Grillo e le sue posizioni in merito. Nel nostro articolo abbiamo spiegato come Caprotti si sia sentito minacciato e ricattato dai politici di sinistra e dalle Coop quando, nel pieno esercizio dei suoi diritti, avrebbe voluto vendere il suo gioiello.

Dopo i comunicati stampa e le pagine a pagamento sui principali quotidiani, Caprotti ora scrive un libro con la prefazione di Geminello Alvi. Ci spiega perché un’impresa libera e indipendente possa essere fortemente limitata nelle sue scelte strategiche quando i suoi interessi collidono con quelli di un colosso economico sì, ma politico anche. Soprattuto se è amico della sinistra. Ci spiega anche come questo intreccio e la conseguente limitazione della concorrenza siano un prezzo altissimo che gli italiani non dovrebbero pagare, specialmente in alcune regioni.

Insomma, Caprotti è un cavaliere solitario, un coraggioso, capace e tenace. Ma…

Esd è la sigla che rappresenta un’importante centrale di acquisto (14 miliardi di fatturato), della quale Esselunga detiene il 40%. Alcuni suoi funzionari sono stati condannati in primo grado a due mesi di reclusione con pena sospesa in quanto,

«in concorso tra di loro, nell’esercizio delle funzioni loro attribuite da Esd per il rinnovo dei contratti con le società Ferrero, Lavazza, Grissin Bon e Bahlsen avrebbero alterato con mezzi fraudolenti il libero esercizio del commercio concernente la distribuzione di alimentari, ossia con l’uso indebito di informazioni contrattuali praticate dal concorrente Coop in Italia, al fine di ottenere un maggior vantaggio economico non solo in relazione al contratto in corso di negoziazione (2004) ma anche in relazione ai contratti stipulati negli anni pregressi.»

Nel libro Caprotti ha omesso questa notizia. Il Financial Times, inoltre, lo ha criticato perché aveva alimentato speculazioni su potenziali acquirenti come Wal-Mart e Tesco e per avere riferito ad un giornale che si stava preparando a vendere.

«Fosse stata una public company a quest’ora dovrebbe vedersela con gli investitori e le autorità che regolano il mercato

Insomma, da un’ottica anglosassone, l’imprenditore brianzolo si è un tantino sputtanato.

Caprotti non ci sta. Dopo il libro rincomincia con gli spazi a pagamento e contrattacca sul Sole24ore. Visto che si parla tanto di rincari del grano e quindi della pasta, fa il saltimbanco sulla vicenda Esd ma sottolinea come la sua pasta sia molto meno cara di quella Coop. Speriamo che i guadagni su questo prodotto gli permettano di accantonare i 300 milioni di euro che ora la Coop gli chiede a titolo di indennizzo.

Cosa siano le Coop lo sappiamo tutti. Quanto siano un esempio dei peggiori legami affaristici tra l’economia e la politica, lo condividono in molti. Non ci vorremmo trovare ora nella morsa di un gruppo di affaristi ed un imprenditore con comportamenti poco cristallini. Sarebbe la fine di ogni speranza, significherebbe che uno degli ultimi simboli del popolo dei produttori non è meglio degli altri, pur se diverso.

Anti-capitalismo: la nuova bandiera di Ratzinger

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L’Italia assomiglia ogni giorno di più ad un grande palcoscenico. Durante lo scorso fine settimana il Papa ha recitato la parte del marxista. Si era preparato in modo accurato perché ha ripetuto con parole precise i precetti comunisti.

Ora lui è un anticapitalista:

«Quando prevale la logica del profitto, il capitalismo provoca gravi ingiustizie e incrementa la sproporzione tra ricchi e poveri»;

il richiamo è stato anche alla decisione per ognuno di «servire Dio o mammona,» come dice il Vangelo.

Il messaggio è chiaro: chi lavora e pensa solo ai soldi non vive secondo i precetti. Chi invece si muove soprattutto in una logica di solidarietà, ha il paradiso assicurato. Teorie economiche vaticane.

A parte l’evidenza sul fatto che se una azienda non fa profitto ci sono poche possibilità di redistribuzione, questo novello economista (o aziendalista), parla dal pulpito del Vaticano, uno stato nel quale non esiste una magistratura, che sfugge alle giurisdizioni del paese nel quale è inserito geograficamente e dove si sono prodotti alcuni crimini finanziari, esempi non proprio edificanti di solidarietà o di compassione.

A cesurare il Papa e le sue teorie economiche è un altro anticapitalista, Beppe Grillo, il quale gli ricorda che semmai lo sfruttatore, poco solidale, è proprio lui,

L’amministratore tedesco che gestisce due miloini di lavoratori in nero“:

chissà se adesso, oltre la protesta dei monaci buddhisti, avremo anche lo sciopero dei preti e delle suore.

Con nostra sorpresa, però, la stampa papista annuisce e sdogana Grillo:

«Il comico-tribuno è il catalizzatore di un pensiero fortemente critico nei confronti del sistema politico e questo orientamento preesisteva al V-Day. Grillo, grande animale da palcoscenico, l’ha fiutato, braccato, azzannato

Insomma come la mettiamo? Tutti contro tutti, papisti contro capitalisti, Grillo contro i capitalisti e i papisti. Un film? No, la realtà. Già.

Liberismo: nè di sinistra nè di destra ma liberale

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Un interessante articolo di Francesco Giavazzi sul Corriere, ci parla della questione Alitalia. La decisione della compagnia di bandiera di lasciare l’hub di Malpensa è vista come un’opportunità per rendere il mercato dei vettori aerei più competitivo in Italia, accogliendo le proposte della compagnia irlandese Ryan Air, pronta ad investire un miliardo di euro per sostituirsi alla nostra compagnia, ormai asfittica.

Giavazzi invita i politici a lasciare che le opportunità di mercato e l’efficienza siano fattori dominanti nelle decisioni sul futuro del traffico aereo nel nostro paese e conclude chiedendo se sarà possibile fare “qualcosa di sinistra?”.

La tesi di Giavazzi ed Alesina, contenuta nel loro ultimo libro, è quanto mai diffamatoria. Il diffamato è il liberismo o liberalismo economico e sociale. Come hanno chiaramente affermato alcuni illustri opinionisti, non è corretto incapsulare una corrente di pensiero all’interno di una ideologia politica. Specialmente quando si tratta di una scuola fondata da economisti poco favorevoli all’intervento dello Stato in tutti i gangli della vita sociale ed economica.

Giavazzi ed Alesina sono economisti liberisti ma votano a sinistra. Allora dovrebbero dirci la verità: vorrebbero riformare il modus operandi di questa sinistra e pensano che possa trasformarsi in una sinistra Blairiana, riformatrice in senso liberale. Il che, lo sappiamo bene, non è possibile.

Lo statalismo, le clientele, il rapporto di connivenza con il sindacato, il terzomondismo, la vocazione burocratica e redistributiva e la voglia di mantenere lo status quo sono la linfa di una sinistra italiana, stritolata nella morsa della sua eredità catto-comunista.

Alitalia ne è un esempio e non è certo invocando un intervento di “sinistra” che né Giavazzi né Alesina possono pensare di raddrizzare la barra di una compagnia ormai fallita da tempo. A onor del vero, Alitalia costituisce anche un esempio di corporativismo di destra. Berlusconi ha avuto 5 anni di tempo per fare qualcosa liberale “di destra” per la compagnia di bandiera e non ha fatto niente. In questo senso Giavazzi ed Alesina hanno ragione.

11 settembre 2007: la rinascita di Howard Lutnick

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Ieri era l’anniversario dell’11 settembre 2001, quasi tremila morti ed una ferita al mondo occidentale che difficilmente sarà dimenticata.

Howard Lutnick può essere considerato un simbolo della nostra civiltà. Non è un filosofo, né un magnate e neanche un politico illuminato. Semplicemente è l’imprenditore la cui società ha dovuto pagare il più alto tributo di morti nella strage del World Trade Center: 658 vittime, circa il 20% del totale.

Gli uffici della sua società occupavano cinque piani, dal 101 al 105°, del grattacielo numero uno, tutti sopra il punto di entrata dell’aereo. Lutnick, quel giorno, scampò alla morte per miracolo. La società, polverizzata nel crollo, era entrata in fase terminale, annullata. Oggi è tornata in vita.

La sua attività è il brokeraggio di obbligazioni. Oggi ne intermedia circa 265 miliardi di dollari al giorno. Un volume enorme rispetto all’attività seguita alla riapertura seguita all’11 settembre in un ufficetto di Midtown, due giorni dopo il crollo.

Molti hanno accusato Lutnick di essere un cinico per avere cancellato dai ruolini paga i morti ed avere continuato a lavorare come se niente fosse accaduto. Ma il rovescio della medaglia è che, grazie alla sua decisione di devolvere il 25% degli utili alle famiglie delle vittime, oggi la società annuncia che 190 milioni di dollari andranno in beneficenza.

La storia di Lutnick segna uno spartiacque tra il nostro mondo, occidentale, libero e magari anglosassone e quello rappresentato da chi, pilotando degli aerei contro le torri, non ha trovato nulla di meglio per affermare la sua esistenza. Significa che, nonostante tutto e nonostante i nostri egoismi ed errori, continuiamo a rappresentare una civiltà della speranza, del futuro, della vita. In questa epoca storica il nostro compito è di sconfiggere chi, invece, costituisce la propria civiltà sulla cultura della morte e della distruzione.

Oggi commemoriamo tutti i morti dell’11 settembre ma in particolare chi lavorava per Howard Lutnick: i dipendenti di uno dei più antichi broker finanziari, la Cantor Fitzgerald.

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