Benvenuto ai “deniers” del Global Warming

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Grazie a TheRightNation, al IlMangodiTreviso ed a IlPensatore, scopriamo questo articolo di Timothy Patterson sul riscaldamento del pianeta, apparso sul Financial Post. Patterson conclude con queste parole:

Entro il 2020, il sole inizierà il più debole dei cicli solari Schwabe degli ultimi due secoli, probabilmente portando con sé temperature particolarmente fredde sulla Terra. Iniziare ad adattarsi a questa Piccola Era Glaciale dovrebbe essere una priorità per i governi. E’ il global cooling, non il global warming, il maggior pericolo per il clima mondiale e specialmente per il Canada.”

Infatti, mentre il riscaldamento implica soprattutto la necessità di adattare le tecniche di coltivazione degli alimenti a quelle applicate nei paesi più caldi, un forte raffreddamento è causa, nei paesi più a Nord, di una loro possibile scomparsa.

Quindi, prepariamoci. Per adesso fa caldo e la canicola si alterna a fenomeni estremi di pioggia o vento. Ma tra poco comincerà a fare freddo. I problemi si faranno sentire appunto nell’ambito dell’agricoltura nonché in quello energetico e i paesi più esposti potrebbero accentuare la loro propensione per le guerre.

Intanto la teoria sul riscaldamento causata dal Co2 dilaga. Non passa giorno che i media non ci propinino documentari e servizi sugli innumerevoli aspetti di questo fenomeno. Qualsiasi industria fornita di ciminiera è un attentato alla vita del pianeta. Qualsiasi fenomeno atmosferico riconducibile al riscaldamento è una conferma che l’uomo, con la rivoluzione industriale, sta scavandosi la fossa. Gli scienziati, gli esperti, i politici e i responsabili del mondo dell’informazione, sono ora membri di una santa alleanza con la quale curano i loro interessi convergenti.

I dissenzienti sono messi alla berlina anzi, come è stato nel caso dell’AIDS o della mucca pazza, sono dannati e accusati di ignoranza. Loro sarebbero la vera minaccia, alla stregua dei negazionisti. Per fortuna che c’è Internet.

Io me ne sto qui e lascio Luca lì

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In questi giorni Luca di Montezemolo è salito in cattedra. Dà lezioni ai politici, li accusa di non avere meriti, anzi sostiene la supremazia del mondo imprenditoriale. Chissà se lui, prima dei disastri di Italia ‘90, della Campari, della Juventus e di anni di perdite stellari nella gestione della Maserati (inghiottite dagli utili della Ferrari), è mai stato a lezione.

All’epoca una lezione l’aveva imparata bene: come prendere soldi (e tanti) dalle persone alle quali presentava Giovanni Agnelli (come risulta da verbali ufficiali di udienze davanti ai giudici).

Insomma, la realtà della politica e del potere italiani, prima dell’imminente tornata amministrativa è: sinistra-centro con l’asse Prodi - D’Alema - Bertinotti; centro-destra con Berlusconi fedifrago e la sua nuova delfina Brambilla (già il nome dice tutto…); mondo delle imprese Luca di Montezemolo, ex-sprecone e opportunista da Oscar; Chiesa cattolica con Ratzi (ogni commento è superfluo, leggi i miei ultimi post e non solo); magistratura con Ingroia reintegrato alla procura antimafia di Palermo e Contrada in carcere a vita; sindacati che danno il colpo di grazia al cadavere di Alitalia a colpi di scioperi reiterati; le banche si salvano anche grazie a Profumo, l’unico che sia stato almeno una volta in Bulgaria. Un bel quadretto. Io me ne sto qui e mi tengo Micheline Calmy-Rey che canta.

La pratica austriaca: lavorare di più

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Non dovrebbe meravigliare l’accordo raggiunto in Austria tra i sindacati e le organizzazioni dei datori di lavoro. In futuro lì si potranno lavorare fino a 60 ore settimanali, il tutto semplicemente recependo una direttiva comunitaria, la 93/04, che, sulla base del principio di flessibilità, consente teoricamente di arrivare a 77 ore lavorate per settimana. Il totale delle ore lavorate è infatti calcolato non per settimane ma per mesi e la direttiva stabilisce che dopo otto settimane di orari al di sopra delle 40 ore occorre rientrare nell’orario normale per almeno due settimane.

Tanto per fare qualche esempio, l’orario medio annuo negli USA è di circa 2.000 ore di lavoro. La media europea è di 1.630. La Francia è a quota 1.390, l’Italia a 1.505 e la Gran Bretagna a 1.872. Gli economisti dicono che in Austria si sta applicando la cosiddetta “teoria austriaca del capitale, secondo la quale, lavorando tutta la settimana (tranne un giorno o mezza giornata), si arriva al pieno utilizzo degli impianti, ad un aumento della produttività del capitale e del volume di occupazione (l’Austria ha già solo il 4,3% di tasso di disoccupazione) e si consente un più rapido rinnovo dei macchinari.

Dovremmo spiegare questa realtà a Guglielmo Epifani e al Ministro del Lavoro, Cesare Damiano. Avrebbero sicuramente qualche difficoltà a comprendere perché a scuola, da giovani, non hanno imparato l’austriaco ma il russo, anzi, il bolscevico, con accento sindacalese.

Demagogie sulla pelle dei morti

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La cosa più stucchevole che risulta dalle dichiarazioni di larga parte della classe politica italiana durante la celebrazione della festa del 1° Maggio, è il ricorso alla commemorazione dei morti sul posto di lavoro.

Quasi fosse diventata una moda, Fausto Bertinotti, i sindacalisti e molti altri ancora hanno denunciato i comportamenti delle aziende, colpevoli di infischiarsene di qualsiasi norma che tuteli la salute dei propri lavoratori. Il Presidente della Camera ha dichiarato che non ci troviamo in un paese civile perché il numero dei morti è troppo elevato.

Qualcuno si potrà chiedere cosa ci troviamo di così stucchevole in tutto ciò. Innanzitutto, l’argomento sarà una meteora, buona per argomentare con qualcosa di inusuale una festa ormai poco significativa per come è intesa nel nostro paese. Possiamo star sicuri che, passati gli echi del 1° Maggio, tutto cadrà nel dimenticatoio.

Ma la cosa più sconcertante è che si invocano da più parti fantomatici interventi, anche di tipo legislativo, come se in passato non ce ne fossero stati. In cosa si dovrebbe intervenire visto che l’Italia si è dotata nel 1994 di una delle più complete e complesse leggi per la tutela del lavoro? La famosa (soprattutto per imprenditori e manager d’impresa) legge “626″ - insieme alla 494 del 1999 - sono da oltre dieci anni un marchio di fabbrica. Molti responsabili del Personale e della Sicurezza vivono ancora oggi con l’incubo del rispetto delle norme contenute in quella che potremmo definire la Bibbia della sicurezza. Non solo: ogni azienda ha l’obbligo di indicare al suo interno un referente, persona con responsabilità per l’implementazione a tutti i livelli della sicurezza in azienda.

Vorremmo sapere da Fausto Bertinotti, dai soloni sindacalisti che hanno pontificato in piazza e da tutti quelli che si sono riempiti la bocca: dove eravate negli ultimi 13 anni, dopo l’entrata in vigore della prima legge? Cosa avete fatto per farla applicare ed evitare tanti morti e feriti sui posti di lavoro? Quali statistiche siete in grado di mostrare al paese per dimostrare che i vostri interventi hanno portato alla diminuzione degli incidenti?

Non possono dimostrare niente, non possono dire niente, solo demagogia sulla pelle dei morti.

Divertente Telecom

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A volte è divertente osservare lo spettacolo del teatrino della politica. Indubbiamente in questi giorni lo è in modo particolare, visto che governo e Parlamento sono accerchiati. I nemici, o potenziali tali, vengono da oriente e da occidente, dalle Americhe e dalla steppa siberiana. Mai vista una cosa simile.

La situazione Telecom è quella che si presta, almeno per ora, ai commenti più succulenti. Ministri e parlamentari del sedicente Centro-Sinistra, sono spaventati, allarmati. La loro pelle non riesce più a trattenere quei fluidi velenosi che emanano fetore e che li obbligano, a volte indesideratamente, a dichiarare l’indichiarabile. Ovunque guardiamo, c’è da rabbrividire. Nicola Latorre:

«…credo che ci sia di che essere piuttosto preoccupati»;

Mario Barbi, consigliere del Presidente del Consiglio:

«un fatto contrario agli interessi del paese…L’esito pregiudicato di un’operazione condotta a debito e senza denari propri…Una cosa inquietante…i soliti capitalisti senza capitali»;

Fausto Bertinotti parla di «lesione della sovranità nazionale»; Gennaro Migliore, capogruppo di Rifondazione Comunista:

«non solo penso che si debba fare molta attenzione, ma penso che si debba impedire»;

la più bella è di Antonio Di Pietro, un ministro:

«Telecom è un asset fondamentale per l’Italia e non può essere oggetto di speculazioni…proporrò una norma, anche sotto forma di decreto legge, per rivedere le regole di governance e per impedire, da subito, che una minoranza possa decidere al posto della maggioranza degli azionisti».

Ci chiediamo dove erano questi personaggi quando Roberto Colaninno prima e Marco Tronchetti Provera poi compravano la Telecom a debito, controllandola con il gioco della piramide a scatole, con il 18% del capitale. Inoltre sembra sfuggire a qualcuno che la società è un public company e come tale dipende dai regolamenti della borsa. Quindi non si tratta di un asset ma di un numero di azioni che possono liberamente circolare sul mercato. Quel mercato che ha permesso alla Pirelli, insieme ai Benetton, di acquisire con una operazione di leverage il controllo di una compagnia telefonica. I soliti capitalisti senza capitali esistono da tempo immemore ma è solo quando si affaccia lo straniero che i politici se ne accorgono e si mettono in agitazione. Quando invece le società passano di mano tra squattrinati italioti, magari con l’assenso della politica, della Consob e delle banche, tutto fila liscio.

Noi non siamo preoccupati di At&t o di un ricco tycoon messicano né ci chiediamo quale sia il loro piano industriale. Di certo l’interesse per il controllo di Telecom non è una mera speculazione di borsa e, di certo, il piano industriale c’è. E siccome l’esborso di 2,7 miliardi lo fanno loro, pure loro deve essere il piano e nessuno ha il diritto di imporgliene un altro.

Qualcuno ha detto che non sarebbe corretto se la società fosse poi smembrata, attraverso la vendita ai messicani delle attività sud-americane. A noi è sembrata una battuta. Invece per altri è una cosa seria. Quindi ci chiediamo: perché c’è qualcuno che si preoccupa del destino delle attività sud americane? A che benefici dovrebbe rinunciare l’italianità di Telecom, orfana del Brasile o della Colombia?

La cosa che continua a preoccuparci, ora come allora, sono le inefficienze del principale fornitore di servizi di telefonia del paese. Mancanza di investimenti, scarsa professionalità, insensibilità ai fabbisogni degli utenti e sotterfugi per spolpare abusivamente i clienti, dimostrano come la regolamentazione del libero mercato nel settore delle telecomunicazioni sia ancora vittima di una mentalità da ex-monopolista. Autorità che non riescono a lavorare come dovrebbero, cartelli, pratiche illegittime non punite continuano a pesare come dei macigni sulle spalle dei poveri cittadini.

E dire che gli esempi di Vodafone e Wind dovrebbero indicare la strada ai politici. I quali non hanno avuto niente da dire quando in casa nostra sono arrivati prima i tedeschi di Mannesmann e poi l’egiziano Sawiris. Ma oggi, ça va sans dire, si tratta di americani, il peggio del peggio. E si tratta di Telecom, il santuario degli intrecci tra politica ed economia, tra banche e azionisti.

Se Tronchetti Provera non riuscirà a fare il colpaccio a 2,8 euro per azione, ci ritroveremo con tutti gli operatori di telecomunicazioni (Fastweb compresa…) in mani straniere, efficienti e con Telecom smembrata: un pezzo al mercato e un pezzo allo Stato. Allo Stato la rete fisica, i doppini e le centraline, ai privati gli accessi. Per fortuna che questa rete fisica, così come è oggi, la possiamo buttare, come lo Stato, così come è oggi.

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