
A volte è divertente osservare lo spettacolo del teatrino della politica. Indubbiamente in questi giorni lo è in modo particolare, visto che governo e Parlamento sono accerchiati. I nemici, o potenziali tali, vengono da oriente e da occidente, dalle Americhe e dalla steppa siberiana. Mai vista una cosa simile.
La situazione Telecom è quella che si presta, almeno per ora, ai commenti più succulenti. Ministri e parlamentari del sedicente Centro-Sinistra, sono spaventati, allarmati. La loro pelle non riesce più a trattenere quei fluidi velenosi che emanano fetore e che li obbligano, a volte indesideratamente, a dichiarare l’indichiarabile. Ovunque guardiamo, c’è da rabbrividire. Nicola Latorre:
«…credo che ci sia di che essere piuttosto preoccupati»;
Mario Barbi, consigliere del Presidente del Consiglio:
«un fatto contrario agli interessi del paese…L’esito pregiudicato di un’operazione condotta a debito e senza denari propri…Una cosa inquietante…i soliti capitalisti senza capitali»;
Fausto Bertinotti parla di «lesione della sovranità nazionale»; Gennaro Migliore, capogruppo di Rifondazione Comunista:
«non solo penso che si debba fare molta attenzione, ma penso che si debba impedire»;
la più bella è di Antonio Di Pietro, un ministro:
«Telecom è un asset fondamentale per l’Italia e non può essere oggetto di speculazioni…proporrò una norma, anche sotto forma di decreto legge, per rivedere le regole di governance e per impedire, da subito, che una minoranza possa decidere al posto della maggioranza degli azionisti».
Ci chiediamo dove erano questi personaggi quando Roberto Colaninno prima e Marco Tronchetti Provera poi compravano la Telecom a debito, controllandola con il gioco della piramide a scatole, con il 18% del capitale. Inoltre sembra sfuggire a qualcuno che la società è un public company e come tale dipende dai regolamenti della borsa. Quindi non si tratta di un asset ma di un numero di azioni che possono liberamente circolare sul mercato. Quel mercato che ha permesso alla Pirelli, insieme ai Benetton, di acquisire con una operazione di leverage il controllo di una compagnia telefonica. I soliti capitalisti senza capitali esistono da tempo immemore ma è solo quando si affaccia lo straniero che i politici se ne accorgono e si mettono in agitazione. Quando invece le società passano di mano tra squattrinati italioti, magari con l’assenso della politica, della Consob e delle banche, tutto fila liscio.
Noi non siamo preoccupati di At&t o di un ricco tycoon messicano né ci chiediamo quale sia il loro piano industriale. Di certo l’interesse per il controllo di Telecom non è una mera speculazione di borsa e, di certo, il piano industriale c’è. E siccome l’esborso di 2,7 miliardi lo fanno loro, pure loro deve essere il piano e nessuno ha il diritto di imporgliene un altro.
Qualcuno ha detto che non sarebbe corretto se la società fosse poi smembrata, attraverso la vendita ai messicani delle attività sud-americane. A noi è sembrata una battuta. Invece per altri è una cosa seria. Quindi ci chiediamo: perché c’è qualcuno che si preoccupa del destino delle attività sud americane? A che benefici dovrebbe rinunciare l’italianità di Telecom, orfana del Brasile o della Colombia?
La cosa che continua a preoccuparci, ora come allora, sono le inefficienze del principale fornitore di servizi di telefonia del paese. Mancanza di investimenti, scarsa professionalità, insensibilità ai fabbisogni degli utenti e sotterfugi per spolpare abusivamente i clienti, dimostrano come la regolamentazione del libero mercato nel settore delle telecomunicazioni sia ancora vittima di una mentalità da ex-monopolista. Autorità che non riescono a lavorare come dovrebbero, cartelli, pratiche illegittime non punite continuano a pesare come dei macigni sulle spalle dei poveri cittadini.
E dire che gli esempi di Vodafone e Wind dovrebbero indicare la strada ai politici. I quali non hanno avuto niente da dire quando in casa nostra sono arrivati prima i tedeschi di Mannesmann e poi l’egiziano Sawiris. Ma oggi, ça va sans dire, si tratta di americani, il peggio del peggio. E si tratta di Telecom, il santuario degli intrecci tra politica ed economia, tra banche e azionisti.
Se Tronchetti Provera non riuscirà a fare il colpaccio a 2,8 euro per azione, ci ritroveremo con tutti gli operatori di telecomunicazioni (Fastweb compresa…) in mani straniere, efficienti e con Telecom smembrata: un pezzo al mercato e un pezzo allo Stato. Allo Stato la rete fisica, i doppini e le centraline, ai privati gli accessi. Per fortuna che questa rete fisica, così come è oggi, la possiamo buttare, come lo Stato, così come è oggi.