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“Quando ero piccolo”. Lettera di un musulmano francese


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Petit on ne me parlait pas d’intégration. Mes parents se sont adaptés à la vie des français sans jamais perdre leurs origines. Moi j’ai pas compris ça. J’ai voulu tout gommer. Ressembler à tout sauf à un arabe et encore moins à un musulman. M’embourgeoiser, ne plus être pauvre. J’ai même une fois changé de prénom. j’ai été italien à l’étranger. Ca m’a dépanné quelques temps. Mais revenu parmis les miens, je suis redevenu moi. J’ai galéré avec cette nouvelle-ancienne identité. Je ne savais plus comment évoluer.

Alors j’ai emprunté des chemins qui m’ont détruit. Drogue, mensonges, colère, enfermement social et psychologique. Je suis en train de comprendre qu’il ne faut pas s’intégrer. Il faut s’adapter les uns aux autres. Grandir ensemble sans se dénaturer individuellement. La nature de tous est essentielle pour créer un environnement équilibré. La mienne est aussi importante que celle qui domine.

Quand j’entendais le mot bosquet, j’imaginais un groupe d’arbres. De la même manière, à l’évocation du concept de français je ne voyais que l’image du français de souche. La vérité c’est que ce concept de français est plus subtil que ça. Dans un bosquet il y a des arbres mais il ne sont pas tous pareils.

Je ne suis pas comme tout le monde et pourtant je fais partie du groupe qu’on le veuille ou non. A moi d’imposer mon existence. Aux autres de me laisser ma place.

Da piccolo non mi parlavano di integrazione. I miei genitori si sono adattati alla vita dei francesi senza mai perdere le loro origini. Io non l’ho capito. Ho voluto cancellare tutto.

Assomigliare a tutto fuorché ad un musulmano. Imborghesirmi, non essere piú povero. Una volta ho anche cambiato di nome. Ero un italiano emigrato. Mi ha aiutato per un pò. Ma, tornato dai miei, sono ridiventato me stesso. Sono sopravvissuto con questa nuova e con la vecchia identità. Non sapevo piú come evolvere.

Allora ho preso strade che mi hanno distrutto. Droga, bugie, collera, chiusura sociale e psicologica. Capisco che non ci si deve integrare. Bisogna adattarsi, gli uni agli altri. Crescere insieme senza snaturare la propria identità. La natura di ciascuno é essenziale per creare un ambiente equilibrato. La mia é tanto importante quanto quella dominante.

Quando ascoltavo la parola « boschetto », immaginavo un gruppo di alberi. Allo stesso tempo, evocando il concetto di « francese » non vedevo che il francese originario. La verità é che il concetto di francese é qualcosa di piú sottile. Nel boschetto ci sono degli alberi ma non sono tutti uguali.

Non sono come gli altri e tuttavia faccio parte del tutto, che si voglia o no. Sta a me d’imporre la mia esistenza. Agli altri di lasciarmi il mio posto.

Bye Alitalia

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Avevamo scritto che, comunque fosse andata, la vendita di Alitalia sarebbe stata una débacle per il paese. Non potrà essere altrimenti perché una società di quelle dimensioni, in un settore strategico come i trasporti, con quel cumulo di perdite e le storture di mercato che si trascina da anni non può essere acquistata da qualcuno senza conseguenze.

Le conseguenze ci saranno e saranno pesanti. Malpensa, costruita ex novo pochi anni fa, 20 milioni di passeggeri e migliaia di posti di lavoro, sarà ridimensionata. Alitalia sarà inglobata nella più grande compagnia aerea del mondo e non si sa che fine farà. Il mondo del trasporto aereo nostrano sarà governato da altri, non da noi e speriamo in bene.

Dopo che Padoa Schioppa ha dato il via all’acquisto da parte di Air France i politici di destra e di sinistra del nord insorgono. Volevano essere “preventivamente consultati” e, vista la mal parata, ora minacciano la piazza oppure insistono per una moratoria, quasi che per l’aeroporto lombardo fosse stata decretata la pena di morte.

Solo Mercedes Bresso pone il dito sulla piaga. Dice che anche se gli slot Alitalia saranno ceduti ad altre compagnie più competitive, i problemi saranno risolti solo a metà. I problemi, quelli strutturali, saranno ancora lì e per quelli dovremo ringraziare proprio chi strilla.

Malpensa è un progetto nato obsoleto e soffre di ritardi infrastrutturali paurosi rispetto alla sua importanza e alle potenzialità. Vorrebbero che si tenesse conto del suo ruolo di “hub” ma per essere tale dovrebbe essere raggiungibile facilmente dalle principali città italiane del nord mentre, da Milano, per esempio, spesso è più facile andare a Bergamo. A chi è capitato di atterrare da sud e sedere sul lato ovest di un aereo, la vista della superstrada di raccordo con la MI-TO, asfaltata solo a metà, deve essere apparsa un fantasma.

Insomma, i Formigoni, le Bresso, i Penati e tutti i leghisti, dove erano? Che hanno fatto per risolvere il problema Alitalia e quello di Malpensa durante gli anni di governo? E dove era il Cavaliere, capitano d’industria, l’uomo che doveva introdurre in politica i sani principi dell’efficientismo aziendale? Ovvio, o era in elicottero o sul suo Gulfstream, un po’ lontano per accorgersi dei problemi veri.

Ora non si può più piangere. Si può solo sperare che francesi ed olandesi siano clementi con noi poveri mangiaspaghetti, artisti e corrotti. Sperare che si crei spazio per altri vettori con il gusto del rischio e della competizione. Sperare che la competizione sia possibile in un mercato, quello delle rotte MI-Roma, in cui i vettori italiani la fanno da padroni a spese dei viaggiatori.

Chissà se la soluzione invocata da Beppe Grillo, quella di vendere Malpensa a Ryanair, non sia poi così inverosimile. In altri paese l’avrebbero presa in considerazione, nel nostro ne dubitiamo: se passasse di mano non si potrebbero più riassumere gli addetti che rubano nei bagagli.

Sarkozy papista a sorpresa

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Chissà se, diventando cattolico, Tony Blair si sarà domandato il significato del nuovo termine coniato dal suo collega, capo di stato francese, Sarkozy: laicità positiva. Forse si riferiva a quella non troppo laicista, quella “fanatica”. Dopo Blair convertito, abbiamo ora quindi Sarkò convertendo. A cosa? Ma all’abbraccio universale del clero papale, alle sue radici di fervente cristiano cattolico, radicato nella religione, radice della Francia e quindi dell’Europa.

Avevamo detto che quando Sarkò si muove al di fuori dei confini d’oltralpe non ci piace per niente. La visita al Papa è stata un’altra occasione per dimostrare il suo opportunismo al servizio del potere ed in accordo con i potenti. C’è bisogno di fare affari? Bene, vendiamo un po’ di energia nucleare a di aerei ai dittatori, tanto tutto fa brodo. Dobbiamo mostrare la nostra vena umanitaria? Benissimo, lingua in bocca con i terroristi, convertiti pure loro, beninteso.

Ma il poligamo seriale” Sarkozy, come lo ha definito Stefano, non ce lo aspettavamo prostrato davanti al Papa, a giocare al cattolico dei cattolici. O al merovingio onorario, come lo ha definito Malvino. Invece eccolo lì, nell’improbabile tentativo di rimettere la religione al centro della vita pubblica. Da oggi la laicissima Francia deve tenere conto di un avvertimento:

La morale laïque risque toujours de s’épuiser quand elle n’est pas adossée à une espérance qui comble l’aspiration à l’infini”.

Quindi, cari francesi, preparatevi: da oggi, la domenica niente più gite in campagna ma solo messa e preghiere. Poveretti.

Hat tip: l’ultimo post di Malvino sull’argomento

Alitalia, comunque vada siamo messi male

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Il ministro Bianchi dichiara che una decisione sulle sorti di Alitalia si prenderà solo dopo le feste. Lui sente il bisogno di riflettere ancora, come se la vicenda della nostra sconquassata compagnia di bandiera fosse nata ieri. Intanto il vettore continua a costare qualche milione di euro ai contribuenti italiani, perde quote, credibilità e il suo titolo cade a picco.

L’indecisione del ministro mostra gli effetti deleteri dell’azione politica quando si immischia nelle vicende di mercato con obbiettivi che vanno contro il mercato. Bianchi vorrebbe Air One perché i sindacati così vogliono. Poco importano le conseguenze commerciali.

La vicenda è un amaro esempio delle decadenza italiana. Sono mesi che il governo, a parole, dice di volere sistemare in mani amiche la compagnia di bandiera. Sono mesi che non succede niente, se non un fuggi fuggi di potenziali acquirenti. Sono mesi che il paese ci fa una pessima figura.

Ora siamo al rede rationem. Molti vorrebbero la vittoria di Air France perché una compagnia di successo, privata, di grandi dimensioni e orientata al mercato darebbe allo sconquassato vascello un colpo di timone salutare. Ma anche qui i dubbi restano perché Air France-Klm soffre comunque dei mali tipici delle ex-società statali, è molto sindacalizzata e non attua una politica multi-hub, il che significherebbe un enorme danno all’operatività di Malpensa.

Altri, invece, vogliono Air One, vettore italiano appoggiato da una banca italiana. Si salvaguarderebbero l’italianità ed i due hub ma sarebbe una operazione poco commerciale, centrata sulla redditività di quel 90% di quota di mercato della ricca rotta Milano-Roma.

Insomma, comunque un bel disastro. A farne le spese saranno gli utenti e così il paese, nell’una o nell’altra soluzione. Dobbiamo ringraziare tutti per averci portati in questa situazione: i governi di destra e di sinistra, incapaci di prendere il problema per le corna; i sindacati che si divertono a far scioperare i dipendenti più tutelati e privilegiati di tutta la galassia dei vettori aerei; i dipendenti, accomunati da quella loro spocchia e arroganza che ci accoglie con accento vagamente romanesco ogniqualvolta saliamo a bordo.

Che si doveva fare? Chi scrive vive in un paese ricco e prospero. Eppure anche qui, qualche anno fa, un management di pazzi furiosi ha mandato a gambe all’aria la compagnia di bandiera. Oggi è rinata sotto l’ombrello di una grande compagnia estera e funziona benissimo, anzi è una delle migliori compagnie europee. Il segreto? Hanno seguito il mercato, ma per davvero, fino al fallimento.

Sarkozy mette a dieta la Francia e gli avvocati divorzisti

Notaio Botero

Come previsto la maggior parte dei giornali hanno riportato in modo parziale la notizia del lancio delle riforme volute da Nicolas Sarkozy per rivoluzionare la pubblica amministrazione francese. È comprensibile l’interesse per le nuove procedure atte a semplificare i divorzi da un punto di vista burocratico ma gli obbiettivi di cambiamento che si pone il Presidente francese vanno ben al di là di questa pur interessante notizia.

Dopo l’avvento del muscoloso e deciso Sarkò, la Francia ci piace ancora poco sui temi di politica estera, a causa del suo smaccato opportunismo, mascherato da interventismo. I diritti umani, tanto presenti nel motto della “République”, rimangono sul suolo francese quando le opportunità di vendita di centrali nucleari o di aerei a paesi dittatoriali si fanno interessanti. Né ci entusiasma il ritornello su un possibile ritorno a politiche protezioniste.

All’interno del paese, invece, Sarkò ci diletta. Vuole che il paese si scrolli di dosso le derive socialiste, apparentemente ugualitarie ma causa del radicamento di privilegi inaccettabili. Non indietreggia davanti alla minaccia di paralisi del paese, quando 10 giorni di sciopero paralizzano i trasporti. Vuole riformare tutto e difende ad oltranza l’operato dei suoi ministri.

La Francia ha l’apparato burocratico più mastodontico d’Europa. Efficiente, è vero, ma troppo costoso e macchinoso. Ora il programma presidenziale prevede circa 100 misure, volte a raggiungere un sistema ancora più efficiente e, soprattutto, meno costoso.

L’esempio preso è quello della Germania. La differenza della spesa per la Pubblica Amministrazione tra i due paese è di circa 150 miliardi e Sarkozy ha così commentato:

«Chi mi dice che su questi 1.000 miliardi (l’ammontare totale della spesa per la burocrazia in Francia ndr), non è possibile fare delle economie senza ridurre la qualità del servizio pubblico, nega qualsiasi idea di progresso».

Vale la pena, comunque, parlare anche del divorzio. In futuro in Francia si potrà divorziare davanti ad un notaio, sempre che i coniugi lo vogliano in modo consensuale. Per gli interessati si tratterà di un risparmio di tempi e di costi e l’apparato giudiziario ne beneficerà per l’eliminazione di attività non necessarie nelle aule dei tribunali.

Tutte queste cose in Italia non sono neanche lontanamente pensabili. I governi di sinistra e di destra non hanno mai intrapreso nessuna iniziativa concreta per semplificare l’operato della burocrazia. Il motivo è semplice: nel nostro paese il burocrate non è al servizio del cittadino ma di sé stesso e della politica. Se il suo lavoro non è più complicato o è addirittura inutile, la sua esistenza cessa di esistere e, con essa, l’interesse della politica a mantenerlo in vita. Il cittadino esiste per tenere in vita il burocrate, non è il burocrate che aiuta a vivere il cittadino.

Così, oltre ai costi a carico della comunità, il rapporto con i cittadini è complesso e conflittuale e il paese arretra, nonostante un settore privato che tira la carretta. A questo problema strutturale ne aggiungiamo un altro: l’Italia non ha un Sarkozy né può pensare di partorirlo. Glielo impedisce anche un sistema elettorale e di regolamenti, ora in discussione tra i principali leader del paese. Pensiamo davvero che partoriranno un elefante? O, piuttosto, un topolino?

P.s. è un italiano, un “cervello in fuga” ad aiutare la Francia nella riforma dello Stato. Volere è potere.

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