Ségolène Royal batte gli avversari ed è la candidata

Royal.jpg

Si chiude con il terzo dibattito televisivo la battaglia mediatica tra i tre candidati socialisti all’elezioni primarie del partito del 16 novembre prossimo. Nonostante abbia perso ancora terreno secondo un sondaggio effettuato dopo il dibattito, Ségolène Royal sembra non avrà problemi ad aggiudicarsi al primo turno il titolo di sfidante. E’ stata giudicata la candidata più convincente, anche se lo è stata meno che nei primi due dibattiti. Le preferenze per la presidentessa della regione di Poitou-Charente, sono passate dal 62% al 58%, con Strauss-Kahn in rimonta dal 32% al 36% e Laurent Fabius stabile al 6%.

Secondo i simpatizzanti socialisti, è lei ad avere “la statura per affrontate Nicola Sarkozy, candidato della destra che non sembra avere rivali. I servizi stampa del Partito Socialista, hanno comunicato che il numero esatto di votanti per le primarie sarà di 218.771 iscritti e se nessuno dei candidati otterrà la maggioranza assoluta, il secondo turno tra i primi due piazzati è previsto per il 23 novembre.

Visto l’esito scontato, non occorre quindi soffermarsi sulle posizioni assunte da Strauss-Kahn e Fabius nel corso del dibattito, incentrato sulla politica estera. Piuttosto rimane interessante capire la posizione della Royal su alcuni temi fondamentali di questo periodo storico. Sull’Unione Europea, La Royal ha auspicato una ridefinizione delle regole di funzionamento della Comunità, soprattutto a seguito dell’allargamento; dopo questo processo si augura che i francesi possano accettare una nuova costituzione. Sempre in materia comunitaria, si è dichiarata contraria all’entrata della Turchia nella UE, perché in questo momento non ci sono le condizioni. Se tra 10-15 anni (…) vi saranno le condizioni, la Turchia potrà chiedere di entrare ma gli europei portanno comunque decidere negativamente con un referendum. Sul conflitto israelo-palestinese, si è mostrata aperta al dialogo e al rinnovo degli aiuti ai palestinesi e crede che un gruppo di paesi scelti in seno alla UE potrebbe svolgere un ruolo fruttifero di mediazione tra le parti.

Il tema che ha causato le maggiori critiche dell’opinione pubblica e dei suoi avversari è stato quello dell’Iran; la Royal è fermamente contraria a qualsiasi proseguimento dello sviluppo del nucleare in quel paese e sostiene che anche l’arricchimento di uranio per scopi civili violerebbe i trattati di non proliferazione. Strauss-Kahn ha subito approfittato di questo svarione, ricordando che i trattati riguardano solamente l’utilizzo del nucleare per scopi militari, che la Royal non conosce i trattati e che in questo modo la Francia non potrà mai essere rispettata sul piano internazionale. Ségolene Royal è tornata il giorno dopo sull’argomento, sostenendo il contrario e, pure consapevole del fatto che i trattati riguardano solo l’aspetto militare, ha dichiarato che è implicito nel rifiuto dell’Iran di essere controllato nei suoi programmi di sviluppo, il tentativo di sviluppare un’arma nucleare.

Infine, sia la Royal che gli altri due candidati hanno concluso il dibattito sul tema dei rapporti con gli USA, dando per l’ennesima volta l’esempio di come la Francia non si sia ancora rimessa dal trauma di Omaha Beach. Fabius ha parlato del rifiuto di diventare “il barboncino di Bush“, Strauss-Kahn ha detto che “non c’è ragione di farsi sottomettere“. La Royal ha concluso in crescendo:

«Non possiamo assolutamente aderire al concetto di guerra preventiva, né al concetto di lotta contro il bene e il male, né al disimpegno dal Medioriente, nè alla tentazione di onnipotenza, né all’unilateralismo o al protezionismo…non possiamo tollerare che la prima potenza del mondo rifiuti di ratificare il protocollo di Kyoto. Sì all’alleanza con il popolo americano, no a lasciarci divorare o prelevare il nostro cervello e la nostra metria grigia in Europa.»

Con queste posizioni non propriamente filo atlantiche, il confronto con la destra si è definitivamente polarizzato. Non resta ora che aspettare la conferma definitiva ed entrare quindi nel vivo della campagna elettorale, lunga più di sei mesi e certamente avvincente, visti i personaggi, al contempo interessanti e nuovi sull’arena politica francese ed europea.

Per quanto gli italiani possano essere divisi nelle loro tendenze politiche, crediamo che tutti siano accomunati nello stupore di vedere un paese “antico” come la Francia, nel quale il sistema politico ha raggiunto una maturità dell’alternanza che dà la possibilità a tutti i partiti di fare emergere le individualità migliori.

Francia: un anno dopo

Banlieue_Francia.jpg

Nicolas Sarkozy si era lamentato già la scorsa settimana per “l’agitazione mediatica intorno ad uno pseudo-anniversario“. Per il leader dell’UMP non c’è quindi la necessità di ricordare l’anno trascorso dall’inizio dei disordini nelle banlieue francesi perché lui preferisce rivolgersi alla “Francia che non rompe nulla“.

«Per me non c’è nessun anniversario. C’è una Francia che è multiforme e ciascuno deve sentirsi considerato e rispettato. Non è perché non si bruciano degli autobus che non c’è sofferenza, inquietudine, bisogno, aspirazioni e richieste. Lo Stato repubblicano non può preoccuparsi unicamente di quelli che si comportano male ma anche dei sei milioni di cittadini anonimi che vivono senza domandare niente ma vogliono essere rispettati…anche questa Francia conta.»

Nel giorno del (non)anniversario, la Francia brucia ancora. Le auto continuano ad essere incendiate nella periferia parigina ed i passeggeri terrificati devono scappare prima che i facinorosi diano fuoco ai mezzi pubblici. Un anno fa i disordini avevano preso spunto dalla morte di Zyed Benna e Bouna Traoré, rimasti intrappolati all’interno di una cabina elettrica prima di morire fulminati. Nelle settimane successive le cifre dei disordini erano state impressionanti: 10.000 veicoli incendiati (1.400 solo nella notte del 7 novembre), 4770 persone fermate, 422 trattenuti in prigione, 577 denunce contro minori, 126 poliziotti feriti, 100 esercizi commerciali danneggiati, 233 stabili pubblici incendiati, 200 milioni di euro di danni.

Da allora la situazione non è migliorata, con un aumento costante rispetto agli anni precedenti, degli atti vandalici verso le cose e le persone. L’esplosione di violenza di un anno fa è stata il culmine di una continua escalation dei disordini urbani negli ultimi anni, passati da poco più di tremila nel 1993 ad oltre 110.000 nel 2005 e i dati dell’anno in corso confermano questa tendenza. Lo stato francese ha cercato di correre ai ripari, allo scopo di togliere dalle strade i giovani delle zone a rischio, procurare loro un lavoro o una migliore istruzione. 46.000 persone sono state indirizzate a programmi di formazione per il lavoro e 84.000 alloggiamenti sono stati costruiti ex-novo così come 182.000 alloggiamenti in case popolari sono stati ristrutturati. Nel 2007 il budget previsto in interventi atti a evitare che si ripetano questi disordini è di 3,7 miliardi di euro solo per la città di Parigi e prevede spese nei vari campi sociali, dalla sanità alle infrastrutture, dalle scuole al lavoro.

Gli avvenimenti dell’ottobre 2005 hanno cambiato in modo profondo l’atteggiamento di migliaia di famiglie verso la polizia e la giustizia in generale. Nella comunità maghrebina e turca, la percentuale di cittadini che si dichiarano fiduciosi nell’operato delle forze dell’ordine è del 58% contro il 75% della media nazionale. I genitori spesso stanno dalla parte dei figli che scendono nelle strade ed incendiano auto e cassonetti. A volte sono immigrati da paesi nei quali, le violenze dei poliziotti durante le guerre di liberazione sono ancora impresse nella loro memoria. Oppure si tratta di famiglie dedite a traffici illegali, che approfittano di questa situazione per creare verso la polizia una cortina fumogena.

Un recente rapporto dei servizi segreti, denuncia che, nonostante gli sforzi governativi, le condizioni alla base dei disordini di un anno fa, sono ancora presenti nelle società dei quartieri a rischio. Ormai i ragazzi, soprattutto i minorenni, cercano il confronto diretto con la polizia e i dati relativi ai primi sei mesi del 2006 stanno a dimostrare questo dato. I servizi puntano il dito anche contro i giornalisti e gli organi di informazione, troppo presenti nelle zone a rischio con le loro inchieste e troppo ficcanaso nelle periferie; la denuncia è quella di attizzare la tensione.

L’unico dato positivo è che sembra confermata l’inesistenza di una regia comune, di una rete di controllo delle iniziative vandalistiche perché i pochi episodi di “solidarietà idealistica” si scontrano con le esigenze di chi controlla le economie sommerse dei quartieri, dedite ad attività illegali.

La Francia si appresta ad entrare nella fase finale delle elezioni presidenziali. I problemi legati all’immigrazione e quindi ai disordini urbani, sono ormai diventati uno dei temi principali sui quali si giocherà la corsa all’Eliseo. Né Sarkozy né Ségolène Royal sono disposti a fare concessioni e non mancano di esprimere la loro posizione di rigore. Sarko non ha mai nascosto il suo disprezzo verso i teppisti, la “racaille” e Ségolène ha fatto da sempre la sua parte cerdando di non offrire il fianco a chi, nella sinistra, stigmatizza da sempre l’arrendevolezza nei problemi legati all’immigrazione ed alla criminalità.

Per il momento si spera che le prossime feste dei Santi e la recente fine del Ramadan, non siano un’occasione per rivivere un incubo del quale i francesi e noi tutti vorremmo dimenticarci.

Trackbacked to: TheRightNation

Ségolène Royal in picchiata nei sondaggi

Royal_DSK_Fabius.jpg

Ségolène Royal, alla fine del dibattito tenutosi ieri al teatro Zénith di Parigi alla presenza di quasi 6.000 iscritti al partito, ha detto:

«La démocratie, c’est comme l’amour: plus y en a, plus elle grandit».

Di “amour” in questo momento la bella Ségolène ne ha molto bisogno. Deve consolarsi per il brutto colpo ricevuto dai sondaggisti dopo il secondo dibattito televisivo tra i tre candidati socialisti, tenutosi questa settimana.

Prima del dibattito, la Royal aveva fatto una mossa azzardata, lanciando una sfida ad avversari e militanti. Aveva proposto l’istituzione di giurie popolari per i politici eletti a tutti i livelli. La sua proposta prevederebbe una modifica della Costituzione per

“chiarificare e precisare il modo con il quale gli eletti potrebbero essere obbligati a rendere conto ad intervalli regolari attraverso delle giurie popolari di cittadini estratti a sorte, che valuterebbero le politiche pubbliche”.

Le reazioni non si sono fatte attendere. Il primo a rispondere è stato Max Gallo, storico ed ex-ministro mitterandiano, che ha definito inutile il tentativo “maoista” di mettere i politici sotto controllo perché “in democrazia non esiste niente di meglio del suffragio universale per rendere conto del proprio operato“. Gli ha fatto eco Alexis Brézet in un editoriale sul Figaro, intitolato “Ségolène au pays del soviet“, nel quale, alla fine, l’accusa di “poca intelligenza politica” quando scivola in certe forme di populismo.

Il secondo dibattito, a differenza del primo, è stato più vivace e più diretto. I temi della famiglia e della scuola hanno favorito la Royal perché sono quelli sui quali tradizionalmente si muove meglio. Ma le giurie popolari hanno rappresentato il clou della discussione, nella quale Laurent Fabius ha detto senza mezzi termini che questa idea balzana non potrà far altro che offrire il fianco alla destra e Dominique Strauss-Kahn ha definito i termini usati come “mal scelti“. Gli analisti non avevano previsto alcuno spostamento di preferenze dopo la seconda tornata, nella quale solo Strauss-Kahn pareva avere guadagnato qualche punto.

La sorpresa invece è appunto arrivata ieri sera allo Zénith, dove già prima dell’arrivo dei protagonisti pareva di stare sugli spalti di uno stadio. Ad infiammare i simpatizzanti ci ha pensato il primo intervento di Laurent Fabius nel quale, riferendosi alla novità delle giurie popolari, ha detto:

«Stasera vorrei proporre l’idea più nuova, quella che non avrà rivali: che nel 2007 il candidato designato dal Partito Socialista, applichi il progetto dei socialisti!»

Subito dopo la Royal ha fatto l’errore di controbattere l’uscita di Fabius ed è stata subissata di urli e fischi quando ha detto:

«Le classi popolari non torneranno verso di noi semplicemente perché agitiamo lo spettro del progetto socialista.»

Al grido della platea: «E il tuo, di programma?» Ségolène ha detto la frase citata in apertura di questo articolo e aggiunto uno dei suoi slogan preferiti: «N’ayons pas peur du peuple!» Nonostante il suo tentativo finale di difendere le giurie popolari, ormai la serata si era messa male per lei e nel finale è arrivato Dominique Strauss-Kahn, il vincitore, a dare il colpo finale alla povera Ségolène, assestando un paio di frasi urlanti:

«L’ordine è necessario ma da solo non fa un progetto! Il socialismo è il movimento è avanzare!»

Ora La Royal si trova nei guai e l’ultimo sondaggio la vede in caduta di 15 punti nelle preferenze all’interno dell’area socialista. Per noi questo non cambia un gran chè, visto che la rimonta dei suoi avversari, salvo colpi di scena, non dovrebbe rendersi possibile. Ci preoccupano di più quelli che, nello schieramento opposto, cercano goffamente di correre dietro alle iniziative socialiste, aggiugendo un po’ di populismo alla loro visione politica, della quale tutto possiamo dire ma non che si caratterizzi come tale. In questi mesi queste uscite pericolose sono solo foriere di strumentalizzazioni; ma c’è ancora chi non le fa e mostra ogni giorno di più di avere la testa sulle spalle.

Le 35 ore e i socialisti francesi

Francia_35_ore.jpg

Uno degli argomenti più rappresentativi del primo dibattito televisivo tenutosi tra i tre candidati alle elezioni primarie nel Partito Socialista, è stata la questione delle 35 ore lavorative settimanali. La storia di questa vicenda è nota: Lionel Jospin ed i suoi compagni socialisti, ne fecero il cavallo di battaglia della campagna elettorale che li portò alla vittoria nel 1997, dopo che, inopinatamente, Jacques Chirac e l’allora Primo Ministro Alain Juppé, avevano sciolto l’Assemblea Nazionale ed indetto nuove elezioni. Era stata una bandiera sventolata dal PS con successo, al motto di “Lavorare meno, lavorare tutti!” ed aveva dato i suoi frutti con la vittoria dei socialisti, pronti a cavalcare con quello slogan un sentimento diffuso di insicurezza, causato dagli alti livelli di disoccupazione.

Le leggi sulle 35 ore lavorative sono anche conosciute come “leggi Aubry“, dal nome di Martine Aubry, figlia di Jacques Delors e Ministro de Lavoro nella prima fase del governo Jospin. In realtà il governo socialista ha legiferato in materia due volte, la prima nel 1998 (legge entrata in vigore nel 2000), riguardava le aziende pubbliche e quelle private con oltre 20 dipendenti. La seconda nel 1999 (entrata in vigore nel 2002), è stata oggetto di eccezioni che l’hanno di fatto ammorbidita. Con l’avvento al governo del Centro-Destra nel 2002, le leggi non sono state abrogate ma le facilitazioni date alle imprese per l’utilizzo del lavoro straordinario, hanno svuotato molti dei loro contenuti e significati.

Nel dibattito del 17 ottobre scorso, nonostante i tre candidati abbiano tutti ribadito e sottolineato la loro fedeltà al programma socialista, che prevede la prosecuzione dell’esperienza, in realtà ognuno ha preso una posizione diversa, esprimendo così uno dei fattori discriminanti tra tre visioni diverse del mondo del lavoro e delle imprese. Ségolène Royal, pure cercando di tenersi alla larga dall’argomento, ha dovuto ammettere che ha qualche perplessità. Infatti, secodo la sua visione, non tutti i lavoratori hanno avuto dei benefici dall’introduzione di questa norma, che penalizza i ritmi di lavoro. Anche Strauss-Kahn ha espresso qualche dubbio mentre Laurent Fabius non si è smentito nel suo ruolo di socialista “no-global”, auspicando una applicazione delle “leggi Aubry” autenticamente rigorosa e sostenendo la necessità di ritornare alle origini, attraverso l’applicazione obbligatoria da parte dello Stato.

L’esperienza francese ha dimostrato che l’introduzione di questa norma non ha sicuramente risolto il problema per il quale era stata pensata e voluta: la disoccupazione. Il mercato del lavoro francese ha continuato a soffrire fino a poco tempo da di una endemico tasso di disoccupazione e l’unico settore a beneficiarne è stato quello del turismo, grazie al maggior tempo libero. Ora per i socialisti, se dovessero vincere, si apre la stagione delle scelte su questo fronte. Potranno lasciare le cose così come sono, permettendo alle imprese di bilanciare gli effetti del minor numero di ore lavorate con una maggiore flessibilità, oppure seguire gli auspici di Fabius e tornare all’applicazione ortodossa delle leggi. Facciano come vogliono, basta che nessuno pensi di esportare questo vetusto modello.

Francia: risultati del primo dibattito televisivo

Socialisti_dibattito_17-10-06.jpg

Primo dibattito dei tre candidati alle elezioni francesi, nulla di fatto. (QUI il video integrale). Se si volesse stilare una classifica, probabilmente Ségolène Royal avrebbe vinto di misura ai punti. I temi economici sui quali i duellanti si sono più smarcati, sono stati le 35 ore ed il Smic (salario minimo). Sulla durata della settimana lavorativa, Laurent Fabius ha sostenuto la necessità di generalizzarlo perché questo provvedimento fin’ora si è dimostrato un successo. La Royal invece ha riconosciuto che sia stato un formidabile progresso per la maggior parte dei lavoratori ma un peggioramento per una loro minoranza e che il compito del socialismo è di dare risposte alle frustrazioni ed alle difficoltà della vita, non di fissarsi sullo slogan che “tutto quello abbiamo fatto è prefetto”. Dominique Strauss-Kahn non vede la necessità di tornare sul problema perché la crescita è generata da un maggior impiego e quindi è necessario concentrarsi sugli investimenti nell’industria e sulla ricerca.

Riguardo allo Smic, il progetto socialista è di portarlo ad un valore minimo di 1.500 euro mensili a partire dal 2012. La proposta di Fabius è di aumentarlo di 100 euro immediatamente dopo la vittoria alle elezioni. Su questa affermazione ha ricevuto la critica di Strauss-Kahn, che ha definito la prorposta “napoleonica” perché fa dipendere tutto dallo stato. Per la Royal, invece, il problema dell’aumento dello Smic non può essere abbordato se non si risolvono le questioni legate alla gerarchia dei salari.

La cosa più significativa del dibattito è stata però il rispetto delle regole. I candidati si sono presentati in piedi dietro ad un pulpito e non si sono quasi mai guardati l’un l’altro e il clima è stato generalmente cortese.

La Royal ha iniziato sostenendo di essere la candidata che vuole fare vincere la sinistra e costruire un ordine economico, sociale e ambientale. Strauss-Kahn vuole realizzare un’opera di social democrazia moderna e si è rallegrato del fatto che siano più le cose che uniscono i candidati rispetto a quelle che li dividono. Fabius, invece, ha detto che si è candidato per sconfiggere le inuguaglianze e le ingiustizie inaccettabili.

Qualcuno ha sostenuto che in realtà i dibattiti siano stati due. Uno tra Fabius e Strauss-Kahn e l’altro un monologo della Royal. Lei li ha ignorati, non li ha salutati, non li ha “calcolati“. Non sappiamo se lo abbia fatto per timore di entrare in contraddittorio o per non mettersi al loro livello. Gli altri due candidati hanno invece cercato di legittimare le loro posizioni mettendosi in contrapposizione l’un l’altro. Strauss-Kahn rappresenta il socialista moderno mentre Fabius il paladino della sinistra verso il capitalismo e la mondializzazione. La Royal non è entrata in questo “gioco da ragazzi” e nelle dispute ideologiche tipiche della sinistra. Piuttosto ha usato delle parole feticce: ordine, valori, regioni, il che conferma quanto sia incline a mantenere alto il livello della comunicazione con l’ascoltatore. E ha concluso dicendo che “lei è una donna e questo è l’essenziale“. Un perfetto esempio di maschilismo alla rovescia.

Chiudi
Invia e-mail